Palestina. Le rose rosse di Gaza

Sei mesi dopo la fine dei combattimenti a Gaza, la popolazione palestinese resta sottomessa ad un doppio assedio: quello di Israele e quello delle autorità egiziane. Nessuna delle promesse fatte per la ricostruzione della Striscia è stata mantenuta. I palestinesi possono scegliere tra diversi modi di morire. Più o meno lenti.

E’ il 14 febbraio e il giorno di San Valentino si svolge in modo non abituale a Gaza. Le strade della città sono animate, il colore rosso domina, come se la festa dell’amore avesse ridato senso alla vita, almeno per un giorno.

I fiorai hanno preparato le rose e i regali, timidamente e senza ostentazione, per timore delle ronde dei salafiti che ogni anno fanno il giro dei negozi per vietare questa festa.

Per l’occasione, Abou Mahmoud, 32 anni, ha fatto scorta di 140 orsetti di peluche e 1.200 rose rosse, che ha lasciato all’interno della bottega per evitare che i salafiti vengano a fargli un corso intensivo di religione.

Alla fine della giornata, però, le scorte erano esaurite: come se Gaza fosse stata assetata d’amore.

I salafiti non hanno effettuato le loro ronde, gli agenti di polizia non sono intervenuti come d’abitudine per vietare il colore rosso: quasi come se si fossero misurati con lo sconforto che vivono gli abitanti di Gaza dalla fine della guerra dell’estate 2014, e avessero finalmente deciso di chiudere un occhio.

Questa è Gaza, con le sue contraddizioni.

Ma la mattina del 15 febbraio la vita è ripresa con i suoi tratti sinistri, i volti sono tornati quelli di sempre.

Come se la gioia apparente non fosse stata che uno spettacolo teatrale, giocato su un immenso palco allestito in tutta la città, creato all’occorrenza per quella circostanza. Il trucco si è sciolto, all’alba.

Disperazione quotidiana

I tanti problemi che vivono gli abitanti della Striscia hanno riconquistato la scena. L’elettricità viene interrotta per 12 ore al giorno e bisogna fare i conti con la chiusura del valico di Rafah. Dopo la caduta del presidente egiziano Morsi, nel giugno 2013, in effetti la chiusura è stata pressoché permanente, e i giorni in cui il valico e stato aperto si contano sulle dita di una mano.

Il pagamento dei salari di 40mila funzionari del vecchio governo di Hamas è stato sospeso da luglio. Allo stesso modo, i funzionari dell’Autorità Palestinese a Gaza non ricevono che il 60% dei loro stipendi, in seguito al prelievo da parte di Israele delle tasse sulle somme erogate all’AP.

E, per coronare il tutto, i progetti di ricostruzione sono stati interrotti in seguito al fallimento dell’accordo di riconciliazione intra-palestinese.

Gaza attraversa un periodo di disperazione collettiva. Secondo Ahmad Youssef, dirigente di Hamas, “il paese è in una fase complessa, caratterizzata dalla crisi. Gaza continua a sognare la riconciliazione, di poter vedere un governo basato sul consenso nazionale riprendere il suo ruolo in modo adeguato, e attende un’agenda politica per il ristabilimento dei salari e la ricostruzione. Sfortunatamente, riusciamo appena a restare a galla”.

E aggiunge che a causa della divisione tra fazioni e dell’interruzione dei lavori di ricostruzione, la situazione è al degrado, e la vita quotidiana ogni giorno più difficile.

I cittadini di Gaza pensavano che la fine della feroce guerra dell’estate scorsa avrebbe significato anche la fine di quel calvario.

O, almeno, questa era la convinzione di Hamas, per cui quella guerra avrebbe dovuto sfociare nella ricerca di una soluzione alla crisi regionale, in modo particolare dopo la caduta dei Fratelli Musulmani in Egitto. Ma è accaduto esattamente il contrario.

La sofferenza degli abitanti della Striscia è ancora più profonda: quella delle famiglie dei martiri per le perdite subite; per tutti gli altri, il dover vivere in oltre 20mila abitazioni ridotte in macerie.

Un disastro che avrebbe bisogno di decine di anni per essere ricomposto, senza contare le centinaia di famiglie che continuano a vivere nelle scuole dell’Unrwa, o di quelle ancora ospitate presso i parenti.

Watan Sukkar, 31 anni, viveva con la moglie e quattro figli in una classe di una delle scuole dell’Unrwa nel campo di Al-Shate. Racconta: “Non abbiamo soldi per affittare un appartamento, quindi abbiamo vissuto qui per 6 mesi, finché non ho potuto trasferirmi a casa di mio padre, due settimane fa”. Sukkar ha perso la sua casa nei bombardamenti sul quartiere di Shejaya. Nella classe in cui ha vissuto con la famiglia aveva solo dei materassi, e la fonte d’acqua corrente più vicina era a 200 metri.

Gli abitanti di Gaza hanno conosciuto diverse forme di morte nel corso di 8 anni di assedio. Sanno bene che possono morire per via dei bombardamenti, delle incursioni di terra, o negli incendi causati dalle candele per via della mancanza di elettricità.

Oppure per l’attesa prolungata ai valichi prima di raggiungere un ospedale. Si può anche morire di freddo, come i quattro bambini morti a gennaio, o annegare in un barcone che trasporta migranti illegalmente, come chi è sparito nel mare il 6 settembre 2014, nel tentativo disperato di crearsi un altro destino.

Alcuni di questi candidati all’esilio, invece, sono morti soffocati nei tunnel dati alle fiamme tra Gaza e il Sinai.

Povertà e mancanza di sicurezza

Secondo Khalil Chahine, del Centro palestinese per i Diritti umani (PCHR), Gaza ha raggiunto un tasso di povertà senza precedenti, accentuato dalla decisione dell’Unrwa di sospendere gli aiuti alle vittime della guerra a causa della mancanza di fondi.

Il degrado della situazione va di pari passo con una serie di attentati che sono stati organizzati con l’obiettivo di colpire i militanti di Fatah, le associazioni e i centri culturali, come il Centro culturale francese (CCF).

Le autorità di polizia, ancora controllate da Hamas, avevano annunciato l’apertura di alcune inchieste, ma non sono giunte per il momento ad alcuna conclusione, se non che si tratta di azioni compiute da ignoti. Ahmad Youssef è convinto che le condizioni di insicurezza siano legate al fallimento della formazione di un governo di unità nazionale, e di un ministero dell’Interno senza budget, che non può agire in modo efficace.

Da parte sua, Chahine stima che la situazione peggiorerà se non ci sarà la volontà politica di arrivare ad un punto, e che si tratterà di una nuova argomentazione utilizzata da Hamas per fare pressione su tutte le forze in campo.

Gaza è attraversata da tensioni contraddittorie.

Un evento recente lo ha rivelato: mentre si svolgeva una fiaccolata davanti a CCF di Gaza in solidarietà con i giornalisti di Charlie Hebdo uccisi a Parigi, un altro ne è stato immediatamente organizzato dai gruppi salafiti in protesta contro le caricature del Profeta, in cui le bandiere dello Stato Islamico sventolavano e quelle francesi venivano bruciate.

*La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da OrientXXI, ed è disponibile qui. La traduzione dal francese è a cura di Cecilia Dalla Negra.

February 01, 2015di: Asmaa Al-Ghoul per OrientXXI*Egitto,Israele,Palestina,

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