Iraq. La strage degli innocenti

L’epidemia delle malformazioni continua a mietere vittime. Bisogna intervenire ora, perché domani potrebbe essere troppo tardi. La comunità scientifica denuncia quella che è già diventata “la strage degli innocenti”.

di Francesca Manfroni

Sembrava quasi ‘compiaciuto’ l’ex premier Tony Blair, quando due mesi fa dichiarava che “le forze britanniche avrebbero dovuto essere fiere del loro intervento in Iraq ai tempi dell’invasione americana del 2003, poiché il paese ha conosciuto una forte crescita economica dopo la caduta di Saddam Hussein”. In quell’occasione Blair si è anche felicitato per la diminuzione della mortalità infantile.ù

Parole che pesano come macigni sulle piccole vittime di quella strage di innocenti che si consuma ogni giorno a Falluja e Bassora.

Parole che non potevano non suscitare lo sdegno dei medici iracheni costretti a lottare contro un aumento allarmante dei tumori e delle malformazioni nelle città bombardate (quasi) dieci anni fa dalla coalizione internazionale che invase l’Iraq.

Parole che soprattutto non corrispondo a realtà, e che tacciono una tragedia che rischia di trasformarsi in una catastrofe umanitaria.

A lanciare l’appello dalle pagine dell’Independent è il dott. Savabiesfahani, uno dei più autorevoli esperti del caso Falluja, teatro di due degli episodi più drammatici della seconda guerra del Golfo, che afferma: “Abbiamo bisogno di raccogliere un ampio campionamento di cibo, acqua e aria per scoprire dove occorre intervenire. Ora sono il 50%, in pochi anni potrebbe essere tutti così”.

Nel 2012, il 54% dei neonati di questa città soffre infatti di gravissimi problemi al cuore, al cervello, alla spina dorsale e ai polmoni. Dimenticando di annoverare il caso del bambino con due teste.

Falluja: una situazione più che allarmante

Nel 2005, il programma dell’Onu per l’ambiente (PNUE) stimava l’esistenza di almeno 300 ‘punti caldi’ — o meglio altamente tossici -, di cui 42 con tassi considerevolmente alti di diossina, mercurio, piombo e uranio impoverito e dieci con livelli preoccupanti di radioattività.

I bambini di Falluja con difetti alla nascita presentano nei capelli livelli di piombo cinque volte superiori a quelli degli altri coetanei sani. Così come sono sei volte superiori quelli del mercurio.

Ma la gravità della situazione è data soprattutto dai numeri del fenomeno: oggi il 54% dei bambini di Falluja viene al mondo con una malformazione, senza contare tutti quei genitori che preferiscono nascondere i propri figli anziché portarli (e quindi mostrali) in ospedale.

“L’esposizione dell’utero a sostanze inquinanti può drasticamente cambiare il risultato di una gravidanza che altrimenti sarebbe normale”, spiega ancora il dott. Savabiesfahani, tossicologo ambientale presso l’Università del Michigan, nonché uno dei principali autori dello studio.

Piombo, mercurio, diossina e uranio impoverito: c’è tutto questo nel sangue dei bambini iracheni.

Il piombo. Contenuto nelle munizioni, è trasmesso dalla madre al bambino durante il periodo della gravidanza, e può causare danni al cervello centrale, difetti del sistema nervoso e problemi comportamentali.

Il mercurio. L’avvelenamento da mercurio (presente nelle armi) può provocare danni permanenti al cervello e ai reni, nonché cecità, convulsioni, mutismo e mancanza di coordinamento. Anche questo viene trasmesso dalla donna al feto.

La diossina. Qui la lista comprende tutti i siti industriali distrutti durante le due guerre del Golfo, inclusi oleodotti e raffinerie.

L’uranio impoverito. Largamente usato in violazione delle regole internazionali sia nel 1991 che nel 2003, è ormai penetrato nel sottosuolo e nell’acqua di tutto l’Iraq. E’ ovunque, nelle strade e nei giardini, è nell’aria mentre giocano i bambini.

Bassora, dallo shock all’emergenza

La nuova ricerca, oltre a prendere in esame 56 famiglie di Fallujah, dedica ampio spazio a quanto accade negli ospedali di Bassora, nel sud dell’Iraq, città attaccata dalle forze britanniche ai tempi dell’invasione.

Qui, nel 2003 si contavano 20 bambini con malformazioni su 1000, un numero 17 volte superiore a quello registrato dieci anni prima.

Oggi, i neonati con difetti gravi alla nascita sono oltre il 60%, quindi 37 ogni 1000.

Siamo nell’ospedale della seconda città irachena che maggiormente ha subito i pesanti combattimenti e bombardamenti della seconda guerra del Golfo. Il primo episodio risale all’aprile del 2003, quando la 7a Brigata armata britannica sferra un attacco lungo due settimane, provocando la morte di circa 600 iracheni e di 11 britannici.

Nel 2008, sempre Bassora diventa teatro della prima importante operazione di guerra del ‘nuovo’ esercito iracheno, supportato dal contingente anglo-americano. L’obiettivo è liberare la città dalle milizie Fadhila e dall’esercito del Mahdi, e anche in questo caso le violenze si protraggono per diversi giorni – 8 per l’esattezza –, con un bilancio di 400 morti.

Sono passati rispettivamente 9 e 4 anni, ma gli effetti di queste due battaglie si fanno sentire ancora oggi, così come i tragici bombardamenti che avvennero a Falluja nel 2004.

Nell’ospedale generale della città sono stati registrati casi di deformazioni cardiache e di idrocefalia – testimoniati da immagini (terribili) di casi cronici – superiori di 3,5 volte rispetto alla media generale ed addirittura di 6,5 volte se paragonati a quella statunitense.

Ma per Washington e Londra le prove “non provano” (e comunque non bastano)

Sono anni che respingono ogni accusa. Sia da una parte che dall’altra dell’Oceano non vogliono sentir parlare di responsabilità. Rispetto all’ultimo studio pubblicato solo un paio di mesi fa, il portavoce del Pentagono ha ribadito che gli Stati Uniti “non sono a conoscenza di eventuali rapporti ufficiali che indicano un aumento dei difetti alla nascita a Bassora e Falluja e che possono essere legati all’esposizione ai metalli contenuti nelle nostre munizioni o in quelle dei nostri partner di coalizione”.

Il suo collega del governo britannico ha rincarato la dose, sostenendo che quelle dei ricercatori sono”prove inattendibili a livello scientifico e medico”, dal momento che “tutte le munizioni utilizzate da forze armate britanniche rispettano il diritto internazionale umanitario, coerentemente con la Convenzione di Ginevra”.

Tuttavia, almeno in America, non sono proprio tutti d’accordo con la versione ufficiale fornita da Washington, e c’è chi parte (o torna) per l’Iraq per andare a curare i tanti neonati affetti da malformazioni genetiche.

La determinazione della comunità scientifica

Già nel 2009, i medici dell’ospedale generale di Falluja indirizzavano una missiva alle Nazioni Unite per chiedere l’avvio di indagini indipendenti sull’emergenza neonati: quell’anno su 170 bebè, ne erano morti il 24% nella prima settimana e tra loro il 75% per gravi malformazioni.

Qualche mese dopo, furono condotte delle inchieste parziali (ma rivelatrici), e i risultati pubblicati sul “Bulletin of environmental contamination and toxicology” dell’Università del Michigan.

Secondo gli autori “il tasso di tumori e leucemie e della mortalità infantile osservati nella città di Falluja erano più elevati di quelli di Hiroshima e Nagasaki nel 1945”.

Lo staff medico incaricato di redigere il rapporto dimostrava di non avere dubbi circa la causa di questa drammatica ‘epidemia’ di tumori e malformazioni congenite: la colpa non poteva che essere delle munizioni utilizzate per bombardare le due città.

A Falluja, nell’epicentro del cosiddetto triangolo sunnita, il tasso di malformazioni era schizzato dal 30% del 2004-2006 al 54% del 2007-2012 (con la conseguenza che oggi più della metà dei nuovi nati soffre di gravissimi problemi al cuore, al cervello, alla spina dorsale e ai polmoni).

Dopo vennero i due studi realizzati nel febbraio 2010 e a metà di quello stesso anno, che registrarono un nuovo incremento dei tassi di cancro, di leucemia, di mortalità infantile, di parto anormale e di malformazioni simili a quelle scoperte nei sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Infine, nel 2011, un altro articolo pubblicato dall’International Journal of Enviromental Research and Public Health, ha contribuito a far luce sui rischi dell’inquinamento radioattivo in Iraq.

Si tratta di uno studio epidemiologico condotto tra il 2005 e il 2010 sulla popolazione di Falluja, dove si evidenziava un netto aumento di patologie cancerogene, di malformazioni e della mortalità infantile, oltre ad una variazione significativa del rapporto tra nati maschi e femmine nel periodo successivo al 2005, con una netta diminuzione dei primi (dato che è un indice certo di alterazione genetica).

Tra i risultati più importanti della ricerca, il rilevamento di sostanze tossiche e cancerogene nei campioni di terreno, acqua e nei capelli dei genitori di bambini con malformazioni congenite.

Per vedere la gallery fotografica del Der Spiegel sui figli dell’uranio impoverito a Bossora, clicca qui.

27 dicembre 2012

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