Sahara Occidentale. “I diritti umani non sono una moneta di scambio”. Incontro con Aziza Brahim

La cantante e percussionista Aziza Brahim parla della cultura come strumento di lotta per l’autodeterminazione e come voce della disillusione del popolo saharawi nei confronti della comunità internazionale sulla questione del Sahara Occidentale.

di Ylenia Gostoli da Londra* Dalla platea qualcuno si alza e posa la bandiera verde, rossa, nera e bianca della Repubblica Democratica Araba Saharawi sul palcoscenico, dove la cantante e percussionista Aziza Brahim sta eseguendo alcune canzoni dal suo ultimo album, “Mabruk” (2012), accompagnata dal blues di una chitarra elettrica e dal beat irresistibile del suo t’bel, lo strumento a percussione tipico saharawi. Canta in arabo hassaniya e in spagnolo, una fusione di blues, funky, rock e musica tradizionale. Più tardi durante il concerto alla Soas di Londra (parte del “Sahara Live Week” organizzato dalla Ong per i diritti umani Sandblast), la cantante dedica una canzone, “Ard Salam” (Terra di Pace), ai 24 attivisti arrestati dopo Gdeim Izik, la prima vera protesta della primavera araba. Lo scorso febbraio la corte militare marocchina aveva emesso delle dure sentenze a loro carico, fra cui nove ergastoli. Nata nel 1976 nei campi profughi vicino a Tindouf, Algeria, dove tuttora vivono più di 150,000 saharawi, l’artista ha dedicato la carriera alla causa per l’autodeterminazione del suo popolo. Dopo aver abbandonato gli studi, si è consacrata alla musica, dividendo il suo tempo tra la Spagna e i campi di Tindouf. Ricco di fosfati e altre risorse naturali, oggi gran parte del Sahara Occidentale è diviso in due da un muro lungo 2,700km, costruito durante la guerra tra l’esercito marocchino e il Fronte saharawi. Nel 1991 fu istituita la MINURSO, ovvero la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, incaricata di monitorare quel cessate il fuoco che avrebbe dovuto portare al referendum per l’autodeterminazione della popolazione del Sahara Occidentale, e quindi la possibilità di scegliere fra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Dopo le trattative della scorsa settimana, e nonostante le dure le critiche di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani, la MINURSO rimarrà una delle poche ‘missioni di pace’ a non farsi carico del monitoraggio dei diritti umani nel territoro in cui è dispiegata. “I saharawi la elogiano come la poetessa del fucile”, racconta Aziza parlando di sua nonna, Lkhadra Mabruk, i cui versi si sono trasformati nei testi delle sue canzoni, “in onore della sua lotta per spiegare al resto del mondo quello che davvero è successo durante i quindici anni di guerra con il Marocco”. “C’è un aneddoto speciale che vorrei raccontarti. Mia nonna iniziò a dedicarsi alla poesia quando era molto piccola. Una volta partecipò a una competizione con sua madre: tanti poeti dovevano riuscire a trovare un verso che facesse rima con quello precedente. Fu così che mia nonna vinse contro sua madre, che per l’umiliazione giurò di non voler mai più avere a che fare con la poesia”. Pur non sapendo scrivere, la ‘poetessa del fucile’ parlava d’amore, e del deserto. Ma negli anni di guerra, si limitò a raccontare ciò che stava succedendo. Hai dedicato tutta la tua carriera a sensibilizzare l’opinione pubblica sul conflitto nel Sahara Occidentale. Cosa è nato prima, il tuo interesse per la musica o la volontà di dar voce al popolo saharawi? Sono due cose che vanno mano nella mano. L’interesse per la musica proviene dalle mie radici ed è una cosa che ho sempre vissuto in maniera naturale in famiglia. Dar voce al conflitto significa semplicemente parlare della mia storia, che è la storia di quasi tutti i saharawi. Concepisco la musica come uno strumento di presa di coscienza. Quando ascolto una canzone, voglio che questa mi trasmetta un messaggio. E come tale, ciò che trasmette la mia musica è il dolore che mi pervade. Ho scritto anche canzoni che parlano d’amore, della natura, però ciò che mi preme è sensibilizzare le coscienze attraverso la musica. Ti definisci un’attivista? Non è necessario essere un’attivista per vedere che ci sono ingiustizie che non dovrebbero esistere. Ognuno di noi dovrebbe essere in grado di prendere coscienza del dolore altrui, e del proprio. Per questo m’impegno, perché altri non debbano continuare a soffrire per le stesse ragioni per cui ho sofferto io. Se questo si può chiamare attivismo, allora sono un’attivista. Che messaggio vuoi trasmettere attraverso la tua musica? Il messaggio di un popolo che invoca una libertà che gli è stata negata per moltissimi anni. Un messaggio di fratellanza, solidarietà e di difesa dei diritti umani. Il recente rinnovo della MINURSO non prevede il monitoraggio dei diritti umani. La comunità internazionale ha fallito nei confronti dei saharawi? Penso che al livello politico abbiamo vissuto molte delusioni. Ci hanno deluso le Nazioni Unite. I saharawi hanno sempre contato sull’appoggio della comunità internazionale. I diritti umani non sono una moneta di scambio, in nessuna circostanza. Gli interessi economici non dovrebbero venire prima delle persone. Le poesie di tua nonna hanno ispirato gran parte del tuo lavoro e della tua carriera. In che modo pensi che le sue parole risuonino ancora oggi fra la gioventù di Tindouf? Ci sono differenze fra le aspirazioni delle generazioni nate nei campi algerini e quelle che hanno vissuto l’esodo? Mia nonna ha saputo trasmettere in maniera molto accurata la sofferenza della gente per l’inutile spargimento di sangue, e per la durezza della guerra, perché il nostro è un popolo pacifico che si è ritrovato a dover andare in guerra per difendersi. Questo lei lo ha tradotto meravigliosamente nelle sue poesie, ed è per questo si continuano a recitare nei campi. Siamo tutti coscienti del fatto che non avremmo mai voluto allontanarci dalla nostra terra. Penso che tutte le generazioni saharawi aspirino alla stessa cosa: come popolo, è nostro compito esigere che la nostra identità di saharawi venga rispettata. Il Fronte Polisario ha sempre considerato la cultura come un tassello fondamentale nel processo di costruzione dell’idea di nazione. Consideri la tua musica, con le sue influenze internazionali, parte integrante di questo processo di costruzione, o la vedi come qualcosa di differente? Considera che siamo un popolo nomade. Per noi la cultura è molto importante e viene trasmessa oralmente di generazione in generazione; è ciò che ci lega. Qualsiasi popolo, per la sua sopravvivenza, deve far tesoro della propria cultura, perché essa è ciò che lo distingue dagli altri: lo specchio nel quale si riflette una nazione. Costituisce dunque un lascito prezioso, e noi saharawi abbiamo il dovere di preservarla perché non è documentata. Il timore è che parte della nostra cultura muoia con i suoi stessi creatori. Parte della poesia orale, per esempio. In Marocco è difficile preservarla, perché tutto ciò che ha a che fare con il patrimonio culturale saharawi non è tollerato. Per noi questo è un altro dei crimini dell’occupazione, perché assieme alla cultura di un popolo, è il popolo stesso a sparire. La cultura del mio paese ha influito moltissimo sulla mia musica: tutte le mie basi, sia melodiche sia ritmiche, provengono da lì, anche se in seguito le abbiamo fuse con altri generi, come il blues, il rock, il funky. Penso che questo scambio sia un arricchimento. La musica tradizionale saharawi ha delle tinte che si sposano molto bene con altre culture. Mi pare anche molto importante che la gioventù saharawi si avvicini al resto della musica, che abbiano gli strumenti che li rendano in grado di apprezzare e ascoltare altri generi musicali. Per esempio nel mio paese non c’è cultura rock, e io e il mio gruppo vorremmo avvicinare i giovani a questo. Pensi che il Fronte Polisario continui a rappresentare il popolo saharawi? Polisario è una sigla che noi saharawi abbiamo creato dall’inizio della nostra lotta (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro) e che continuerà a rappresentarla. Si tratta del compromesso con i nostri ideali. Abbiamo le nostre soggettività, le nostre menti, le nostre illusioni e la nostra meta, che è quella di riuscire a recuperare la nostra terra e di tornarci a vivere.ù Quali sono le tue aspirazioni? Dal punto di vista professionale, vorrei poter portare la mia musica in ogni angolo del mondo, far conoscere la situazione del mio popolo. Dal punto di vista personale, mi limito ad avere speranza. Spero nella salute e di continuare ad avere le idee chiare. * Foto: Aziza Brahim alla World Beat Music Academy di Londra, by Michael Brydon April 28, 2013Algeria,Marocco,Articoli Correlati:

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