Analisi/Golfo: tra democrazia reale e repressione delle minoranze

di Pietro Longo (CISIP)
È tempo di sincero cambiamento tra i paesi del Golfo Persico o gli sconvolgimenti dei mesi passati stanno persuadendo le monarchie che è meglio anticipare le rivolte, piuttosto che subirle?

Risposte ad interrogativi del genere non mutano la natura di pacchetti di riforme che per quanto ben accolti possiedono un intimo, evidente, scopo di “democrazia difensiva”. Nonostante le aperture, l’autorità è sempre ben salda, stretta nella morsa delle medesime mani. Tre episodi, in altrettanti paesi, necessitano di venire analizzati: le elezioni in Bahrein dei giorni scorsi, l’apertura del sovrano saudita delle porte della politica alle donne ed in ultimo la nomina di una donna a deputato di un organo assembleare in uno dei più piccoli degli Emirati Arabi Uniti.

In Bahrein si è conclusa ieri notte la tornata elettorale per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, organo assembleare bicamerale. Si tratta del terzo appuntamento alle urne per circa 300 mila cittadini (su poco più un milione e 200 mila) aventi diritto di voto da quando la Costituzione del 2002 ha rimodulato l’assetto dei poteri pubblici, dopo un’interruzione di 27 anni della vita legislativa del paese.

Le ultime votazioni si erano tenute nell’ottobre del 2010, allorquando i 40 seggi disponibili erano stati così suddivisi, secondo fonti del Gulf Daily News: 18 deputati appartenevano alle fila del maggiore partito sciita d’opposizione, al-Wafaq, 3 erano stati assegnati a membri di al-Asalah, partito sunnita di tendenza tradizionalista, 2 seggi andarono ai deputati di al-Minbar anch’esso sunnita ed affiliato alla Fratellanza Musulmana ed infine ben 17 poltrone sono state occupate da candidati indipendenti, tutti quanti di credo sunnita. Nonostante la popolazione sia composta per il 70% da musulmani sciiti, la minoranza sunnita controlla i gangli vitali del governo.

A ben vedere la votazione che ha avuto inizio sabato mirava a riempire proprio quei 18 seggi lasciati vacanti dai deputati di al-Wafaq. In segno di protesta verso le istituzioni e le violenze subite nel corso della cosiddetta “primavera araba”, i dirigenti del partito hanno ordinato il ritiro dei propri uomini, a significare l’inutilità della loro presenza nella camera bassa. Il ministro della Giustizia, Khalid bin Ali Al Khalifa, ha dichiarato orgogliosamente che il 51% dei votanti, ovvero circa 187.000 dei registrati, si è recato alle urne.

L’esito del ballottaggio dovrebbe favorire i candidati indipendenti che otterranno così la netta maggioranza. Considerando che i leader sciiti hanno invitato la comunità a boicottare le elezioni è plausibile ritenere che la loro presenza in Parlamento sarà ridotta, se non addirittura nulla. La tornata inoltre si è svolta nel bel mezzo di continui cortei di manifestanti che hanno tentato di rioccupare la blindata Piazza della Perla di Manama e con l’arresto di almeno 22 persone, colpevoli di aver scoraggiato le operazioni di voto. Il sito internet del partito al-Wafaq accoglie i suoi visitatori con lo slogan “no all’imbavagliamento” (la li-takmim al-afwah) e parla di “crimine organizzato” (jarima munazzama).

Uno dei dirigenti del movimento Khalil al-Marzuq, parlando ai microfoni della BBC ha invocato la necessità di un nuovo potere costituente e la ridefinizione del concetto di democrazia in modo che “la maggioranza possa scegliere cosa desidera dal sistema”. Lo stesso ha concluso asserendo che “il concetto di pluralismo politico democratico è chiaro, come lo è la pacifica alternanza ciclica al potere. Ove questi elementi mancano, c’è solo la dittatura”.

E se il Bahrein continua ad essere una pentola a pressione che stranamente non fa più notizia, il coverage dei più importanti media di domenica 25 settembre si è focalizzato sulla svolta, più apparente che reale, del regime saudita di concedere alle donne di partecipare alla vita politica. Cosa implica questa possibilità, che avrà inizio al prossimo appuntamento elettorale tra 4 anni, lo ha spiegato chiaramente il Re ‘Abd Allah: le cittadine del regno godranno del diritto di voto attivo e passivo, ovverosia oltre a recarsi alle urne saranno abilitate a presentarsi come candidate per gli organi assembleari municipali.

Del resto in Arabia Saudita detti organi periferici, ma non per questo meno importanti, sono gli unici ad essere collegati ai moduli della democrazia indiretta. La Majlis al-Shura di Riyadh, ciò che più si avvicinerebbe ad un Parlamento, è un organo monocamerale composto da 150 seggi ed introdotto nel 2000. Tutti i deputati sono nominati, piuttosto che eletti, ed il recente slancio d’apertura del sovrano dovrebbe ammettere anche rappresentanti di sesso femminile.

Due sono gli elementi che suscitano qualche disappunto: a) il timing e b) la contraddizione di fondo. Il rinnovo della Shura è stato annunciato per giovedì 29 settembre, come anche il rinnovo delle assemblee municipali. Per questi appuntamenti però le riforme annunciate non saranno ancora operative, sicché le donne otterranno quanto promesso soltanto tra 4 anni, a meno che il Re non eserciti il potere discrezionale di estendere la “legislatura”. Quanto alla contraddizione di fondo, essa si spiega in ragione del fatto che nel regno la donna continua a possedere uno status sociale inferiore all’uomo (semplicemente “diverso secondo natura” direbbe un fautore di questa visione del mondo).

Il neonato diritto di voto non è suffragato, ad esempio, da una uguale libertà di movimento, senza dubbio ristretta dal divieto per la cittadina di possedere una patente di guida. Eppure l’uguaglianza (musawa) costituisce, assieme alla giustizia (‘adl), lo zoccolo duro dei principi di diritto costituzionale islamico, tanto da essere stato consacrato dal Legislatore per eccellenza nella Shari’a ed essere penetrato all’articolo 8 della Legge Fondamentale saudita. Del resto, ha argomentato ‘Abd Allah, è proprio in nome dei valori islamici che alla donna è stato concesso il diritto di voto.

Il fine settimana appena trascorso ha visto lo svolgimento delle elezioni anche negli Emirati Arabi Uniti. Il Consiglio federale nazionale (Majlis al-Ittihad al-Watani) è l’organo assembleare delle sette monarchie formanti l’unione. È composto da 40 seggi, per metà occupati da deputati nominati e per metà da deputati eletti indirettamente in un unico collegio elettorale. Gli aventi diritto di voto sono appena 129.274 dei quali il 46% donne e 54% uomini. Dei 486 candidati in corsa, 85 erano di sesso femminile. Inoltre i 40 seggi sono così ripartiti, in ragione della dimensione degli emirati: Abu Dhabi e Dubai possiedono 8 seggi ciascuno, Sharjah e Ras Al Khaimah 6 a testa e ‘Ajman, Umm al-Quwayn and Fujayrah solo 4 per ognuno.

Se la presenza di donne, in passato, è stata garantita grazie alla prassi dei membri nominati, il dato più significativo di queste votazioni è arrivato da Umm al-Quwayn dove Shayka Ghanim al-Ari ha ottenuto il seggio. Non solo l’affluenza alle urne ha registrato un forte aumento rispetto alla tornata precedente ma per la prima volta il corpo elettorale ha espresso preferenza per un deputato donna. Quanto avvenuto si inscrive in un processo, lento e graduale, di allargamento e potenziamento degli organi rappresentativi dell’unione secondo Shaykh Muhammad bin Rashid Al Maktum, primo ministro e vice pesidente degli Emirati nonché Emiro di Dubai.

26 settembre 2011

Arabia SauditaBahrain,Emirati Arabi UnitiArticoli Correlati:

Impostazioni privacy