Respingimenti in Libia: “Non più zone franche per la violazione dei diritti. Nemmeno in Mare Chiuso”

Ieri, la prima di “Mare Chiuso”, il documentario che raccoglie le testimonianze di eritrei e somali respinti e rispediti in Libia, dove sono stati incarcerati e torturati. La Corte europea ha condannato l’Italia, ma non basta. Amnesty chiede che non ci siano accordi con il nuovo governo libico, mentre gli autori raccontano il dietro le quinte e il confronto con i militari italiani.

di Angela Zurzolo

“Non è che siano vittime di ingiustizia. Sono reclutati in maniera scientifica da organizzazioni criminali”, così l’ex premier Silvio Berlusconi giustificava la politica dei respingimenti in mare. Tra il maggio 2009 e il settembre 2010, l’Italia ha negato la possibilità di chiedere asilo ad oltre 2 mila migranti africani, e, in virtù del “Trattato di amicizia”, li ha rispediti in mano ai torturatori libici.

“Non hanno problemi politici. Vivono nelle foreste”, incalzava Gheddafi. E ancora, di fronte la Corte europea, l’Italia si difendeva sostenendo di aver agito nel rispetto delle leggi e dei diritti dei migranti.

Li hanno definiti a lungo “clandestini” e ritratti come dei potenziali criminali.

Ora, Mare Chiuso, il documentario di Stefano Liberti e Andrea Segre, racconta la storia dei rifugiati che furono respinti in mare e che, finalmente, hanno ottenuto giustizia di fronte la Corte europea.

Mare Chiuso: la storia

Nel campo profughi di Shousha, al confine tra Tunisia e Libia, un uomo racconta: “Vorrei che tutto quello che abbiamo subito per colpa degli italiani, fosse conosciuto da tutta l’Europa”.

Il suo desiderio è stato realizzato ma lui, come ancora tanti altri, è ancora ‘confinato’ nel deserto, dove tra le tende dell’UNHCR, si stendono lunghe file di panni e le madri stringono al petto neonati sfiniti dal caldo.

“L’Eritrea è un paese completamente militarizzato”, racconta una donna. Fuggire era l’unica speranza. Raggiunta la Libia, non potevano rimanere.. “La gente di colore viene trattata molto male” a Tripoli, dicono.

Un uomo, seduto nella sua tenda, racconta in lacrime che sua moglie era incinta e non poteva fare nascere il bambino a Tripoli. I soldi bastavano solo per uno.

Così, Semeris l’aveva affidata al mare, nella speranza che sopravvivesse. Sua figlia era riuscita a nascere in Italia e gli chiedeva di raggiungerlo e portarle dei ‘chupa chups‘. Decise quindi di partire, insieme agli altri, su un’imbarcazione di fortuna.

In mare, il sale, il carburante appiccicato addosso. La sete, la fame, il vomito. Quando una nave italiana li raggiunge, avrebbero “voluto avere dei tamburi per fare festa”.

“Piano, non è una gara”, dicono sorridendo, mentre scendono dall’imbarcazione e salgono su quella della marina italiana.

Si aspettavano di essere aiutati.

Gli italiani li avevano accolti, informandosi sulle loro condizioni di salute e dando la precedenza a donne e bambini, affinché fossero tratti in salvo per primi.

Poi, una chiamata. I loro visi cambiano improvvisamente. E sempre improvvisamente fingono di non parlare più inglese e di non capire.

Un capitano si giustifica: “devo eseguire gli ordini”, ma forse anche la sua coscienza si ribella.

Perquisiti, percossi – dicono – senza né cibo né acqua, sono stati portati con l’inganno indietro e restituiti ad una nave libica.

Un uomo si è gettato in mare con le mani legate. Preferiva morire.

Nelle prigioni libiche, le torture. A Shishai, schiacciano con le pinze le dita dei piedi. In catene, subiscono i cavi elettrici.

“Zliten è una prigione orribile”, racconta una donna. “Non ti curano”. Chi aveva preso la scabbia urlava di dolore.

Poi la guerra, nel marzo 2011.

Alcuni scappano dalle prigioni e vanno in Tunisia, dove è presente l’Onu. Altri scappano. L’Italia, ora, non è più ‘amica’ di Gheddafi.

Ma il mare li tradisce, di nuovo. Ermias s’imbarca con 72 persone. Dopo 7 giorni di viaggio, fame e sete uccidono tutti, tranne due.

“Nel sonno, vedo ancora i miei amici morti”, racconta il ragazzo. E’ sopravvissuto ma non può smettere di pensare che se i suoi amici non fossero stati respinti dall’Italia, negli anni precedenti, non sarebbero mai rimasti in mare. Non basta la vittoria presso la Corte di giustizia europea. I profughi vogliono “che non succeda mai più nel futuro”.

Gli autori, Stefano Liberti e Andrea Segre

Gli autori di Mare Chiuso ricordano che le vittime dei respingimenti sono ancora nel campo profughi di Shousha, in attesa dei progetti di resettlement che li porti in un altro paese.

“Queste attese durano spesso una vita”, racconta il regista.

Molti dei protagonisti del film sono ancora al confine tunisino: “Con il campo di Shousha abbiamo ancora un rapporto particolare. Guardano il film sul telefonino, in mainstream. Tutti i filmati del viaggio in mare ci sono stati forniti da loro, che hanno filmato con il cellulare”, spiega Stefano Liberti.

E se le voci dei profughi hanno grande spazio nel documentario, gli autori non hanno dimenticato di rappresentare anche un’altra realtà: quella del capitano e degli italiani che hanno obbedito agli ordini.

“C’è un punto di vista implicito che non abbiamo rinunciato a rappresentare, non potendo rappresentarlo direttamente, dal momento che i militari non possono rilasciare dichiarazioni”, spiegano.

A Chioggia, Stefano Liberti filma la nave che non aveva portato in Italia i profughi e parla con un vice- capitano. In servizio da solo un anno, non aveva partecipato a quei respingimenti ma ha raccontato: “Ho fatto di quelle operazioni”.

L’uomo ha negato “il capitolo maltrattamenti” ma ha confermato: “Ricevevamo ordini di andare a Sud o a Nord”. Un punto cardinale stabiliva se portare in salvo o meno i profughi.

Una condizione psicologica molto difficile, che gli autori hanno dimostrato di non giudicare e che hanno rappresentato implicitamente. Sebbene qualcuno in sala ricordi: “Alcuni italiani si sono rifiutati”.

Riccardo Nuri, portavoce di Amnesty International Italia, presente alla presentazione del documentario a Roma, ha detto: “Il film termina con un abbraccio di vittria, ma i precedenti 50 minuti fanno rabbia. E’ una macchia indelebile nella storia del nostro paese. Sono stati rimandati con la forza e l’inganno in Libia e spediti nelle carceri. Ciò sembra aver aver avuto fine con la sentenza storica del 23 febbraio. La pagina dei respingimenti si è chiusa ma ci sono stati morti in quel mare pattugliato. L’Italia ha compiuto una azione criminosa. Non deve riaccadere. Per questo Amnesty ha chiesto al governo italiano che non ci siano possibili accordi con la Libia. Con la Libia di ieri e di oggi non c’è possibilità di accordo”.

In sala, anche l’avvocato che ha seguito il caso del ricorso alla Corte europea. “Non si possono effettuare respingimenti nel mare internazionale verso la Libia, un paese in cui sono stati sottoposti a trattamenti disumani o hanno rischiato di essere espulsi nel loro paese di origine. Inoltre, non si possono effettuare respingimenti collettivi. Non sono pacchi. Hanno diritto a chiedere la protezione internazionale. Questa sentenza della Corte europea ci dice che non ci sono più zone franche e luoghi nei quali i diritti fondamentali non hanno applicazione. I diritti fondamentali si applicano anche nel Mare chiuso”.

March 16, 2012

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