Israele. Se l’occupazione passa (anche) dal deserto

In Cisgiordania demolizioni di case e infrastrutture palestinesi sono all’ordine del giorno, ma nei prossimi anni si moltiplicheranno anche all’interno del territorio israeliano. Il governo ha bisogno di spazio per nuovi insediamenti, zone militari, riserve naturali. Sempre ad uso e consumo della sola cittadinanza ebraica.

di Stefano Nanni

Giovedì 23 aprile a Susiya, un villaggio a sud di Hebron, l’esercito israeliano ha sradicato un centinaio di alberi di ulivo. Giunto soltanto qualche giorno prima, l’ordine esecutivo giustificava l’azione con la mancanza di adeguate autorizzazioni dei legittimi proprietari palestinesi a costruire o piantare su un terreno che è di loro proprietà.

Lo stesso giorno è stato distrutto un ristorante ad Al-Makhrour, vicino Betlemme. Il 29 aprile, invece, l’esercito è intervenuto in tre zone diverse.

Nella periferia di Hebron, dove nel campo profughi di Fawwar sono stati demoliti un pozzo d’acqua e un casolare di servizio. L’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha fatto sapere che le forze di sicurezza israeliane hanno dichiarato l’area “zona militare”, e che pertanto nelle prossime settimane altre demolizioni potranno avvenire, mettendo a rischio le abitazioni di centinaia di palestinesi.

La stessa agenzia ha ricordato che soltanto nell’anno solare 2012 in tutta l’area C – il 60% della Cisgiordania, in cui l’esercito israeliano ha l’esclusività dell’amministrazione civile e militare – sono state abbattute 540 strutture, tra cui 165 di tipo residenziale. Tradotto in termini di sfollati, si tratta di 815 persone rimaste senza casa, di cui la metà bambini.

Più a nord, nella Valle del Giordano, un intero villaggio, Wadi al-Maleh, abitato prevalentemente da pastori beduini, è stato sgomberato, evacuando circa 400 persone, che hanno trovato rifugio nei sobborghi circostanti. Analogamente al campo profughi di Fawwar, quest’area sta diventando una zona di esercitazioni militari.

A Gerusalemme Est invece, nel quartiere di al-Tur, sono stati rasi al suolo 4 appartamenti, tutti di proprietà della famiglia al-Gaith, composta da 24 membri tra cui 5 bambini, 2 adulti malati di cancro e una donna anziana.

Secondo l’avvocato della famiglia l’ordine di demolizione era stato emanato la prima volta nel settembre del 2004, quando il governo in carica all’epoca autorizzò la confisca di 740 dunam di terra (circa 74 ettari) in quell’area per far spazio a una riserva naturale.

Congelato per anni in seguito alle critiche provenienti dalla comunità internazionale, si tratta di un progetto che è stato ripreso dal nuovo governo.

A nulla sono valsi gli sforzi legali per rinviare le demolizioni, nonostante l’ultima ingiunzione della stessa Corte israeliana che, nel dicembre scorso, bloccava qualsiasi intervento dei bulldozer.

Ma il caso della famiglia al-Gaith non è isolato.

Secondo le stime delle Nazioni Unite altre 93.100 persone sarebbero a rischio di evacuazione in tutta l’area, dato che le loro abitazioni mancano di regolare autorizzazione catastale. Da quando Gerusalemme Est è stata sottoposta al regime di occupazione civile e militare, nel 1967, sono state circa 2000 le case distrutte.

Di fronte alle tante famiglie rimaste senza un tetto sopra la testa, le reazioni internazionali non sono mancate.

Attraverso un comunicato la missione permanente dell’Unione Europea a Ramallah ha criticato duramente la recente ondata di demolizioni, ricordando che dal 2008 azioni del genere “hanno costretto al trasferimento forzato oltre 4.400 palestinesi”. Misure che rischiano di “vanificare i rinnovati sforzi americani per la ripresa dei negoziati di pace”.

Ma queste parole sembrano non aver influenzato l’azione del governo israeliano, che oltre al via libera per le demolizioni si sta attivando anche per la costruzione di nuove infrastrutture civili nei Territori Occupati, illegali secondo il diritto internazionale.

Il 26 aprile infatti, la municipalità di Gerusalemme e il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture hanno autorizzato i lavori per completare la cosiddetta “autostrada di Begin”, che servirà a connettere definitivamente tutte le colonie di Gush Etzion – il complesso di insediamenti che circonda Gerusalemme – ma il cui accesso sarà impedito agli abitanti dei villaggi palestinesi circostanti.

Tre giorni dopo il ministero dell’Edilizia e l’Israel Land Administration (ILA) hanno dato il via libera alla costruzione di 120 abitazioni nella colonia di Givat Ze’ev, sempre nell’area di Gerusalemme Est.

Un insieme di politiche governative e azioni dell’esercito che si sta concentrando nella parte orientale di Gerusalemme, dove lo scorso dicembre è stato riportato alla luce il cosiddetto “piano E-1”.

La costruzione massiccia di abitazioni, strade e infrastrutture per tagliare in due la Cisgiordania collegando tutti gli insediamenti presenti da Gerusalemme Est fino alle rive del mar Morto, rendendo definitivamente impraticabile la creazione di uno Stato palestinese dotato di continuità territoriale.

Una logica di espulsioni e distruzione che, tuttavia, non interessa soltanto i Territori Occupati. Perché colpisce già – e continuerà a farlo nei prossimi anni – una porzione del territorio sul quale Israele ha una giurisdizione internazionalmente riconosciuta.

E di conseguenza anche i cittadini che vi abitano.

Alla conquista del deserto

Venerdì scorso i leader dei quattro partiti di maggioranza dell’esecutivo hanno introdotto alcune importanti novità circa il progetto di urbanizzazione del deserto del Negev.

Approvato nel settembre del 2011 dal precedente governo, il piano Prawer – dal nome del suo propositore, l’ex-capo della pianificazione dell’ufficio del primo ministro, Ehud Prawer – consiste in ingenti investimenti pari a 1,6 miliardi di shekel (circa 340 milioni di euro) per costruire case, scuole e infrastrutture con l’obiettivo di “ripopolare l’area più arida del paese”.

Tuttavia, non si tratterà di incentivi rivolti in egual misura a tutti i cittadini israeliani.

Una parte di loro, infatti, abita il deserto già da decenni, tramandandosi la proprietà della terra oralmente, di generazione in generazione.

Per il governo però la loro presenza rappresenta un ostacolo fondamentale al processo di “ebraicizzazione” dello Stato, di cui il piano Prawer rappresenta solo un ulteriore passaggio.

Per questo è stato definito come uno degli sforzi più importanti di reinserimento di una parte della popolazione arabo-palestinese all’interno di un territorio sotto l’autorità israeliana.

Perché se da un lato serve a incentivare qualcuno a risiedere in una zona pressoché desertica, dall’altro “invita” circa 30 mila cittadini ad andare via, nell’arco di cinque anni, per insediarsi in contesti urbani e abbandonare il proprio stile di vita.

Si tratta della comunità arabo-beduina, originariamente nomade ma che col passare del tempo e l’evolversi delle circostanze, a partire dal 1948 si è progressivamente sedentarizzata in diversi villaggi, sia a nord che a sud del paese. Oggi comprende il 25% della popolazione del Negev (160 mila persone circa), ma lo Stato riconosce soltanto il 2% della terra da loro abitata.

La parte restante – 59 villaggi che ospitano 65 mila persone – è considerata “illegale” fin dai primi anni della creazione dello Stato di Israele.

Già David Ben Gurion riteneva fondamentale quell’area per ottenere “uno Stato, e soprattutto uno Stato ebraico”. Il suo sogno era quello di un Negev nel quale “almeno 5 milioni di israeliani ebrei lavorassero e vivessero”.

Ma le difficili condizioni di vita, come la siccità, l’aridità e la scarsità di risorse idriche sia di superficie che sotterranee, unite ai pochi investimenti portati avanti dai successivi governi, hanno fatto sì che in 65 anni la popolazione di origine ebraica raggiungesse, ad oggi, soltanto le 470 mila unità.

Persone che risiedono in municipalità regolarmente fornite di acqua, elettricità e servizi essenziali, a differenza dei villaggi beduini, che mancano di qualsiasi infrastruttura.

Anche se formalmente a partire dal 1970 possono essere presentati ricorsi per contestare la proprietà della terra sulla base, tuttavia, di “criteri di idoneità” difficilmente rispettabili – ad esempio documenti cartacei ufficiali di cui una comunità tradizionalmente nomade raramente dispone –, lo Stato si è sempre rifiutato di accettare le loro richieste di riconoscimento.

Di conseguenza i beduini del Negev hanno poche alternative, se non quella di vivere in villaggi malridotti e degradanti, che condividono in condizioni di povertà con capre e cammelli, essendo la pastorizia la loro attività principale.

Condizioni che non impediscono loro di mantenere uno dei tassi di crescita più alti al mondo (5,5%), che permette ai beduini di duplicare la propria popolazione ogni 15 anni. Ed è proprio questo, con ogni probabilità, il fattore che preoccupava Ben Gurion 65 anni fa; e che continua a stare dietro il progetto che insistentemente gli ultimi governi stanno portando avanti.

Le novità introdotte recentemente non fanno che inasprire questo tentativo di evacuazione forzata.

Perché mentre il progetto originale prevedeva la possibilità per i beduini di ricostruire i propri villaggi in territori specificamente assegnati, e stabiliva una compensazione di un valore pari al 70% della proprietà perduta, il nuovo governo riduce considerevolmente i numeri: sia in termini di terra (- 80% rispetto a quanto previsto due anni fa) che di denaro, dato che il massimale di compensazione consisterà nella metà del valore stimato del danno.

Cosa succederà in caso di opposizione e rifiuto di abbandonare le proprie abitazioni? La risposta è molto simile alla regola vigente in Cisgiordania: demolizione.

D’altronde neanche nel Negev si tratta di una novità, visto che gli interventi delle forze di sicurezza israeliane si sono moltiplicati a partire degli anni ’70 demolendo migliaia di abitazioni beduine, secondo quanto afferma un rapporto di Human Rights Watch del 2008.

In cui si sottoline che, soltanto negli ultimi dieci anni e quindi prima del piano Prawer, gli ordini di demolizione e le evacuazioni si sono moltiplicati per lasciare spazio alla creazione di 59 fattorie e industrie agricole destinate a cittadini di origine ebraica.

Ancora meglio se di ispirazione nazionalistico-religiosa, come nel caso recente del villaggio beduino di Umm al-Hieran, le cui abitazioni sono state distrutte lo scorso 28 febbraio per fare posto all’insediamento di Hiran.

Gli ufficiali israeliani difendono l’operato dello Stato sostenendo che i villaggi dei beduini si trovano in zone difficilmente raggiungibili dai servizi, e affermando che per ogni demolizione il governo ha sempre offerto alternative alla popolazione evacuata.

Ma se si considera il caso di Umm al-Hieran emerge quanto queste opportunità siano poco sostenibili, come sottolineato dalla Ong per i diritti delle minoranze arabe in Israele Adalah.

Le alternative proposte in genere son tre: trasferirsi in una cittadina vicina e, di fatto, “urbanizzarsi”; acquistare abitazioni nel nuovo insediamento ebraico sorto, opzione che va ben aldilà delle capacità economiche della popolazione beduina; aspettare che l’ILA proponga loro un’altra area edificabile, senza però che questa attesa impedisca la distruzione delle loro case.

Per i 30 mila membri della comunità beduina, insomma, non sembrano esserci molte scelte.

Adattarsi e andare a vivere in città, rinunciando al proprio stile di vita, a un identità e a una cultura ben precise; oppure spostarsi in un’altra zona del Negev, con l’alta probabilità che, anche in quel caso, prima o poi tornino a presentarsi ruspe e militari.

Anche Amnesty International è intervenuta lo scorso 20 aprile per lanciare un appello affinché il piano Prawer venisse rivisto o ritirato, poiché rappresenta una “legislazione che lede i diritti della minoranza beduina in violazione del diritto internazionale”.

Un ulteriore appello che rischia di cadere nel vuoto, perché il nuovo governo sembra mostrarsi più che determinato nelle sue politiche di urbanizzazione, tanto nel Negev che in Cisgiordania.

Politiche che discriminano in egual modo sia palestinesi che beduini, che nonostante la diversità del loro passato condividono un’identità altra da quella ebraica.

Un aspetto che, per Ben Gurion come per Netanyahu, sembra assumere un’importanza maggiore rispetto ai principi democratici, secondo i quali la casa è un diritto di tutti e non solo di pochi.

(La foto pubblicata è di Andrea Camboni)

2 maggio 2013

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