Turchia: “Pentole in piazza finché non cesserà la violenza di Stato”

Intervista a D., una delle tante ragazze turche ferite negli scontri con la polizia, mentre protestava contro quello che definisce il suo nuovo “dittatore” e la politica proibizionista del partito al potere.

foto* di Silvia Pagliacci di Marcello Canepa

Quando iniziano davvero le proteste?

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione del premier Erdoğan di smantellare “Gezi Park” per fare posto a un centro commerciale. Da notare che l’edificio fu demolito nel 1940 ed oggi, a distanza di 63 anni, la sua ricostruzione rappresenterebbe l’ennesima riprova della chiusura imposta dal premier.

Il 31 maggio, primo vero giorno di scontri, siamo stati testimoni e vittime della repressione della polizia che, dopo un uso esagerato di gas lacrimogeni, ci ha costretto ad un graduale abbandono del parco.

In seguito ai primi tafferugli la battaglia si è spostata nel quartiere di Besiktas che per tre giorni si è trasformato in un vero e proprio campo di battaglia.

Raccontaci del tuo incidente.

Lunedì ero appunto a Besiktas, quando ho deciso di recarmi a Taksim dove un migliaio di persone stavano pulendo la piazza. Improvvisamente, e oserei dire senza motivo, la polizia ci ha attaccato con lacrimogeni e autobotti.

I getti d’acqua erano davvero forti e il gas ha reso la zona irrespirabile. Nella mia borsa avevo alcuni medicinali e ho provato ad aiutare le persone intorno a me, ma la polizia ci ha attaccato per la seconda volta.

Eravamo meno di una decina e mi hanno colpito rompendomi la mano. L’istinto mi ha portato ad aggredire chi mi aveva reso un facile bersaglio, però grazie al supporto di alcuni amici ho raggiunto l’ospedale da campo attrezzato alla Bahcesehir University dal quale, dopo le cure di primo soccorso, sono stato mandata alla struttura (privata) di Nisantasi.

Premettendo che le spese sono state coperte dal governo in funzione di una legge ipocrita, il giorno dopo mi sono recata presso una stazione di polizia per registrare l’accaduto. La situazione era surreale.

Mentre da una parte gli agenti si mostravano gentili e comprensivi, dall’altra parte mi hanno accusata di essere una ‘ribelle’ difendendo l’operato dei loro colleghi.

Quali sono le ‘direttive’ di Taksim?

La rivolta ha l’obbligo di continuare fino al momento in cui la polizia non smetterà di usare la forza contro di noi. Da parte nostra, e leggendo le notizie che grazie alla rete hanno raggiunto il mondo, non siamo più disposti a sottostare alle decisioni di un governo sempre meno interessato al parere dei propri cittadini.

La polizia ci attacca senza ragione, noi non siamo armati e i lacrimogeni ci stanno uccidendo. Come se non bastasse i pestaggi ‘gratuiti’ sono ormai all’ordine del giorno mentre il nostro scopo era quello di protestare pacificamente. Questa era la nostra intenzione e questo continueremo a fare.

Cosa accadrà dopo?

Sono molto realista e non mi aspetto grandi cambiamenti. Purtroppo conosco bene i miei governanti e sono consapevole che non sono disposti ad un’inversione di rotta.

Al momento lotto con la consapevolezza che queste manifestazioni saranno capaci quantomeno di far cambiare l’attitudine di Erdoğan e dei suoi ‘tirapiedi’ nel rapporto con i propri elettori e, dettaglio sicuramente più importante, fra meno di un anno ci saranno le elezioni e sono sicura che l’attuale premier non sarà nella posizione di vincerle.

Quando la violenza terminerà, saremo finalmente in grado di far sentire la nostra voce ed allora Erdoğan non potrà più nascondersi dietro un dito perché quello che sta succedendo oggi non è un episodio isolato ma, come dimostrano le migliaia di persone scese in piazza ad Ankara, Izmir, Adana, Hatay e in molte altre città, è l’espressione di un malcontento che nasce da mesi di privazioni e giri di vite.

Cosa chiedete al governo?

In primo luogo, Erdoğan ha l’obbligo di ‘scusarsi’ per il suo comportamento. La sua arroganza è inaccettabile, soprattutto da una persona che nel 2002 aveva promesso di essere dalla nostra parte mentre oggi sta dimostrando la sua vera natura.

Io voglio vivere in un paese libero, senza la pressione della polizia e voglio farlo nel paese che amo. Quello che il primo ministro sta provando a fare è portare la Turchia verso un sistema dittatoriale, accentrando il potere nelle sue mani e celandosi dietro una democrazia fatta di privatizzazioni.

Inequivocabili sono le leggi per le quali ogni famiglia deve avere avere tre bambini, così come le nuovi disposizioni sull’aborto, i continui cambiamenti al sistema scolastico e in modo minore i divieti attorno al consumo di alcolici dopo le dieci di sera.

Quali gli ultimi sviluppi di piazza Taksim e quali le tue paure.

Negli ultimi due giorni la situazione sembra essersi calmata, almeno per quanto riguarda le ora diurne. Con il calare della sera, e ‘l’arrivo delle pentole‘, la tensione aumenta e nelle ultime due notti gli scontri sono stati davvero terribili.

La polizia attacca durante la notte perché con il favore del buio riescono a mimetizzarsi meglio e, mentre di giorno gli arresti sono minimi, nella notte salgono vertiginosamente. Le mie paure sono principalmente due. La prima è che dopo il sostegno arrivato dal governo, i corpi di polizia vengano investiti da un’ondata di onnipotenza e cominciano ad usare le armi contro di noi.

La seconda è prettamente legata ad un fattore geopolitico. Hatay si trova al confine tra la Siria e la Turchia. Le tensioni tra sunniti ed alawiti che da anni interessano l’area, già altamente precarie a causa dei disordini siriani, oggi sono messe a dura prova da quanto sta accadendo.

D’altro canto, sempre a causa della sua posizione strategica, lo scoppio della rivolta ad Hatay potrebbe essere il pretesto per lo scoppio di una guerra tra i due Stati.

* trad.della scritta: “Il gas lacrimogeno è una cosa bellissima”

Foto di Fausto Capurro da Ankara

June 6, 2013

Turchia,

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