Reporters sans Frontières: la libertà di stampa ai tempi delle rivolte arabe
L’ong francese Reportes sans Frontières ha pubblicato la classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Per quanto riguarda il Medio Oriente ci sono delle sorprese: alcuni paesi hanno fatto balzi in avanti, altri sono precipitati indietro e qualcuno è rimasto al proprio posto, sordo ai venti di cambiamento. Sta di fatto che mai come nel 2011 l'informazione è stata così tanto legata a doppio filo con la democrazia.
di Maria Letizia Perugini
Un altro importante rapporto fa luce sull’anno appena trascorso, ponendo un accento particolare sulle vicende dei paesi mediorientali e nordafricani, che per il 2011 vengono definiti “motori della storia”, è la classifica stilata dall’ong francese Reporters sans Frontières in merito alla libertà di cui godono i giornalisti nel mondo.
Si tratta di un punto di riferimento molto interessante per avere un’idea di cosa è avvenuto e sta avvenendo realmente nei paesi delle rivolte. La libertà di stampa è un barometro quasi infallibile rispetto allo stato delle libertà pubbliche all’interno di un paese.
Lo stesso rapporto sottolinea che mai come nel 2011 la libertà di stampa è stata così tanto legata a doppio filo con la democrazia: “L’equazione è semplice: l’assenza o la soppressione delle libertà pubbliche implica automaticamente quella della stampa. I dittatori temono e vietano l’informazione, soprattutto quando li può indebolire”.
E la parola chiave individuata per l'anno appena trascorso è stata proprio “repressione”.
I giornalisti hanno spesso pagato cara la propria volontà di documentare la realtà dei popoli in rivolta, basti pensare ai cittadini-reporter che spesso hanno raccontato ciò che i media ufficiali non potevano o non volevano rivelare.
Scorrendo la classifica, la prima nota positiva che salta agli occhi è quella della Tunisia: il paese si è scrollato di dosso il sistema di controllo attuato dall’ex presidente Ben Ali e il cambiamento si è fatto sentire.
La Tunisia ha recuperato 30 posizioni. Resta comunque al 134esimo posto, segno che i nuovi governanti hanno ancora molto lavoro da fare.
Anche la Libia è risalita nel ranking, ma non è riuscita a superare la 154° posizione. Il Marocco resta praticamente al suo posto, perdendo 3 posizioni, le riforme concesse dall’alto non hanno sortito i risultati sperati dalla piazza.
L’Egitto invece perde molte posizioni, 39 per l’esattezza (166°): i governo dei militari in materia di libertà di stampa, sembra aver tenuto in piedi tutte le pratiche proprie dell’ex presidente Hosni Mubarak.
Altra performance negativa arriva dall’Iraq, che si attesta alla 152° posizione (ne ha perse ben 22), avvicinandosi in modo inquietante al posto che occupava nel 2008.
Tra gli ultimi in classifica, accanto alla Cina e al “tridente infernale” Eritrea-Corea del Sud-Turkmenistan, troviamo molti paesi dell’area mediorientale: il Bahrein è sceso al 173°, perdendo 29 posizioni per l’implacabile repressione dei movimenti democratici e i numerosi processi intentati contro gli attivisti.
Peggio, tra i paesi della regione, hanno fatto solo Siria e Iran.
Secondo il rapporto in Siria "la censura assoluta, la sorveglianza generalizzata, la violenza cieca e le manipolazioni del regime hanno reso impossibile il lavoro dei giornalisti".
Infine l’Iran, in cui "la repressione e l’umiliazione dei giornalisti sono stati eletti da molti anni a cultura politica del paese".
C’è poi un Stato che nel rapporto viene associato a quelli europei, ma che in questi ultimi 12 mesi ha perso 10 posizioni, fermandosi alla 148°, la Turchia. Anche qui le riforme promesse non sono state attuate e la giustizia si è lanciata in un attacco senza precedenti contro i giornalisti, come non accadeva dalla caduta del regime militare.
2 febbraio 2012
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