“The land between”: sognando l’Europa tra Spagna e Marocco

“The land between” è un film, ma soprattutto un documentario: è il risultato di 8 mesi che il regista ha trascorso fra i monti Gourougou, una “terra di nessuno” in cui vivono, invisibili, migliaia di migranti. Sognando l’Europa, e un futuro migliore.

The land between” (2014, 76 minuti), la “terra di mezzo” che ci racconta l’australiano David Fedele nell’omonimo documentario, può essere individuata in più luoghi contemporaneamente.

Territorialmente si parla di Nador, cittadina marocchina a due passi dall’enclave spagnola di Melilla. Ma appunto, la terra di mezzo è anche quest’ultima, fisicamente situata tra i due continenti, Africa ed Europa, a conferma di come la separazione del Mar Mediterraneo non sia l’unica.

In questo lembo della costa nordafricana c’è tuttavia un’altra terra che può essere considerata “di mezzo”: i monti Gourougou, boschi e foreste che arrivano a toccare i 900 metri di altitudine e sorgono a nord-ovest di Nador e a sud-est di Melilla.

Incastrati tra le due entità urbane, i monti Gourougou sono in realtà un terra di nessuno. Perché ad abitarli sono persone che per le autorità marocchine – come per quelle spagnole ed europee, finanziatrici della tripla barriera di filo spinato che separa Melilla dal resto dell’Africa – non esistono.

O meglio, esistono soltanto nel momento in cui queste persone – migliaia di migranti provenienti da paesi sub-sahariani – si rivolgono a loro per richiedere l’ingresso nel mondo della “libertà, del successo, dei diritti”.

E’ così che l’Europa viene vista da Yacou, Aicha e i suoi tre bambini e da tutti i migranti intervistati dal regista. Con un senso di ammirazione per il Vecchio Continente che però si scontra con la durissima realtà fatta di barriere, raid notturni, percosse e brutalità di ogni tipo, che mirano a respingere sempre di più i migranti.

Per questo “non esistono”, rimanendo tra le foreste, lontani dalla normalità urbana circostante, ancora di più dall’Europa, che non li vede e non li sente.

Il film si apre con le immagini riprese da una telecamera di sicurezza, di cui l’autore è venuto in possesso grazie a “Live Leak”, che mostrano letteralmente un fiume umano che attraversa la tripla recinzione di Melilla di notte. Il seguito è tutto un ripetersi di testimonianze degli “abitanti” di Gourougou:

“La vita qui è impossibile. L’altro giorno hanno preso le nostre donne e le hanno violentate, ci hanno rubato tutto, telefoni, soldi. Tutto. Per questo non vogliamo più stare qui e andare in Europa”.

“Ho lasciato il Mali perché lì vivevo di agricoltura, e a causa della siccità si guadagna molto poco. Ho scelto di andare in Spagna perché è il posto più ricco e più vicino. E’ difficile arrivarci, ma un giorno ci riuscirò”.

“Oggi è morto mio fratello, a causa delle ferite che gli ha lasciato la Guardia (la Guardia Civil, corpo militare spagnolo di stanza a Melilla, ndr). Aveva un’emorragia interna, e in ospedale non gli hanno voluto fare la radiografia. Ecco come veniamo trattati. Avete il dovere di saperlo, guardate quello che ci fanno!”

“Insieme ai miei amici gioco sempre a calcio, e il nostro sogno è quello di arrivare in Europa e giocare nel Real Madrid o nel Barcellona. Un calciatore in Europa guadagna tanto, per questo voglio farlo anch’io”.

Sono questi i pensieri, le speranze, i gridi d’allarme di “The land between”: i migranti dei monti Gourougou hanno l’unico sogno di entrare in Europa saltando le recinzioni altamente militarizzate di Melilla.

Il film documenta la quotidianità di questa lunga, esasperante attesa fatta di violenze, e cerca una risposta a domande di carattere universale: come e perché si è pronti a rischiare la propria vita, lasciando il proprio paese, la famiglia e gli amici, in cerca di una vita migliore?

L’aspetto sicuramente più interessante, il punto di forza del documentario, è il modo in cui queste risposte vengono cercate: in modo onesto, chiaro, netto.

Senza intermediazioni di musiche, effetti speciali, flashback. Niente di tutto ciò: “The land between” è il risultato di 8 lunghi mesi che Fedele ha trascorso nelle foreste di Gourougou insieme ai migranti, ritraendone tutto ciò che consiste della loro vita quotidiana.

Il cibo recuperato nella spazzatura e lavato minuziosamente, tanto da sembrare “migliore di quello del supermercato”; pentole, tende, vestiti di fortuna, acqua in bidoni riutilizzati più volte; ma anche un pallone da calcio, la riunione per la preghiera che serve per “risollevare il morale, riorganizzarsi strategicamente per attraversare le barriere e affrontare la Guardia”, le giornate passate in comunità.

Guardando il film l’impressione che si ha è che non ci sia termine più indicato come quello di “documentario” per definirlo: le scene che si ripetono non sono altro che una fedele e precisa documentazione di una realtà drammatica che l’Europa non vuole vedere.

Così come rifiutano di entrare nello schermo alcuni migranti, che considerano le riprese di Fedele un’occasione per arricchirsi sulla loro pelle. La telecamera riprende anche questo, senza peli sulla lingua né alcun tipo di filtro.

Dopo aver partecipato e vinto il premio come miglior documentario al FIFE (International Environment Film Festival) de l’Ile de France, “The land between” sarà proiettato per la prima volta in Italia il 1° giugno al Festival della Montagna di Cuneo.

Un’occasione, secondo gli organizzatori, “per tornare a leggere quei “segnali di fumo” che si alzano dalle nostre montagne, come dalle montagne di ogni parte del mondo e che ci parlano, noi crediamo, non soltanto di vecchie credenze, saggezza antica e tradizioni ma anche di nuove energie, progetti e idee originali, produzioni innovative. Insomma di un nuovo orizzonte che può cambiare le nostre vite”.

Se tale è la descrizione del Festival, allora non potrebbe esserci contesto migliore per questo documentario, che dai monti Gourougou manda importanti segnali di fumo che non possono più essere ignorati.

Alla fine della produzione del film Aicha e i suoi figli sono stati arrestati, e attualmente sono nel carcere di Berkane, 80 km circa ad est di Nador. Yacou invece continua a sognare di raggiungere Melilla e l’Europa, e i raid militari sui monti Gourougou si sono intensificati. L’Unione Europea, nel frattempo, continua a finanziare i programmi di “regolamentazione” delle migrazioni in Marocco.

Nei titoli di coda il regista sottolinea la presenza di due colonne sonore, “Black System” di Ismael Isaac e “Ouvrez les frontières” di Tiken Jah Fakoly. Si tratta di due delle tante canzoni improvvisate a ritmo di rap nei momenti quotidiani di relax e stanchezza in cui i migranti cercano di darsi man forte, con una nota azzeccata o una preghiera rivolta a Dio.

Ultimo appunto: il film è dedicato a tutti coloro che vivono e sono passati per i monti Gourougou.

May 25, 2014di: Stefano Nanni Video: Articoli Correlati:

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