“Vedrete, l’Egitto cambierà”. Incontro con Fatma Sayed

Questioni di genere, femminismo, violenza sessuale come forma di arma politica contro le donne: Fatma Sayed, studiosa ed esperta di politiche sociali, racconta l’Egitto di oggi. Parla di una rivoluzione “che ha bisogno di tempo”, e della lotta per diritti che devono essere “universali”.

In occasione del recente Forum dei Giornalisti del Mediterraneo, organizzato a Firenze dall’associazione International Safety Freedom (ISF) in partnership (tra gli altri) con la Regione Toscana e il master in Mediterranean Studies dell’Università di Firenze, Osservatorio Iraq ha incontrato Fatma Sayed, studiosa e ricercatrice presso l’European University Institute e docente di politica mediorientale all’Università Gonzaga di Firenze.

Specializzata in assistenza allo sviluppo, politiche sociali e questioni di genere, è convinta che parlare di femminismo e laicità, nel mondo arabo, sia quantomeno complesso.

Rispetto ad alcune manifestazioni sociali recenti, come la vicenda delle ‘Femen’ arabe, è scettica: “Si tratta spesso di fenomeni mediatici – spiega – che finiscono per restituire una visione classista del femminismo”.

Con lei abbiamo parlato della situazione attuale in Egitto, della condizione femminile, delle speranze che nutre per il futuro del suo paese.

A fronte del costante aumento delle forme di abuso, molestia e aggressioni contro le donne in Egitto, possiamo affermare che oggi nel paese la violenza sessuale sia divenuta una vera e propria forma di arma politica, utilizzata per scoraggiare la partecipazione femminile alla fase di transizione?

È un dato ormai conclamato persino a livello scientifico: lo dimostrano recenti ricerche effettuate dall’Egyptian Initiative for Personal Right, così come alcuni documentari, come quello realizzato dalla Bbc.

Eppure non si tratta di un fenomeno nuovo, ma presente già durante gli anni di Mubarak, e che si è protratto prima sotto l’egida dello SCAF (il Consiglio Supremo delle Forze Armate, ndr) e poi adesso, con un regime che tutela gli interessi della Fratellanza Musulmana al potere.

Lo stupro è certamente un mezzo di intimidazione. Ma, cosa ancora più grave, è un elemento ormai socialmente accettato, che finisce per colpevolizzare la vittima e non chi la esercita.

È sorprendente che spesso finisca per assumere la forma di una violenza di massa: un assassinio sociale collettivo nei confronti di chi osa ribellarsi al sistema dato. Certamente è un mezzo di repressione politica.

Intervenendo nell’ambito dei lavori del Forum, ha parlato dei suoi diritti di donna inquadrandoli in un contesto più ampio e universale, che li correla direttamente a quelli di altri esseri umani – un figlio o un marito ad esempio – in una sorta di ‘corpus’ unico.

È un concetto collegato alla percezione che ho di me stessa: non tendo a definirmi “femminista” dal momento che non mi batto soltanto per i diritti di una determinata categoria – le donne – semplicemente perché non credo che esistiamo da sole. E non ritengo che i diritti degli uomini si oppongano ai nostri.

Piuttosto, dovremmo essere capaci di costruire un sistema nel quale i diritti collettivi, come esseri umani, siano garantiti e rispettati. Nessuno dovrebbe subire violenza – un atto per il quale non esiste mai alcuna giustificazione – a prescindere dal sesso. Come egiziani abbiamo già pagato un prezzo altissimo, e tanti giovani sono morti per la libertà.

Quando ad un ufficiale di Stato fu chiesto della sorte dei minori abusati, maltrattati e torturati in prigione, ebbe a dire che “non tutti sono uguali: ci sono bambini perbene e delinquenti”, come se le persone potessero essere classificate e trattate di conseguenza. Questo vuol dire che io, ad esempio, sono stata fortunata a nascere in una famiglia “perbene”, e per questo ho potuto evitare torture e violenze.

Nel corso del suo intervento ha affrontato anche il caso della giovane egiziana Alia al-Mahdi, che ha definito un ‘fenomeno non indigeno’.

Credo che il suo caso, così come quello delle ‘Femen’, configuri un tipo di fenomeno sociale non autentico, ma piuttosto importato da una certa visione prevalente nel mondo occidentale, così come da un femminismo che si esaurisce nel reclamare diritti esclusivi per le donne.

Sinceramente preferirei che si parlasse di attivisti come Mona Seif, Nawara Negm e dei tanti rivoluzionari, di ogni sesso, che hanno perduto e sacrificato la propria vita per difendere i diritti degli altri.

Penso anche ad Ahmed Harara, il dentista che ha perso la vista durante i giorni di Piazza Tahrir: da un punto di vista economico e sociale non aveva bisogno della rivoluzione, eppure ha lottato per tutti noi.

Lo ripeto: non possono esistere diritti separati, ma solo sistemi che rispettino quelli di ogni componente della società.

Durante i giorni della rivolta, e anche in seguito, è andata gradualmente affermandosi la centralità dei nuovi sistemi di comunicazione: social network, siti internet, blog. Quanto crede che abbiano influito nella percezione che le donne egiziane hanno di se stesse?

Moltissimo, ed è un fenomeno in crescita costante. Così come la televisione, i social network sono divenuti un mezzo capace di dare voce a chi normalmente non ne avrebbe.

E in televisione invece come è cambiata l’immagine della donna?

In questo caso si tratta di uno strumento certamente più controllato, nel quale l’immagine restituita del genere femminile non è cambiata molto dopo le sollevazioni, anzi. Ma guardando ad un futuro prossimo, credo che nel giro di dieci, quindici anni andrà a scomparire, facendo posto alle nuove tecnologie: non solo nel mio paese, ma ovunque nel mondo.

Il “digital gap” – vale a dire gli ostacoli tecnici, economici e letterari che allontanano tante fasce della popolazione mondiale all’accesso alla tecnologia della comunicazione – sarà sempre più superabile.

Anche perché l’economia mondiale si sta ancorando a queste tecnologie, tanto che la banda larga è stata classificata come un ‘diritto umano’. Credo che con il tempo saranno sempre più accessibili alle nuove generazioni.

Internet finirà per sostituire quelle antenne paraboliche che in molti paesi arabi sono divenute parte integrante dell’architettura urbana?

Nel lungo periodo credo di sì. Come del resto i frutti delle rivolte si vedranno fra molti anni e non nell’immediato.

A suo parere nel contesto egiziano si può già parlare di “rivoluzione”?

Prima che i frutti della rivoluzione francese si concretizzassero sono dovuti passare 200 anni. Le società hanno bisogno di tempo per evolversi.

Credetemi, ci sarà anche uno sconvolgimento interno alla compagine islamista, perché la Shari’a – come interpretazione umana (Ijtihad) della parola di Dio – non è un qualcosa di stabile e fissato: lo dimostra l’ascesa di movimenti salafiti che rappresentano, di per sé, una forma di rivoluzione.

Sarà la prassi di governo a piegare l’ideologia islamista o viceversa?

Il cambiamento avverrà su entrambi i fronti. L’islamismo e l’interpretazione religiosa si sono sempre piegati alla prassi: a seconda delle idee e delle diverse posizioni geografiche. Il cambiamento verrà però dall’interno e non sarà imposto.

Il mondo legato al conservatorismo non terrà: vedrete, prima o poi l’Egitto cambierà.

May 28, 2013di: Marco Di Donato e Cecilia Dalla NegraEgitto,

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