Israele. Sui migranti Netanyahu sfida la Corte Suprema

“L’unico problema in realtà è che Israele è il solo Stato al mondo a non avere una vera e propria politica in materia di immigrazione”. Intervista ad Asaf Weitzen, avvocato dell’organizzazione israeliana KavLa Oved-Hotline for Migrant Workers.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ci sta.

Nonostante la storica decisione della Corte Suprema, che lo scorso 16 settembre ha dichiarato incostituzionale un emendamento della Legge Anti-Infiltrazione, il capo dell’esecutivo ha annunciato che intende andare avanti nella lotta contro l’immigrazione ‘illegale’.

Una lotta che negli ultimi anni ha ridotto a zero le possibilità di ingresso in Israele per i migranti di origine africana che, giunti al confine con il Sinai, si imbattono in 266 km di barriera di filo spinato e in un centro di detenzione in cui trascorrere un periodo di almeno 3 anni, nel caso in cui riescano a oltrepassare la barriera.

Ad oggi nel carcere di Saharonim ci sono oltre 1700 persone che aspettano, invano, una risposta positiva alla loro richiesta di asilo. La maggior parte di essi infatti fugge da teatri di conflitto come Sudan ed Eritrea alla ricerca di migliori condizioni di vita. Ma finora il governo israeliano ha quasi sempre risposto negativamente, offrendo come alternativa al carcere il rimpatrio volontario, e in certi casi l’insediamento in alcuni Stati africani nell’ambito di accordi diplomatico-commerciali.

Tuttavia, la linea dura del governo sembra in qualche modo destinata a cambiare in seguito alla sentenza della Corte Suprema dello scorso mese.

Quali sono i suoi contenuti e, soprattutto, le motivazioni? In che modo intende reagire il governo?

Osservatorio Iraq ha intervistato Asaf Weitzen, avvocato dell’organizzazione non governativa israeliana Hotline for Migrant Workers, che lavora per la promozione dei diritti dei lavoratori migranti e dei rifugiati.

Recentemente il primo ministro Netanyahu ha annunciato che proporrà un nuovo emendamento alla Legge Anti-Infiltrazione. Di cosa si tratta?

In realtà non c’è ancora alcuna proposta di legge specifica, soltanto alcune dichiarazioni da parte di esponenti del governo e della coalizione. Ciò di cui stanno parlando verte sulla possibilità di ridurre il periodo di detenzione da 3 anni ad 1 e mezzo, e sulla creazione di strutture “aperte” al posto dei centri di detenzione. Di più al momento non sappiamo, aspettiamo che la proposta arrivi in Parlamento.

Ad ogni modo, anche soffermandosi soltanto alla misura di 1 anno e mezzo di carcere possiamo dire che una proposta del genere è molto lontana dalla richieste della Corte Suprema. Ovviamente noi ci opporremo a un provvedimento del genere che continua a criminalizzare i rifugiati e i richiedenti asilo.

In realtà questi ultimi, insieme ai lavoratori migranti non ebrei, sono già considerati criminali dal momento del loro arrivo in Israele…

Sì, perché la legge li include tutti nella stessa categoria di “infiltrati”, che è un termine fazioso, non obiettivo. Si può facilmente dimostrare che questi soggetti non sono né infiltrati né tantomeno dei migranti illegali, e che in realtà si tratta, nella quasi totalità dei casi, di persone che arrivano in Israele per richiedere asilo politico. Se fossero davvero degli infiltrati passerebbero soltanto due o tre giorni in carcere prima di essere rimandati nel proprio paese di origine.

Al contrario, oltre il 90% di essi proviene da Sudan ed Eritrea e presentano tutti la richiesta di asilo, consapevoli che un loro ritorno a casa rappresenterebbe un grosso rischio per la loro vita.

Cosa ha affermato effettivamente la Corte Suprema con la sentenza dello scorso mese?

In sostanza la Corte, riunitasi in un collegio di 9 giudici, ha deciso all’unanimità – fatto che rende la sentenza ancora più importante – che l’arresto senza processo è incostituzionale perché viola i diritti fondamentali di libertà e dignità garantiti dalla Basic Law israeliana.

Inoltre ha affermato che uno strumento del genere è incostituzionale anche se utilizzato come deterrente per coloro che intendono immigrare nel paese. Questa infatti è la ratio della Legge Anti-Infiltrazione: scoraggiare chi intende venire in Israele per cercare condizioni migliori. In altre parole, la Corte ha dichiarato la legge illegale perché in questo modo le persone vengono usate come mezzo per raggiungere uno scopo e non come soggetti autonomi titolari di diritti.

Secondo questa lettura, la Legge Anti-Infiltrazione è stata dissolta interamente, perché oltre a stabilire chiaramente che la detenzione senza processo non è consentita per alcun periodo di tempo, ha disposto la liberazione dei circa 2mila migranti rinchiusi nei centri di detenzione del Sinai. Il governo aveva 90 giorni di tempo per il rilascio e per esaminare ogni singolo caso ma a circa un mese e mezzo dalla data della sentenza è stata liberata soltanto una dozzina di richiedenti asilo.

Alla luce della sentenza come si spiega, secondo lei, l’intenzione del governo di insistere sul quadro tracciato dalla Legge Anti-Infiltrazione, e dunque di porsi in una posizione di aperto conflitto con il più alto grado di potere giudiziario?

Sarebbe interessante che fosse lo stesso governo a rispondere a questa domanda… Secondo me siamo di fronte a una combinazione di fattori. Da un lato il governo sta dimostrando di non aver capito – o non aver letto – la sentenza; dall’altro emerge la volontà di scegliere la strada più facile per affrontare la questione immigrazione. Nella stessa sentenza, la Corte scrive di aver capito che la misura dell’arresto senza processo è stata fatta per ragioni di sicurezza, ma il modo scelto è incostituzionale e di conseguenza invita il governo ad elaborare soluzioni alternative. Che però non consistono nel ridurre il periodo di detenzione da tre a un anno e mezzo…

La strada giusta da percorrere è quella di riconoscere a queste persone i propri diritti, ma al momento credo che il governo non intenda intraprenderla.

La ‘questione immigrazione’ è davvero un problema reale in Israele?

Il solo problema in realtà è che Israele è l’unico Stato al mondo a non avere una vera e propria politica in materia di immigrazione. Se sei ebreo, aldilà della tua provenienza geografica, puoi venire in Israele e ottenere agevolmente la cittadinanza. Altrimenti non esiste nessun ambito legislativo che stabilisca modalità e tempi per diventare cittadino israeliano o avere uno status di residenza.

E’ una situazione particolare perché da una parte Israele ha firmato e ratificato la Convenzione internazionale sui rifugiati, ma dall’altra non ha prodotto nessuna legge per attuare le disposizioni del trattato.

L’unica iniziativa pratica è stata la costruzione della barriera “difensiva” lungo il confine con il Sinai. Che da quando esiste ha ridotto drasticamente le possibilità di ingresso per i migranti africani: dallo scorso gennaio si registrano uno o massimo due arrivi al mese. Questo non è affatto un problema di immigrazione, come invece la politica vuol far apparire. E non lo è neanche se consideriamo i circa 55mila cittadini africani senza documenti presenti in tutto il paese, arrivati negli anni ultimi anni attraverso il confine con l’Egitto.

Presi in relazione all’intera popolazione, e soprattutto all’economia israeliana, non rappresentano alcun rischio per la sicurezza nazionale. Al contrario, se a queste persone venissero riconosciuti i propri potrebbero uscire dalla condizione di illegalità in cui versano e lavorare normalmente, dato che lo Stato continua ad “importare” manodopera dai paesi asiatici, ad esempio, invece di utilizzare la forza-lavoro israeliana.

La verità è che non c’è alcun motivo di lanciare allarmi o spaventare la gente. Il problema è politico, in particolare di alcuni gruppi di destra che sfruttano queste paure, adottando un linguaggio fatto di odio, con il solo fine di aumentare il loro potere.

Dall’altra parte invece ci sono organizzazioni come la sua. Dato questo clima politico che ha appena descritto, com’è possibile lavorare a favore del rispetto dei diritti dei migranti?

Noi facciamo parte di una società civile molto forte, a mio parere, che cerca di aiutare quelle persone che in Israele sono senza diritti. E che, nel nostro caso, lo Stato chiama “infiltrati”.

Hotline for Migrant Workers è un’organizzazione composta da avvocati e attivisti nata nel 1998. Inizialmente ci occupavamo del traffico di persone, in particolare di donne, e di abusi subiti dai lavoratori migranti. Negli ultimi anni invece stiamo focalizzando il nostro lavoro sulle condizioni dei richiedenti asilo, quasi tutti provenienti da paesi africani. In sostanza forniamo assistenza legale cercando di accelerare il processo per richiedere asilo o di evitare il carcere, ma nel corso dell’ultimo anno è stato quasi impossibile.

Crediamo essenzialmente in un principio: se in una società esistono gruppi di persone senza diritti, allora nessuno ne ha davvero.

Quando ho scelto di fare parte di questo gruppo sapevo che buona parte della società israeliana non mi avrebbe considerato “uno di loro”, ma non mi interessava. Sono più felice di essere uno di quelli che crede in certi valori, come i diritti umani, e si attiva per farli rispettare.

E non mi importa se veniamo screditati da una certa politica, che è solita definire organizzazioni come la nostra ‘nemiche dello Stato’. Non mi ritengo affatto tale, e chi la pensa in questo modo non ha capito bene come funziona una democrazia.

October 28, 2013di: di Stefano NanniArgomenti simili: Diritti umaniIsraele,Articoli Correlati:

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