Marocco e miniere, sviluppo o disastro ambientale?

Con un’incidenza sul Pil del 6% e quasi 35 mila posti di lavoro assicurati, l’industria mineraria fa sentire tutto il suo peso sull’economia del regno. L’altra faccia della medaglia: le ricadute negative sulle città e sulle popolazioni che abitano attorno ai siti di scavo. L’inchiesta del giornale marocchino Lakome.

di Tarik Hari – traduzione e foto di Jacopo Granci

A pochi chilometri da Khouribga, verso Mfassis, il paesaggio assume una tonalità di grigio e il sole sembra quasi offuscarsi mano a mano che ci si avvicina alla borgata.

Nessun segno di vita proviene dalle case sparpagliate qua e là.

Di tanto in tanto soffiano raffiche di vento che sollevano un alone di sabbia e polvere. Da dove viene? Dalla centrale di lavaggio dei fosfati situata a Mfassis, la più importante della regione.

“Siamo abituati ormai a questi nuvoloni di polvere che provengono dalle fabbriche dell’OCP (Office chérifien des phosphates). Sappiamo che contengono particelle chimiche nocive ma non possiamo farci niente, è il nostro destino”, spiega Ahmed, un giovane abitante del villaggio che lavora negli impianti di Mfassis.

Sulla trentina, nonostante sembri più vecchio, viso pallido e occhiaie profonde, Ahmed protesta contro questa situazione, ma è evidente che non si tratta della sua prima preoccupazione.

“Lavoro all’OCP come stagionale. Il mio tormento più grande – riconosce l’operaio – è quello di ottenere un contratto a tempo indeterminato. E’ il solo modo che ho per guadagnarmi da vivere”.

Pertanto i danni ambientali prodotti dallo sfruttamento del minerale non hanno nulla di secondario.

“L’industria mineraria è, per definizione, un’attività estremamente inquinante a causa degli scarichi solidi, liquidi e gassosi che essa genera, ma anche a causa della distruzione di terre fertili e coltivabili, dell’ecosistema in generale”, informa Abdelaziz Adidi, direttore dell’Institut national de l’aménagement et de l’urbanisme (INAU) e autore di diverse opere sull’argomento.

“Il fosfato mi uccide!”

Il tema del degrado ambientale nelle zone di estrazione dei fosfati resta un segreto di Stato, un argomento bloccato dal sigillo della “confidenzialità”.

Con un’incidenza del 3,5% sul Pil e il 25% delle esportazioni, i danni collaterali dell’OCP passano sotto silenzio. Tuttavia, dopo circa un secolo di sfruttamento della materia prima, i risultati sul territorio sono inquietanti.

Basta fare un giro nella regione di Khouribga per rendersene conto…

Sulla strada dissestata che collega Mfassis a Boujniba, per più di quindici chilometri, uno strato giallastro ricopre i terreni circostanti. I campi di grano, da queste parti, si contano sulle dita di una mano. “Qui le terre sono sterili.

Qualche contadino si ostina ancora a seminare, ma la maggior parte ci ha rinunciato”, confida Ahmed, la nostra guida.

I terreni coltivabili sono stati semplicemente distrutti. “Per ragioni di competitività e per ridurre i costi, l’OCP ha optato per il sistema di estrazione a cielo aperto. Questa tecnica deturpa il paesaggio, tanto più che l’azienda non ha l’obbligo – come è il caso in Europa o in America del nord – di riabilitare i terreni una volta esaurito lo sfruttamento.

A ciò bisogna aggiungere che il trattamento ‘umido’ del minerale necessita di enormi quantitativi d’acqua i quali, dopo essere stati corretti con sostanze sterilizzanti e nocive, vengono rilasciati nei fiumi o in laghetti artificiali, andando ad impregnare il terreno e ad inquinare la falda sottostante” spiega Abdelaziz Adidi.

Risultato: molti agricoltori della zona hanno fatto le valige per andare a guadagnarsi da vivere sotto altri cieli, i più emigrando sull’altra sponda del Mediterraneo.

“Gli abitanti della regione in origine erano contadini, ma il degrado dell’ambiente ha reso impossibile questa attività. Le terre non danno frutti e i greggi muoiono in poco tempo. Inoltre l’OCP ha espropriato la maggioranza dei terreni con contropartite monetarie ridicole”, fa sapere Abdellah, abitante del piccolo villaggio di Hattane.

Secondo un’inchiesta realizzata nel 1985 dall’autorità del villaggio, circa 1500 persone – ossia 150 famiglie proprietarie di parcelle o appezzamenti – hanno lasciato definitivamente il territorio comunale.

Con quale destinazione?

“Alcuni sono andati a lavorare come braccianti nelle pianure attorno a Tadla. Altri si sono trasferiti nelle grandi città in costruzione per cercare un impiego nei cantieri”.

Ma non è questo l’aspetto più drammatico. Ci sono i problemi di salute di cui soffrono gli abitanti della zona, “a causa dei fosfati”. “I nostri denti cadono in poco tempo, alcuni bambini nascono deformi, senza entrare nel merito delle malattie ‘professionali’, di cui l’azienda non vuol nemmeno sentir parlare”, si lamenta Aicha, una giovane operaia del settore.

Non è un caso, si dice da queste parti, se l’OCP (o le autorità locali) non abbia mai realizzato uno studio per smentire o confermare le accuse lanciate dagli abitanti. Contattato più volte, il colosso nazionale dei fosfati non ha voluto rilasciare spiegazioni in merito.

Sul suo sito web il gruppo assicura però che la protezione dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile restano due fattori al centro della sua strategia.

“A Khouribga e Youssoufia l’OCP utilizza dei sistemi di lavaggio dei fosfati dotati di moderni sistemi di riciclaggio”, inoltre la conduttura che entrerà in funzione nel 2013 tra Khouribga e Jorf Lasfar dovrebbe “ridurre l’emissione di anidride carbonica di 900 mila tonnellate all’anno”. […]

Questi sforzi rimangono comunque “insufficienti – secondo Abdelaziz Adidi – e gli scavi lasciati dallo sfruttamento a cielo aperto condannano per sempre la produttività dei terreni. Si tratta di una distruzione della topografia naturale e, in mancanza di un serio lavoro di recupero dei siti esauriti, non bisogna aspettarsi niente di buono”.

La miniera dei giorni andati

Cambio di rotta. Direzione Jerada, circa 60 km a sud di Oujda e a 612 km di distanza da Casablanca. Alle 9 e trenta di mattina la città sembra andare al rallentatore. I pochi caffè aperti accolgono i primi clienti.

“I tempi sono cambiati, fino a qualche anno fa l’attività era a pieno regime. Ma dopo la chiusura della miniera la città è entrata lentamente in ibernazione”, racconta il tassista all’ingresso del centro urbano.

La città, sorta nel 1927, deve la sua esistenza ai ricchi giacimenti di carbone del sottosuolo. Per decenni il suo sviluppo è andato di pari passo con l’aumento dell’attività estrattiva. Le ciminiere, che puntano verso il cielo liberando fumate nere, hanno fatto parte a lungo del paesaggio cittadino.

Il progressivo esaurimento dei filoni, i costi di estrazione sempre più elevati e la caduta del prezzo del carbone sul mercato internazionale hanno spinto le autorità – nel 2001 – a chiudere le miniere che circondano Jerada. Di conseguenza circa 7 mila operai – la maggior parte malati di silicosi – si sono ritrovati senza lavoro.

Ma la storia non è finita qui.

La città continua a subire le ricadute negative un tempo ignorate. Dopo decenni di sfruttamento, una grande quantità di rifiuti fossili e altri materiali sono stati ammassati in pieno centro urbano. “Le miniere, ormai inattive, ci hanno lasciato un ricordo ingombrante: più di cinque montagne di scarti che emanano fumi nauseabondi”, ironizza Mohamed Taayounit, presidente dell’associazione Tafaoul per l’ambiente e lo sviluppo.

Le gallerie, in effetti, sono state chiuse senza nessun piano di riabilitazione o di recupero. “La miniera di antracite di Jerada contiene dal 2 al 5% di pirite ed ha prodotto tra i 15-20 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, stoccati nel perimetro urbano in cui vivono oltre 65 mila abitanti. I cumuli di scorie degradano il paesaggio e sono all’origine dell’instabilità dei terreni che provoca erosione e smottamenti. Inoltre gli scarti della miniera contengono prodotti chimici nocivi”, spiega Mounia Battioui, biologa e autrice di una tesi in merito.

“Uno dei problemi cruciali è la produzione di drenaggio minerario acido: le precipitazioni di acqua piovana, provocando l’ossidazione dei solfuri di ferro contenuti nelle ‘discariche’ determinano una contaminazione delle acque superficiali e sotterranee”. In parole povere, la falda freatica è a rischio. Ma non è la sola.

Anche la pessima qualità dell’aria è tra le preoccupazioni della popolazione locale.

“La centrale termica dell’ONE (Office national de l’électricité) si trova in pieno centro abitato e gli scarichi rilasciati dalle sue ciminiere inquinano l’atmosfera. Una volta, nel 2010, uno spesso strato di polvere nera si è posata sui tetti, diffondendo il panico tra i cittadini”, riferisce Mohamed Taayounit. E il peggio deve ancora venire: la centrale, in attività dal 1971, sta per aumentare la sua produzione di energia.

L’ONE ha lanciato un grande progetto di estensione della sua unità presente a Jerada per rispondere alla domanda crescente. Lo stabilimento ha almeno il merito di assorbire una parte della manodopera rimasta senza lavoro dopo la chiusura della miniera e un’eventuale espansione potrebbe essere sinonimo di nuovi impieghi. Nell’attesa, gli abitanti di Jerada non sono rimasti con le mani in mano e una parte dei vecchi minatori ha ripreso servizio…clandestinamente (vedi reportage “Marocco: i dannati del carbone di Jerada”). […]

Argento non è sinonimo di felicità

Altra regione, altro dramma. Ci troviamo ad Imider, piccolo villaggio berbero appollaiato nell’Alto Atlante a 200 km a nord-est di Ouarzazate. L’ambiente è pittoresco, ma i segni della desolazione saltano agli occhi.

In cima al monte Alebban, due chilometri sopra al villaggio, gli abitanti hanno issato tende di fortuna su cui sventolano fianco a fianco le bandiere marocchina e amazigh.

Obiettivo del sit-in (in atto dall’agosto del 2011, ndt): bloccare l’approvvigionamento idrico con cui la Société métallurgique d’Imider (SMI) estrae argento dalla miniera locale da più di quarant’anni.

Secondo i cittadini la filiale di Managem (di proprietà della holding reale ONA-SNI) impoverisce la falda freatica e inquina l’ambiente circostante con gli scarichi contaminati da cianuro.

“E’ più di un anno che lottiamo contro la SMI. Hanno esaurito le risorse idriche della zona e alcuni dei nostri pozzi si sono seccati completamente”, insorge Brahim Udawd, giovane abitante del villaggio e tra i promotori della contestazione.

Sul monte Alebban la resistenza è diventata una mansione quotidiana.

Gli uomini, dall’aria irsuta e ricoperti con jellaba e turbante, si raccolgono in piccoli gruppi seduti a terra. I giovani, in molti casi disoccupati ma anche studenti che hanno disertato le università, chiacchierano poco distanti. Le donne, anch’esse della partita, sorvegliano i bambini, preparano da mangiare e partecipano alle riunioni (e alle decisioni) collettive.

“La mobilitazione degli abitanti ha cambiato completamente i codici sociali. Nel momento in cui si deliberano le iniziative da intraprendere (marce, comunicati..) tutti hanno uguale diritto di prendere la parola e le donne non esitano a farsi sentire anche quando si tratta di esprimere una posizione di disaccordo. Alla fine le decisioni sono adottate all’unanimit&`, in una sorta di democrazia locale partecipativa”, spiega Brahim con fierezza.

E’ in gioco la loro sopravvivenza.

Secondo uno studio realizzato dal gabinetto Innovar per il comune di Imider, la fornitura d’acqua nella regione “ha registrato una flessione importante tra il giugno 2004 e l’agosto del 2005, con una regressione in certi casi del 60%”. La causa, stando agli abitanti del villaggio, è lo scavo da parte della SMI di un nuovo pozzo nel 2004, di una profondità di 40 metri, divenuto da allora la risorsa idraulica principale della miniera d’argento.

Per la filiale di Managem, che ha perso circa il 40% della sua capacità di produzione dal momento del blocco, “i nuovi studi realizzati dalla compagnia hanno confermato l’assenza totale di impatto da parte delle reti di approvvigionamento per gli scavi nei confronti dell’irrigazione della regione”. In realtà, ribatte Brahim, “dal momento in cui siamo saliti sulla montagna e abbiamo chiuso lo château d’eau al villaggio l’acqua è tornata a scorrere normalmente”.

Altra accusa rivolta alla SMI: l’utilizzo di acqua contaminata per l’estrazione e il trattamento dell’argento. Secondo gli abitanti, gli scarichi liquidi provenienti dalla miniera sarebbero altamente nocivi.

“Le nostre coltivazioni sono morte, gli alberi da frutto (albicocchi e melograni) si sono seccati e alcune specie di uccelli presenti nella zona sono scomparse”, riferisce Mohamed Zergouni, presidente della sezione locale dell’AMDH (l’Associazione marocchina per i diritti umani).

Anche i pastori sono sul piede di guerra. Si racconta che un intero gregge di capre, nel 2007, sarebbe morto dopo essersi abbeverato in prossimità della diga artificiale in cui confluiscono le acque avvelenate.

L’azienda cerca allora di presentare la situazione da un altro punto di vista. “Abbiamo investito molto per dotare i nostri impianti di nuove tecnologie in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale. E’ perfino in corso una valutazione per ottenere una certificazione ISO 14001”.

Intanto la mobilitazione della popolazione locale non accenna a diminuire e gli uomini e le donne del villaggio si dicono pronti ad andare fino in fondo alla loro lotta per la dignità e per la preservazione dell’ambiente.

Al tramonto, sul monte Alebban, le donne sistemano le loro cose prima di mettersi al riparo.

Parte dei dimostranti rientra al villaggio scandendo slogan e intonando canzoni. Gli altri restano all’accampamento per fare la guardia allo château d’eau…aspettando di conoscere l’epilogo di questa battaglia.

Domani, inshallah, uno sviluppo sostenibile

Il malessere degli abitanti che vivono nelle città minerarie è dovuto in gran parte all’assenza di un quadro legale in grado di regolamentare l’attività estrattiva e di trattamento della materia prima e di proteggere l’ambiente circostante.

La legislazione in vigore – un codice del 1951 – non impone alcun obbligo in materia alle società che sfruttano le risorse del sottosuolo. Mentre negli altri paesi il minimo che viene fatto è il rimboschimento del sito di estrazione.

“Fino ad ora le autorità sembrano aver privilegiato la rendita al riequilibrio ecologico”, afferma Abdelaziz Adidi. Ciò nonostante “l’accesso all’acqua e ad un ambiente sano” come pure lo “sviluppo sostenibile” dovrebbero far parte di quelle garanzie costituzionali (art. 31) previste dall’ultima riforma della legge suprema (2011).

Per attuare queste misure resta ancora molta strada da percorrere.

Dal 2000 ad oggi una folta schiera di testi giuridici hanno ricevuto l’approvazione politica (la legge n. 13-03 relativa all’inquinamento atmosferico, la legge 12-03 sugli studi di impatto ambientale e la legge 11-03 sulla protezione dell’ambiente) ma la loro messa in opera rimane deficitaria e nella pratica poco o nulla è stato concretizzato. […]

Altro esempio, nel 2010 è stata promossa una Carta dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile per adeguare il Marocco alle norme vigenti in campo internazionale.

Quest’iniziativa è il frutto di lunghe trattative tra le autorità, gli operatori economici, i rappresentanti eletti e la comunità scientifica che dovrebbero materializzarsi in una legge-quadro per tutte le problematiche legate all’ambiente.

La legge è stata presentata recentemente e ha ricevuto il via libera del Consiglio dei ministri. Ora c’è solo da sperare che il testo completi il circuito legislativo e che la sua adozione riesca a porre le basi per stoppare l’emorragia…

Per la versione originale, clicca qui.

December 23, 2012

umido`qui

Marocco,

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