Marocco: il suicidio di Amina, minorenne costretta a sposare il suo stupratore

Amina Filali, sedici anni, aveva perduto la voglia di vivere. Con un’overdose di pasticche medicinali, sabato scorso, ha deciso di mettere fine al suo calvario nella casa dove, da qualche mese, abitava con il marito e i suoceri, a Chourfa, piccolo villaggio della costa atlantica settentrionale tra Larache e Assilah.

a cura di Jacopo Granci

Amina aveva 15 anni quando Mustapha, di dieci anni più grande, ha abusato di lei. Inutile la denuncia presentata dal padre Lahcen per “circonvenzione di minore” (secondo i termini della legislazione marocchina), dal momento che l’articolo 475 del Codice penale autorizza l’autore dello stupro a sposare la sua vittima per evitare il giudizio e la condanna.

Una soluzione, in questi casi, sollecitata dai magistrati e accettata dalla famiglia della ragazza, che permette di salvare l’onore (della famiglia) e di sfuggire al biasimo della società.

Concluso l’accordo, grazie alla mediazione del giudice e di una terza famiglia della zona, Lahcen ha acconsentito al matrimonio tra Amina e Mustapha.

Ma la piccola, costretta a trasferirsi dai suoceri, non è riuscita a resistere.

Oltre a dover convivere con il suo carnefice, Amina era sottoposta alle pressioni e agli insulti dei genitori del marito, che la consideravano “una prostituta”, giustificando così il comportamento del figlio e facendo ricadere su di lei la colpa dello stupro.

Dopo aver tentato, inutilmente (secondo il quotidiano al-Massae), di essere riammessa nella casa paterna, la ragazza ha scelto di liberarsi dai vincoli assurdi di una società impregnata di tradizionalismo nell’unico modo rimasto a sua disposizione.

Il suicidio.

Il caso di Amina non rappresenta un’eccezione in un paese che, nonostante la riforma della Moudawwana (Codice di famiglia) voluta dal sovrano nel 2004, conserva un’impostazione giuridica e sociale fortemente maschilista e patriarcale.

“Amina è stata violentata tre volte: dal suo stupratore, dalla tradizione e dal codice penale”, è il messaggio che rimbalza nei social network e nei forum di discussione marocchini, mentre le associazioni femministe stanno manifestando in queste ore a Larache e a Rabat per chiedere l’abolizione immediata dell’articolo 475.

Di seguito l’inchiesta condotta sull’argomento dal giornalista marocchino Hicham Houdaifa, pubblicata dal settimanale La Vie éco il 13 gennaio 2012. Un articolo tristemente “profetico” che vale la pena restituire nella sua interezza.

VIVONO CON IL LORO STUPRATORE…PER SFUGGIRE ALL’INFAMIA SOCIALE

Wahiba, 38 anni, è sposata da quindici anni con Mohamed, sulla quarantina. Una famiglia non certo tra le più felici, ma per lei non c’è scelta, non può separarsi dal marito, padre dei suoi quattro figli, “nonostante quello che è successo”.

Amici profondi e vicini di casa, un giorno Mohamed si presenta ai genitori per chiedere la mano di Wahiba. Riceve un rifiuto categorico. Furioso, pensa ad uno stratagemma per potersi sposare con la donna che desidera.

“E’ partito dal principio che era stata la sua ragazza per sette anni e che lo stupro, con conseguente perdita della verginità, era il solo strumento di pressione in grado di mettere i genitori e la figlia di fronte al fatto compiuto. Un atto criminale, ma Wahiba crede ancora che quella violenza era la prova che l’amava veramente”, spiega Souad Taoussi, assistente sociale e attivista associativa.

Per evitare lo scandalo è stato trovato un accordo.

Ma come può Wahiba dimenticare il momento in cui il padre dei suoi figli l’ha costretta ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà?

“Glielo rinfaccio ogni volta che litighiamo. Non si dimentica mai questo genere di cose”, confida la donna.

All’interno della famiglia regna la violenza. Fisica e verbale. La coppia non sembra più in grado di resistere, ma né Wahiba né Mohamed vogliono divorziare.

“Questa violenza è la prova dell’estremo disagio in cui si trovano i due. Wahiba rivive la stessa scena, con il suo stesso stupratore, ad ogni rapporto sessuale. Non potranno mai avere un’esistenza serena”, conclude Souad Taoussi.

Quello di Wahiba è un caso a parte. I matrimoni forzati tra stupratori e vittime non durano mai a lungo. A volte nemmeno iniziano.

In cerca di uno status, di una guistificazione

Nadia aveva 17 anni quando ha subito uno stupro in casa di Rachid, suo cugino, anche lui diciassettenne. Studentessa brillante, stava per sostenere l’esame di maturità. Ma non c’è riuscita, a causa della gravidanza.

La famiglia di Nadia sporge denuncia e il giudice di istruzione raccomanda al ragazzo di sposare la cugina, per preservare l’onore delle due famiglie.

Una disposizione, d’altronde, che è ufficializzata dall’art. 475 del Codice penale, che annulla la pena dello stupratore di una minorenne, se questo accetta di prendere in sposa la sua vittima. Sempre che la minorenne dia il suo consenso.

Tuttavia, “nella maggior parte dei casi, l’adolescente non è nemmeno interpellata. E’ la famiglia che decide al suo posto”, riferisce la signora Taoussi.

Concluso l’accordo il ragazzo viene liberato, ma si rifiuta di accettare Nadia come sposa. Dal momento del parto, la diciassettenne non è più uscita dalla casa dei suoi genitori. Rachid ha riconosciuto la paternità della neonata e la bambina è stata iscritta allo stato civile.

Da allora però non ha più alcun rapporto né con Nadia né con sua figlia.

“Il ragazzo ha accettato la proposta del giudice per sfuggire alla prigione. La minorenne ha acconsentito per preservare l’onore della famiglia, ma la coppia non ha nessun avvenire. Si rifiutano reciprocamente”, spiega Zahia Ammoumou, avvocato al foro di Casablanca.

“L’esistenza di una ragazza è riassunta al suo imene. La sua vita, la sua personalità, il suo onore, tutto questo dipende dalla sua verginità”, è il commento della signora Taoussi, che da venti anni lavora con associazioni e collettivi femministi.

Ecco perché, in caso di stupro, l’opzione del matrimonio è sempre presa in considerazione.

“Sposandosi, le ragazze violentate cercano uno status, una giustificazione agli occhi della società. Sanno già che il matrimonio non funzionerà, ma almeno saranno considerate come divorziate e non come delle giovani stuprate marchiate d’infamia e senza nessuna possibilità di trovare un altro partito. In Marocco una donna può essere nubile, dunque vergine, sposata, divorziata o vedova. Non ci sono alternative!”, tuona Souad Taoussi.

“Una minorenne vittima di stupro si sposa “per salvare il suo onore e quello della sua famiglia”.

E i genitori non esitano a “comprare il matrimonio”, se serve, per evitare lo scandalo. La famiglia della vittima cerca subito un compromesso con lo stupratore, soprattutto nei contesti popolari e rurali, dove il senso dell’onore raggiunge il parossismo e calpesta con indifferenza i diritti umani….soprattutto se l’abuso genera una gravidanza.

“Secondo il tribunale, il matrimonio è il male minore per la famiglia della vittima. Se l’autore della violenza è condannato, infatti, il bambino non potrà mai essere riconosciuto. Nemmeno se il giudice ordina un test del dna per accertare la paternità. Sarà sempre considerato un figlio illegittimo se il padre non lo riconosce.

Ecco spiegato il vantaggio del matrimonio, secondo le leggi in vigore. In ogni caso, l’impatto della legislazione sulla principale interessata, ossia la vittima, non è mai preso in considerazione”, spiega la signora Ammoumou.

Il matrimonio dunque, come accennato in precedenza, non è che la reiterazione del trauma subito per la ragazza.

“Il responsabile dello stupro continua ad infierire sulla vittima, per vendetta. E’ stato costretto al matrimonio, ha accettato la situazione solo per evitare l’arresto. Il suo intento è di spingere la vittima/sposa il più velocemente possibile al divorzio”.

In alcuni casi le famiglie raggiungono l’accordo per un matrimonio “a durata limitata”.

Altro problema non trascurabile sono i bambini frutto della violenza. Sono figli non desiderati, né dalle madri né tantomeno dai padri e non è raro che vengano abbandonati. Per la madre il bambino è l’emblema stesso dello stupro, il ricordo permanente della disgrazia vissuta.

Lo stupro, una questione complicata

Dalle testimonianze riportate si evince che l’intera questione dello stupro è ridotta ad una questione d’onore, dove tutto ruota attorno allo scandalo e a ciò che gli altri potrebbero dire o pensare.

La giustizia, con i suoi articoli e con i suoi codici, non fa che ribadire questa triste realtà.

Basti pensare che durante l’atto d’accusa, non si parla di stupro bensì di “attacco al pudore di una minorenne, con conseguente violenza, causa della deflorazione della stessa”. D’altronde è proprio la deflorazione ad essere considerata una circostanza aggravante, altrimenti difficilmente si arriverebbe in tribunale.

Lo stupro infatti, secondo lo spirito del codice penale marocchino, è un’offesa alla morale pubblica e alle famiglie.

L’integrità fisica e morale delle vittime viene lasciata in secondo piano. Per questo l’abuso sessuale è vissuto con vergogna e con sentimento di colpevolezza da parte delle stesse vittime, che difficilmente raccontano l’accaduto alle famiglie (tranne in caso di gravidanza).

“Una donna è sempre considerata responsabile della violenza che ha subito. Se non sono i vestiti che indossa, è il suo modo di camminare, di guardare, di parlare che ha provocato l’aggressione”, riferisce l’attivista Taoussi, che poi aggiunge: “quando le ragazze maggiorenni si presentano alle associazioni femministe o nei consultori per parlare delle violenze sessuali subite, il nostro consiglio è di evitare di sporgere denuncia in mancanza di prove. Altrimenti corrono il rischio di essere a loro volta perseguite per dissolutezza. Ecco un altro motivo che costringe le vittime a tacere”.

E’ sempre la donna a dover smentire il pregiudizio, a dover apportare prove e testimoni per dar credito alla deposizione. Una procedura assurda, oltre che impossibile.

“Raramente il tribunale richiede un accertamento medico quando la vittima è maggiorenne e quando non si tratta di circostanze estreme come lo stupro collettivo o l’incesto. Di conseguenza, nella maggioranza dei casi, gli uomini vengono assolti”, si rammarica l’avvocato Ammoumou.

La mentalità dei giudici e dei poliziotti, che riflette quella della società, è parte in causa di questo modus operandi.

“Invece di accertare la colpevolezza o meno dello stupratore, le domande del giudice e dei poliziotti si concentrano sui costumi della ragazza che osa sporgere denuncia, sui suoi rapporti con il presunto autore della violenza, sulle sue frequentazioni. L’intento è cercare ogni via per far ricadere la responsabilità sulla donna”, aggiunge la Touassi.

La modifica del sistema legislativo in materia è più che mai urgente per permettere alla nuova Moudawwana di entrare in armonia con le misure previste dal Codice penale.

“Questo codice, che risale al 1962, non è stato concepito per proteggere la donna dalle differenti forme di violenza con cui si trova a confronto, in particolar modo lo stupro. Rinunciare a condannare l’autore di una violenza sessuale, se questo acconsente a sposare la sua vittima, è una violazione grave dei diritti della donna e dei diritti umani in generale”, conclude Zahia Ammoumou.

“LA LEGGE SI FA GUARDIANA DELLA RISPETTABILITÀ SOCIALE A DISCAPITO DEI DIRITTI DELLE DONNE”
Intervista all’avvocato Zahia Ammoumou

Cosa dice la legge in merito allo stupro?

Il codice penale marocchino definisce lo stupro, nell’art. 486, come l’atto attraverso cui un uomo ha una relazione sessuale con una donna contro la sua volontà. Il crimine è passibile di una pena dai 5 ai 10 anni di prigione. Se è commesso su una minore sotto i 15 anni, la pena sale dai 10 ai 20 anni.

Non si può dire che la legge sia lassista in materia…

E’ nell’applicazione dei testi il problema. Spetta alla donna apportare prove in sostegno alla sua accusa, mentre difficilmente viene aperta un’inchiesta giudiziaria a seguito della denuncia. Se una vittima maggiorenne vede respinta la sua accusa, è lei stessa automaticamente perseguita per dissolutezza e depravazione, poiché ha dichiarato di aver avuto una relazione sessuale extra-coniugale. Da vittima a colpevole! Inoltre lo stupro all’interno del matrimonio non è previsto nei nostri codici.

Le prove sono comunque una necessità giuridica..

Sì, ma in caso di stupro è complicato. Il giudice dovrebbe aprire automaticamente un’inchiesta e chiedere degli accertamenti, oltre che indagare sul colpevole. Invece, basta che lo stupratore affermi di aver pagato la sua vittima per uscire indenne.

E nel caso in cui la vittima è minorenne?

Se chi sporge denuncia confessa di aver incontrato più volte l’autore dell’abuso, questo sarà perseguito per circonvenzione di minore e non per stupro. Se la vittima insiste sul fatto di non aver alcun legame con lo stupratore, il magistrato opta per l’accordo matrimoniale. Da questo punto di vista il codice penale è tagliato sulla preservazione della morale pubblica e della rispettabilità sociale a discapito dei diritti delle persone, delle donne e dei bambini. Un codice in netto contrasto con le leggi in vigore nei paesi che rispettano le libertà individuali e i diritti fondamentali.

Cosa succede invece quando è una donna sposata a subire violenza [fuori dal matrimonio, ndt]?

Il giudice si mostra più severo nei confronti dell’autore delle violenze. Si tratta di un’offesa all’onore del marito. La donna resta comunque in secondo piano.

Quindi l’art. 486 non basta a proteggere la donna e i suoi diritti?

L’art. 486 è un bel testo, ma nella realtà è sottomesso al potere decisionale del giudice, oltre ad essere “vittima” della filosofia patriarcale e moralizzatrice del Codice penale. La legge non menziona l’età della vittima, nel caso in cui lo stupro generi una gravidanza. Ma nella pratica, se la vittima che sporge denuncia è maggiorenne, passa il più delle volte per una fassida (“depravata”). Senza contare che anche nel caso in cui lo stupro sia accertato e condanna o, le pene non hanno niente a che vedere con quelle citate nell’articolo 486. In genere variano dai 18 mesi ai 3 anni di carcere.

March 14, 2012

Marocco,

Impostazioni privacy