Nakba: la catastrofe che continua

Scontri e proteste hanno segnato la rituale celebrazione della Nakba, “la catastrofe” costata il 15 maggio 1948 l’espulsione di massa e la deportazione di circa ottocento mila palestinesi dalle proprie case, villaggi e città.

Alle migliaia di palestinesi accorsi nelle strade e nelle piazze per manifestare il proprio diritto al ritorno, nella striscia di Gaza cecchini dell’esercito israeliano hanno risposto colpendo alle gambe tre gazawi con proiettili calibro 22.

In Cisgiordania pallottole di gomma, granate stordenti e candelotti lacrimogeni hanno ferito una decina di persone.

Nel villaggio Huwwara a est di Nablus il reporter palestinese Nidal Ishtayeh, collaboratore dell’agenzia di stampa cinese Xinua, è stato raggiunto da un proiettile di gomma in pieno volto e rischia di perdere la vista da un occhio.

A Ni’lin, villaggio isolato dai terreni agricoli con la costruzione del muro, attivisti dell’International Solidarity Movement hanno riportato l’uso massiccio e spropositato di lacrimogeni e proiettili di gomma contro la marcia di circa cinquecento persone.

Dure proteste sono state registrate anche presso il famigerato carcere di Ofer situato tra Ramallah e Beitunya, divenuto tristemente celebre sia per le degradanti condizioni di detenzione riservate anche ai bambini sia per l’uccisione di due giovanissimi manifestanti nel giorno della Nakba nel 2014 ripreso dalle telecamere e mostrato in tutto il mondo.

Nadim Nuwara, 17 anni, e Muhammed Abu Thahr, 16 anni, furono colpiti a freddo, a scontri con l’esercito israeliano ormai terminati.

Al termine della tradizionale preghiera pubblica di mezzogiorno del venerdì sacro per l’Islam, il ricordo di quella che viene ridefinita “ongoing nakba”, la catastrofe permanente, ha coinvolto le principali città della West Bank.

A Ramallah, Jenin, Betlemme e Nablus decine di cortei hanno visto affiancarsi bandiere palestinesi alle tradizionali bandiere nere, simbolo del diritto al ritorno. Palestinesi più o meno giovani hanno marciato con le chiavi originali delle abitazioni che i loro genitori furono costretti ad abbandonare.

“Non è la commemorazione di un evento storico – ripetono i palestinesi – né un momento del nostro passato, ma il nostro presente”.

A 67 anni di distanza i campi profughi sparsi tra la Cisgiordania, Gaza (dove si calcolo circa l’80% della popolazione siano rifugiati) e il resto del mondo esistono ancora.

Per lo storico israeliano Ilan Pappe il 1948 segna l’avvio della pulizia etnica della Palestina, una strategia pianificata dai leader del movimento sionista come David Ben Gurion e delegata alle azioni terroristiche dell’Irgun e dell’Haganah, formazioni militari ebraiche estremiste che nel corso della prima guerra arabo-israeliana rasero al suolo interi villaggi compiendo massacri e crimini di guerra.

Come la strage di Deir Yassin compiuta il 10 aprile del 1948. Secondo le direttive del servizio di intelligence dell’Haganah ogni villaggio veniva ridefinito obbiettivo militare in quanto base nemica e i suoi abitanti, nella loro totalità, eliminati.

Un progressivo progetto di disumanizzazione che portò i membri dell’Irgun guidati dal futuro primo ministro israeliano Menachem Begin al massacro di duecentocinquanta vittime inermi nel piccolo villaggio a est di Gerusalemme.

Accanto alle barbarie prese vita un progetto di deportazione di massa che vide il trasferimento coatto di intere famiglie caricate su camion, barche e trattori. Prima dalle città, sedi commerciali e culturali, infine i villaggi agricoli con pochi abitanti ma molta terra.

Nonostante l’Assemblea Generale dell’Onu approvò l’11 dicembre 1948 la risoluzione 194 per la smilitarizzazione dei territori e il ritorno dei profughi, le direttive vennero totalmente ignorate.

Negato il diritto il ritorno, dal 2011 il governo israeliano ha deciso di negare il diritto al ricordo.

Con una legge ad hoc, la “Nakba law”, il parlamento israeliano ha di fatto approvato sanzioni economiche nei confronti di tutte quelle organizzazioni che operano per celebrare il giorno dell’indipendenza e della nascita di Israele come la giornata della memoria.

Ignorando la violazione di un basilare diritto di espressione, la Suprema corte di giustizia israeliana ha respinto nel 2012 una petizione che rimettesse in discussione la legge.

In risposta alle politiche revisioniste messe in atto dal governo israeliano, l’organizzazione non governativa israeliana Zochrot (“ricordo” in ebraico) si batte per la promozione della conoscenza delle atrocità e ingiustizie commesse nel corso dei rastrellamenti ha da poco realizzato un applicazione per smarthone.

Con “INakba”, scaricabile gratuitamente, è possibile rivisitare con fotografie e documenti originali la mappa delle espulsioni e delle deportazioni.

Secondo le stime ufficiali delle Nazioni Unite i discendenti della Nakba sono oggi circa quattro milioni e mezzo di rifugiati. Ma non tutti hanno completamente abbandonato le loro terre.

Come ricorda Il manifesto nel piccolo villaggio di Kufr Bi’ren, a pochi chilometri dal Libano, da circa due anni i profughi sono tornati a vivere tra le macerie delle loro vecchie case.

Nonostante l’Israel Land Authority e l’esercito intervenga con confische, raid militari e arresti, ogni giorno almeno un centinaio di persone ricostruisce Kufr Bi’ren, per ribadire che la Nakba non è un fatto storico assodato ma un diritto per il quale battersi ancora oggi.

Foto di ISM Palestine, in CC via Flickr.

May 17, 2015di: Alessio MarriPalestina,

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