L’Egitto a un bivio: violenza o partecipazione?

Il 21 giugno le forze vicine al presidente Morsi sono scese in piazza per sostenere il ‘loro’ presidente. Domenica prossima la piazza ospiterà invece quella parte del paese che lo vorrebbe sfiduciare. Lentamente, ma con decisione, l’Egitto sembra avviarsi verso un confronto sempre più democratico e pacifico. Ma la violenza è sempre (drammaticamente) presente.

Il prossimo 30 giugno “Tamarud” – la campagna di raccolta firme lanciata per sfiduciare Morsi – avrà la sua manifestazione, nove giorni dopo che la ‘maggioranza’ islamista ha espresso il proprio sostegno al primo presidente della Fratellanza Musulmana della storia dell’Egitto.

In ogni caso, per il sistema-paese, anche il solo svolgimento di questi due eventi potrebbe essere definito un enorme successo.

Una lettura, questa, su cui concorda anche Sonia Farid, che dalle colonne di al-Arabiya sottoline come “i promotori di questa campagna [Tamarud] abbiano intrapreso un cammino sicuro verso la creazione di una democrazia diretta”.

Sarebbe stato infatti possibile, sotto Mubarak, lanciare un’iniziativa contro il presidente? Tutto il percorso intrapreso da Tamarud non è che l’espressione di quelle nuove possibilità che, nonostante degli (evidenti) limiti, il nuovo Egitto garantisce a tutti.

Secondo un recente comunicato stampa, la petizione avrebbe già raccolto oltre 15 milioni di firme. Un dato impressionante che, se confermato, dimostrerebbe che Morsi rischia di essere sfiduciato dalla stessa percentuale di egiziani che ha permesso la sua elezione.

Ciononostante i sostenitori del presidente hanno deciso di rispondere con la stessa moneta: una campagna che vanta più di 11 milioni di firme pro-Morsi – “Tagarud” (Imparzialità) – e una manifestazione che si è svolta il 21 giugno scorso.

Uno scontro che diventa quindi confronto attraverso la maggiore partecipazione alla vita politica e sociale del paese.

Un processo che però può degenerare in violenze in qualsiasi momento, come è recentemente successo ad Alessandria o nella zone del delta del Nilo. E come sostiene senza mezzi termini anche Ayat Al-Tawy, che sulle pagine di al-Ahram si dice convinto dell’ineluttabilità dell’insanabile polarizzazione in atto tra i due schieramenti.

In un modo o nell’altro, tuttavia, la data del 30 giugno si candida a entrare nei libri per la sua portata storica: l’Egitto potrà scegliere tra una decisiva svolta verso la partecipazione democratica o abbandonarsi alla spirale di violenza. Il timore che questa occasione possa trasformarsi in un bagno di sangue è evidente, così come la paura che l’esercito possa non riuscire a controllare la situazione e che le violenze assumano livelli insopportabili per un paese già in grave difficoltà economica e con un malessere sociale estremamente diffuso.

Paura, per alcuni, che l’esercito possa riaffermare l’indispensabilità del suo ruolo (vari esponenti militari hanno già ricordato che non si tarderà ad intervenire pur di ‘salvare la nazione’, se necessario), o che la tristemente nota baltaghiya possa sfruttare (o alimentare se non peggio, controllare) il caos ed aumentare il livello di insicurezza presente nel paese.

Paura, per altri, che i vecchi esponenti del regime possano riprendersi lo spazio perduto all’interno dello scenario politico egiziano, dopo esserne stati esclusi per tre anni. E, paradossalmente, potrebbero farlo proprio attraverso “Tamarud”.

La situazione è talmente esplosiva da permettere alla frange più estremiste di sfruttare il clima di incertezza per perseguire i propri obiettivi. Lo dimostrano le recentissime violenze scoppiate fra sciiti e sunniti nell’area di Giza, dove gruppi salafiti hanno ucciso quattro persone e incendiato cinque abitazioni appartenenti a famiglie sciite responsabili, a loro dire, di adottare costumi lascivi e diffondere la miscredenza.

Sembra dunque delinearsi una strategia tesa a innalzare la tensione in vista di un appuntamento così cruciale per la storia del paese, con l’obiettivo di diffondere timori e insicurezze, e far fallire l’evento del 30 giugno, come ricorda il motto di Heizer che campeggia sui muri del Cairo e che recita: “La tua paura è la loro forza”.

Che la violenza rappresenti la fine di ogni possibilità di cambiamento reale, lo sottolinea in maniera inequivocabile anche Thomas Feige, in una breve analisi per Aswat Masriya: ‘qualcuno potrà dubitare di Morsi, altri ne hanno piena fiducia, altri ancora vorrebbero le sue dimissioni. Tutte queste posizioni sono rispettabili, ma nessuna può imporsi sull’altra con l’uso della forza’.

Il compito dell’Egitto è dunque proprio questo: cambiare senza che questo implichi per forza scontri di piazza, repressione, arresti arbitrari e diritti violati. Solo in questo caso, qualunque sia l’esito delle manifestazioni, il sistema-paese potrà dire di aver vinto: un modello “win-win” nel quale è il processo di transizione a vincere, a beneficio di tutti gli attori politici presenti. Contrariamente avremmo soltanto un vincitore, che innalzandosi con forza sugli altri determinerà la sconfitta del resto della nazione.

*Foto di Mona (Jan25 Caricato da Il Liberale egiziano) [<font><font>CC-BY-2.0</font></font>], via Wikimedia Commons

June 24, 2013di: Marco Di DonatoEgitto,

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