Libano. I profughi dimenticati (e dannati)

Siriani, palestinesi e iracheni. A loro sono destinati progetti di assistenza umanitaria e gran parte dell’attenzione mediatica. Tuttavia esiste anche un ‘girone di dannati’: sono i rifugiati o richiedenti asilo che vengono dall’Africa sub-sahariana e in particolare dal Sudan.

I rifugiati sudanesi, etiopi e somali sono registrati sotto la dicitura “vari”, dal momento che il loro numero, sulle tabelle dell’UNHCR, sembra talmente irrisorio da potersene non occupare. Che peso possono mai avere 160 rifugiati sudanesi (dati ufficiali relativi a gennaio 2013) rispetto agli 8 mila iracheni e ai 120 mila siriani?

Molti potrebbero pensare che il flusso proveniente dalla Siria abbia “distratto” le agenzie internazionali rispetto a questa questione, ma in realtà i sudanesi sono invisibili da molto più tempo. Mai come in questo caso inoltre, le cifre nascondono altre migliaia di irregolari presenti all’interno del paese. Senza contare che, ancor meno visibili dei sudanesi, ci sono inoltre alcune centinaia di somali e una similare presenza di cittadini della Sierra Leone.

Ai 160 rifugiati assistiti dall’UNHCR se ne aggiungono altri 490 che invece sono riconosciuti richiedenti asilo.

Quasi tutti, lo rivela un articolo del 2012 di al-Jazeera, sono senza documenti e sono scappati dal loro paese in quanto perseguitati. Le procedure per ottenere la documentazione necessaria è lunga, ostica, e nel frattempo lascia centinaia di persone in un pericolosissimo limbo di illegalità ed incertezza.

Un limbo burocratico certo, ma forse anche e soprattutto sociale.

Basti pensare che nella legislazione libanese, secondo i rilievi di Mohamed Kamel Dorai ed Olivier Clochard, il termine rifugiato appare solo accanto alla parola “palestinese” o, in alternativa, menzionato all’interno di una legge del 10 luglio 1962.

Gli “altri” sembrano non esistere.

Se con siriani, palestinesi e iracheni la popolazione locale libanese può trovare punti di contatto su lingua, cultura ed appartenenza geografica (si noti tuttavia come anche in questo caso ci siano ripetuti episodi di razzismo), la comunità sudanese viene considerata come un vero e proprio corpo estraneo.

Un corpo che quando ha provato a prender forma, ad uscire dalla nebbia dell’indifferenza, ha conosciuto la sofferenza e l’umiliazione della repressione.

Nell’estate del 2012 un gruppo di rifugiati e richiedenti asilo sudanesi si era accampato dinanzi il quartier generale dell’UNHCR, a Beirut, per reclamare i propri diritti dando vita ad un lunghissimo sciopero della fame. Uno sciopero che per molti si è concluso nelle celle delle carceri libanesi.

Per arrivare nel paese dei cedri, quasi tutti i sudanesi hanno seguito lo stesso itinerario. Da Khartoum sino a Damasco (la Siria non ha mai richiesto visti di ingresso per chi proviene dal Sudan) e poi una volta nella capitale siriana, dopo aver cercato lavoro, verso Beirut attraversando illegalmente i porosi confini fra le due nazioni.

Oggi i sudanesi lasciano Damasco, per scappare dalla guerra. Secondo l’Ong Arry, alcune centinaia di sudanesi sono in fuga dalla capitale, ma molti sarebbero rimasti intrappolati negli scontri e conseguentemente nell’impossibilità di allontanarsi dalle violenze in corso. Sempre in base a queste informazioni, i rifugiati sarebbero bloccati nelle aree di Jaramana, Doilaa, al-Mleiha, al-Dkhanya, Adra ed al-Domeir. Il conflitto non sta risparmiando nessuno, tanto meno loro.

In fuga dalla Siria, abbandonati dall’UNHCR e dalle istituzioni locali in Libano.

A questo va ad aggiungersi il disprezzo di parte della società libanese che li considera come reietti destinati ai lavori più umili e alle mansioni più degradanti. Moltissimi non hanno regolari contratti di lavoro, non ricevono uno stipendio dignitoso e vengono spesso sfruttati e mal pagati.

Il clima di razzismo presente nel paese (secondo un recente articolo della CNN soprattutto nei riguardi di asiatici ed africani) ha causato la nascita di iniziative come The Anti-Racism Movement (ARM), progetto a cura di giovani libanesi che si preoccupano di “combattere il razzismo in ogni sua forma”.

Razzismo, indifferenza, rassegnazione. Così deve essersi sentita Neva Dalalti, 24 anni, trovata morta nella casa del suo datore di lavoro a Choueifat.

Una giovane donna etiope, incinta di sei mesi, che si è suicidata. La storia di Neva è, purtroppo, similare a quella di tante altre sue connazionali, maltrattate, sfruttate o costrette a rapporti sessuali. Nel tentativo di far emergere la drammaticità della situazione, il Lebanese Center for Human Rights ha recentemente avviato una campagna di sensibilizzazione sull’argomento dal titolo: “Stop the arrest, detention, and forced deportation of refugees”.

Come si legge su Avaaz.org, sito internet dove la petizione è stata anche pubblicata per raccogliere firme, centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono tenuti ogni anno in Libano in un parcheggio sotterraneo sotto un ponte di Beirut, utilizzato come centro di detenzione per la sicurezza generale, il servizio incaricato di gestire l’immigrazione e gli stranieri in Libano. […] Le condizioni di questo luogo di detenzione sono inaccettabili ed equivalenti alla tortura: i detenuti non vedono la luce del sole o non respirano aria naturale per settimane, mesi o anche a volte per più di un anno di detenzione.

Storie che sono quotidiana cronaca all’interno dei giornali locali. I racconti sull’argomento sono numerosi: da chi teme ondate di arresti arbitrari, a chi vive nella paura dell’espulsione, a chi non vuole più tornare in galera fino a chi chiede di fuggire dal paese.

Come ad esempio hanno fatto i genitori di Lamis, 4 anni, figlia di due rifugiati africani: Muhammad (sudanese) e Gigi (somala). Lui ha ottenuto lo status di rifugiato dall’UNHCR nel 2007 e da allora prova a chiedere asilo per un paese terzo, per garantire un futuro alla figlia che al momento non ha alcuna nazionalità.

“Senza documenti – afferma Muhammad – non c’è alcun futuro per mia figlia. Solo così potrà studiare ed andare a scuola”. Normali desideri di un padre che il 27 maggio 2013 ha iniziato uno sciopero della fame affinché la sua richiesta venga ascoltata.

Secondo una comunicazione del Lebanese Center for Human Rights, il 31 maggio la famiglia di Muhammad dovrebbe aver ottenuto il “resettlement” in Europa. Tuttavia, per qualcuno che ce la fa, molti altri restano costretti in condizioni di vita drammaticamente precarie, in un girone infernale che sembra senza fine e che si riproduce in forme e maniere costanti da moltissimi, troppi, anni.

June 20, 2013di: Marco Di Donato

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