Afghanistan. Quanti soldati italiani rimarranno dopo il 2014?

Il 1° gennaio 2015, conclusa la missione Isaf, verrà dato il via al nuovo impegno della Nato in Afghanistan attraverso la “Resolute Support Mission”. Quale contributo darà l’Italia?

Sono circa 1.800 i militari italiani che rimarranno in Afghanistan a partire dal 2015: “Il numero preciso verrà stabilito nel corso di incontri tecnici con gli altri stati che partecipano alla missione”, ha spiegato oggi il ministro della Difesa Mauro. Del totale, almeno un terzo sarà costituito da unità di istruttori e addestratori di varia tipologia (componente terrestre e aerea).

È noto che la Nato, come concordato al vertice dei ministri della difesa dell’Alleanza atlantica il 4-5 giugno, concluderà l’attuale missione Isaf (International Security Assistance Force to Afghanistan) il 31 dicembre del 2014, ma rimarrà in Afghanistan ben oltre quella data.

La missione muta denominazione, entità, responsabilità e mandato. Ma non variano i principi regolatori di una presenza a lungo termine da tempo annunciata. Nella realtà si tratta di un cambio sostanziale dell’impegno militare e politico, in particolare per quei paesi che hanno dato la propria disponibilità ad assumersi oneri impegnativi.

Così sarà per gli Stati Uniti, nazione leader nelle operazioni militari e politiche condotte in Afghanistan, che assumerà la responsabilità dei futuri comandi militari delle regioni est e sud del paese; lo stesso sarà per la Germania, che ha confermato il proprio ruolo di comando nella regione nord, così come appare probabile l’impegno della Turchia nella capitale Kabul; e, infine, garantito il ruolo di comando di primo piano dell’Italia nell’area ovest.

A fronte di impegni internazionali e delle relazioni tra gli Stati membri dell’Alleanza, non poteva andare diversamente. La scelta dell’Italia non sorprende, né rappresenta un cambio di strategia dato il ruolo di rilievo in seno alla missione Isaf e l’impegno prolungato nell’area di Herat.

Se il compito dei componenti l’Alleanza atlantica è (anche) quello di addestrare gli oltre trecentomila membri delle forze di sicurezza afghane, l’Italia darà il proprio contributo attraverso i suoi “consiglieri militari”, nonostante i vertici militari siano sempre più preoccupati dal concreto pericolo degli attacchi ‘green on blue’, la minaccia interna delle reclute afghane che attaccano (e uccidono) i propri istruttori stranieri.

Ed è forse per questa ragione che l’impegno non si concentrerà sui livelli più bassi delle unità afghane (battaglioni e brigate), bensì su quelli elevati (corpi di armata) e meno esposti ai pericoli interni (il ché potrebbe essere letto come sostanziale ammissione di impotenza e incapacità nel contenimento della minaccia).

Perché un contingente di 1.800 uomini? Lasciamo che siano i numeri a dare una risposta alle possibili (e probabili) contestazioni che da più parti potrebbero arrivare in merito al nuovo impegno dell’Italia nell’Afghanistan post-2014. Perché a quei 500-700 consiglieri militari promessi dal nostro paese (e indispensabili per la condotta della missione) va aggiunta una componente logistica adeguata a sostenerne gli sforzi in un’area ad alta intensità operativa, così come è necessaria una parte deputata alla sicurezza della base principale (Herat) e del suo aeroporto.

Non può poi mancare la componente dedicata alla gestione del comando di una missione di livello internazionale; impensabile poter fare tutto ciò con una ridotta componente di supporto costituita da alcune centinaia di uomini, a meno che non si vogliano esporre le proprie truppe a rischi decisamente superiori.

Sull’opportunità di garantire il rispetto degli impegni internazionali, e in particolare delle missioni militari, il ministro Mauro ha aggiunto che “Ci sono delle condizioni in cui il ‘fattore deterrenza’ è necessario a contenere i conflitti e perseguire l’obiettivo della pace. Siamo da dieci anni in Afghanistan, ma anche da 20 anni in Bosnia e da 15 in Kosovo (sebbene in realtà gli anni siano 14!, nda).Nel 2014 la nostra missione in Afghanistan terminerà, ma è impensabile lasciare quel paese proprio nella fase di stabilizzazione democratica. Si debbono fare distinzioni, ma il tema della pace passa sempre attraverso l’obbligo della democrazia. L’Italia è chiamata a fornire elementi utili per trovare soluzioni di pace”.

Una dichiarazione di natura politica difficilmente sostenibile quella del ministro – la nostra missione non terminerà, come confermato dai fatti, mentre “pace” e “democrazia” sono obiettivi informalmente archiviati – , ma condivisibile nel merito e nelle ragioni di fondo.

In particolare, il fattore democrazia è l’ultimo degli argomenti in grado di preoccupare le cancellerie europee e l’amministrazione statunitense; va però tenuta in forte considerazione la questione delle elezioni presidenziali del 2014.

Manca meno di un anno all’elezioni del nuovo presidente afghano, un anno particolarmente delicato.

Per la prima volta dal 2001, l’Afghanistan avrà un nuovo presidente, un nuovo esecutivo e un nuovo parlamento (le elezioni parlamentari sono previste per il 2015): una transizione dei poteri che potrebbe avere significative ripercussioni sull’impegno e sulla presenza delle forze militari straniere che rimarranno sul suolo afghano, e conseguenze significative sul piano politico interno.

Non possono essere esclusi il rischio di guerra civile e una parziale o totale disintegrazione dello Stato afghano, in particolare a causa delle conflittualità più o meno latenti tra i gruppi di potere non-pashtun e quelli pashtun (tra i quali i taliban, tra l’altro coinvolti nel processo negoziale sostenuto dalla comunità internazionale).

A oggi rimangono alcune, poche, certezze: l’Afghanistan non è un paese pacificato, il processo democratico di stampo occidentale non ha raggiunto gli obiettivi essenziali prefissati, il narcotraffico si diffonde incontrastato, lo Stato è a un passo dal fallimento sostanziale, le sue forze di sicurezza non sono in grado di garantire il controllo del territorio e di contenere la capacità operativa dei gruppi di opposizione armata. Senza contare che la presenza dei taliban è radicata in oltre l’80% del paese.

Una missione fallita? Nella sostanza sì, Isaf non ha raggiunto i suoi scopi dichiarati, sebbene non manchino alcuni risultati positivi: la formazione di una società civile in continua fase di crescita, l’aumento del tasso di alfabetizzazione, un maggiore accesso ai servizi essenziali; certamente poco, ma non pochissimo.

Dunque, la nuova missione della Nato è una soluzione di compromesso basata sulla riduzione rilevante della presenza di soldati stranieri – ma comunque sufficiente per intervenire in maniera efficace ‘anche’ a sostegno delle forze afghane – a fronte della ristrutturazione dell’organizzazione militare di comando e controllo. In quest’ottica va riconsiderato il ruolo dell’Italia nel teatro afghano del 2015, e oltre: Italia-Afghanistan è un binomio confermato per i prossimi (10?) anni.

*Claudio Bertolotti, analista senior presso il Centro Militare di Studi Strategici e docente di “Società, cultura e conflitti dell’Afghanistan contemporaneo”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano.

Foto di ISAF Headquarters Public Affairs Office from Kabul, Afghanistan (20100302adf8246638_036.JPG) [CC-BY-2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

July 01, 2013di: Claudio Bertolotti*Afghanistan,

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