Marocco. L’aborto tra legislazione, tabù e ipocrisia

Il codice penale vieta l’interruzione volontaria di gravidanza. Gli interventi clandestini sono una realtà diffusa, con gravi ripercussioni sulla salute delle donne. Tra reticenze del governo, resistenze di una società ‘tradizionalista’ e pressione degli attivisti, una nuova battaglia per i diritti è in corso.

di Giulia Consolini

Se la riforma del diritto di famiglia, la Mudawwana del 2004, venne accolta dall’opinione pubblica e dagli attivisti per i diritti umani con notevole entusiasmo – segnale inconfutabile, si diceva allora, della modernizzazione della società e del miglioramento dello statuto della donna – la questione dell’aborto rimane una prerogativa del codice penale, in vigore dal 1962 e da allora mai riformato (in materia).

Nell’apposita sezione del testo di legge – il cui nome “Dei crimini e delitti contro l’ordine delle famiglie e la moralità pubblica” offre subito un’idea sul suo contenuto – l’articolo 453 definisce il solo caso in cui l’aborto è consentito dalla legge.

O meglio il solo in cui non è punito, “quando costituisce una misura necessaria per salvaguardare la salute della madre” ed è “praticato da un medico o da un chirurgo con l’autorizzazione del coniuge”.

Se il coniuge si rifiuta di dare il proprio consenso, il medico non può in alcun modo procedere all’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), a meno che la vita della madre non sia chiaramente in pericolo (e in questo caso deve comunque avvisare la prefettura, precisa lo stesso articolo).

La legge prevede pene detentive dai sei mesi ai due anni per chi abortisce, e da uno a cinque anni per chi pratica l’intervento al di fuori delle condizioni sopraelencate.

Eppure, il ricorso all’aborto clandestino sta assumendo proporzioni sempre più significative. Le stime fornite dall’associazione AMLAC (Association marocaine pour la lutte contre l’avortement clandestin) parlano chiaro: tra le 600 e le 800 ivg al giorno praticate illegalmente.

Un fenomeno che dovrebbe far riflettere prima di tutto sull’efficacia e la pertinenza del codice.

Se si pensa, infatti, che neppure chi è vittima di stupro, di incesto o chi si trova in una situazione di abbandono da parte del partner può trovare una soluzione legale ad una gravidanza non desiderata, si capisce il numero spropositato di aborti praticati di nascosto, in condizioni medico-sanitarie improvvisate se non addirittura disastrose.

Chi ne approfitta, oltre ai medici, sono i “ciarlatani” che propongono rimedi improbabili a chi desidera abortire. Operazioni eseguite senza adeguate competenze né la necessaria strumentazione, preparati di erbe ‘miracolose’ da far ingerire alle pazienti, che si rivelano tossici quando non letali. C’è ancora tanto lavoro da fare – ricordano gli attivisti dell’AMLAC – per combattere l’ignoranza che ruota attorno alla questione, “un tabù difficile da scalfire”.

Il primo passo resta senz’altro l’apertura di un dibattito nazionale, per prendere atto della gravità della situazione e cercare soluzioni concrete.

L’iniziativa richiede una buona dose di realismo, volontà e determinazione, caratteristiche sembrerebbe assenti in seno alle autorità – salvo qualche dichiarazione estemporanea – ma che non mancano a certi attori della società civile.

Al riguardo, nel giugno scorso, l’AMLAC ha organizzato il suo secondo congresso, invitando istituzioni, studiosi e militanti politici a confrontarsi sul tema dell’aborto.

Per l’occasione Chafik Chraïbi, presidente dell’associazione e professore di ginecologia e ostetricia, ha dichiarato: “legalizzare non significa incoraggiare, ma regolamentare una pratica che esiste, anche se continuiamo a girare la testa dall’altra parte”.

E proprio nell’attuale formulazione dell’articolo 453 il professor Chraïbi intravede un primo spiraglio.

Se si fa riferimento alla definizione data dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) infatti, il termine ‘salute’ riguarda sia l’aspetto fisico che quello psicologico e sociale di un individuo, ed è considerato un diritto fondamentale inoppugnabile.

Dunque, l’associazione e una parte della società civile vorrebbero appellarsi a questa enunciazione per far rientrare nel quadro della legalità un certo numero di casi di interruzioni di gravidanza ancora esclusi.

Il congresso ha avuto un indubbio successo partecipativo, anche se gli organizzatori hanno tenuto a sottolineare l’assenza dei principali rappresentanti politici, in particolar modo quella del ministro della Solidarietà e della Famiglia Bassima Hakkaoui (in forza al partito islamista PJD e unica donna a far parte del governo).

Tanto più che la stessa Hakkaoui, poche settimane dopo l’insediamento dell’esecutivo (gennaio 2012), aveva paventato l’idea di un referendum sulla legalizzazione parziale dell’ivg, salvo poi dimenticarsene e sminuire l’importanza della questione, dichiarando che non ci sono basi concrete per definirne l’ampiezza (ovviamente non esistono cifre ufficiali dato che la pratica è illegale) e che la società marocchina non è pronta ad affrontare un dibattito sull’argomento

Se per le autorità, dunque, il fenomeno dell’aborto clandestino (e le sue conseguenze socio-sanitarie) non rientra tra le priorità, diverso è il parere in merito dell’OMS, secondo cui questa consuetudine rappresenta ormai la quarta causa di mortalità femminile nel paese (dove il 13% delle donne che vi si sottopone è vittima di decesso, mentre negli stati in cui l’aborto è legale solo una donna su 300 muore durante o in seguito all’intervento).

La situazione sembra essere tutt’altro che secondaria o marginale dunque – sempre che l’obiettivo fissato dal governo resti la promozione dei diritti della donna – e non manca chi lucra sulla disperazione.

I proventi di un’operazione clandestina, rigorosamente in nero, costituiscono una fonte di guadagno ‘pulita’ per chi lo pratica. Si parla di cifre che vanno dai 1000 dh (circa 100 euro) ai 6000, a seconda dello stadio della gravidanza e soprattutto degli accorgimenti adottati.

Le giovani donne sole, in particolare quelle provenienti da ambienti sociali popolari e, di norma, più conservatori, ricorrono agli interventi che costano meno – e meno sicuri – per paura di essere emarginate dall’ambiente familiare e additate dal biasimo dalla società (si consiglia la lettura del libro La grossesse de la honte della dottoressa Soumaya Naamane Guessous).

Il riscorso alle reti informali assicura la massima rapidità e discrezione, indispensabile se si tiene conto che in caso di parto (o gravidanza) di una donna senza marito, la struttura ospedaliera ha facoltà di contattare la polizia per un controllo. L’articolo 490 del codice penale punisce infatti con la detenzione da un mese ad un anno i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.

Secondo uno studio condotto dall’associazione Insaf (Institut national de solidarité avec les femmes en detresse), nel 2011 si contavano in Marocco 220mila madri non accompagnate e, nella sola Casablanca, oltre 5000 nascite all’anno fuori dal vincolo matrimoniale (con un ritmo di 24 figli ‘illegittimi’ abbandonati al giorno).

L’accoglienza e la cura di queste donne e dei loro bambini è affidata alle sole risorse della società civile, senza nessun particolare intervento da parte dello stato (che formalmente non le riconosce).

Insaf, ad esempio, ha aperto un centro per ragazze madri nella metropoli atlantica, ma i 21 letti di cui dispone non bastano a far fronte alla situazione.

L’educazione (sessuale e non solo) dovrebbe giocare un ruolo fondamentale in materia di prevenzione ma, come sottolinea l’ex ministro e deputato Nouzha Skalli, che si è in varie occasioni dichiarata favorevole ad una legalizzazione ‘parziale’ dell’aborto “c’è ancora molta riluttanza ad affrontare certi argomenti”.

Anche perché, tra le tante considerazioni, bisogna aggiungere l’influenza esercitata dal fattore religioso (non certo peculiare al solo credo musulmano). La vita umana e quella del feto sono sacre per l’Islam, mentre l’aborto e la contraccezione due pratiche (sostanzialmente) proibite.

Il Corano, tuttavia, non affronta la questione in modo troppo dettagliato e la Sunna si presta all’ijtihad, cioè all’interpretazione dei testi a seconda delle differenti scuole giuridiche.

Per la scuola hanafita ad esempio, il principio del nafkh our rouh, ossia dell’istillazione dell’anima nel feto, avverrebbe al 120° giorno di gravidanza, limite entro il quale sarebbe possibile abortire per ragioni specifiche, tra cui è menzionato lo stupro, l’incesto, la presenza di handicap fisici o mentali della madre e la malformazione del nascituro.

Due paesi musulmani hanno deciso di legalizzare in questi termini l’ivg: la Tunisia dal 1973 (entro i tre mesi dal concepimento) e la Turchia dal 1983 (entro i due mesi). Tra le conseguenze registrate, un sensibile calo della mortalità materna.

In Marocco questa eventualità sembra ancora farsi attendere, anche se gli attivisti non si danno per vinti.

Nell’ottobre scorso l’ong olandese Women on waves – che fornisce pillole abortive, visite mediche e consulto psicologico su imbarcazioni ancorate in acque internazionali vicino paesi in cui l’aborto è illegale – ha fatto rotta per la prima volta verso un paese islamico, in seguito all’invito del movimento marocchino MALI (Mouvement alternatif pour les libertés individuelles, che si batte – tra le altre cose – per la legalizzazione generalizzata dell’ivg).

La nave non è riuscita ad attraccare nel porto di Tetouan, dove ad attenderla – oltre ad alcune decine di attivisti – c’erano schierate polizia e guardia costiera per impedire l’accesso alla baia.

Le forze più conservatrici, invece, hanno bollato l’iniziativa come un attacco diretto ai fondamenti della nazione. Anche l’AMLAC si è dissociata dai militanti “radicali”, definendo l’episodio “un atto sterile e puerile”.

Una valutazione per certi aspetti condivisibile, ma in ogni caso i membri del MALI – non nuovi ad iniziative eclatanti – hanno avuto il merito di accendere i riflettori sul tema e restituire visibilità ad un dibattito velocemente estinto dopo i primi mesi del 2012.

Il Marocco, intanto, si conferma un paese largamente contraddittorio in termini di uguaglianza tra i sessi e libertà dell’individuo.

Ha sottoscritto il CEDAW (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne), ma il suo codice penale rimane fortemente maschilista; l’aborto è illegale, ma la pillola del giorno dopo si può acquistare in farmacia senza alcuna prescrizione medica mentre l’educazione alla sessualità resta un argomento tabù.

Abbattere il muro dell’ipocrisia – che imprigiona la società tanto ai vertici, quanto negli strati più bassi – resta il solo modo per prendere atto di una situazione che rappresenta un freno allo sviluppo umano (e non solo) del paese.

31 gennaio 2013

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