La protesta dei migranti iracheni: con le tende al centro dell’Aia

Da qualche giorno si sono accampati, per protesta, in una piazza non lontana dal centro città. Sono i circa 60 immigrati iracheni che, a causa del permesso di soggiorno scaduto o della domanda di protezione non accettata, ora rischiano il rimpatrio forzato nel loro Paese d’origine.

di Anna Toro

Chiedono alle istituzioni olandesi aiuto e solidarietà. Soprattutto, implorano di non essere rimandati in Iraq.

“Se torno sarò ucciso al cento per cento, – racconta Ajid ai microfoni della Bbc – i terroristi mi spareranno”.

“Ho chiamato a casa ma nessuno mi ha saputo dire che fine ha fatto la mia famiglia, dicono che la mia strada non c’è più. Se sei cristiano, o un musulmano sunnita, non puoi vivere a Baghdad”.

La vita dei migranti anche in questo nuovo accampamento di fortuna non è semplice, specie ora che l’inverno è alle porte.

Privati di quasi tutti i beni di prima necessità, ora sopravvivono grazie alle donazioni di cibo, acqua e vestiti da parte dei comuni cittadini e delle associazioni.

Con i teli impermeabili hanno addirittura messo su una tensostruttura “comune” dove incontrarsi, socializzare e trascorrere insieme le lunghe ore al freddo in attesa che qualcuno alle alte sfere li noti.

Hanno scelto L’Aia come sede della loro protesta in quanto capitale amministrativa del Paese. Ora attendono, in una sorta di limbo, di conoscere il loro destino.

“Riguardo alle richieste di asilo politico, eseguiamo valutazioni individuali per ogni singolo caso” spiega il portavoce del ministero dell’Immigrazione Frank Wassenaar.

“Il giudizio finale si basa si basa sulle prove raccolte dalla nostra ambasciata in Iraq e da gruppi come Amnesty International e altre organizzazioni sul campo, più naturalmente le storie raccontate dagli stessi richiedenti asilo”.

Le domande approvate sono circa il 40-45% del totale, perciò il ministero afferma di aver fatto il possibile e di aver seguito tutte le procedure in modo legale e pulito.

Ora, però, per tutti gli altri a cui non è stato riconosciuto lo status di rifugiati, il rimpatrio forzato è diventata una realtà molto concreta. Proprio come successe tra il 2009 e il 2010, quando coloro le cui domande erano state respinte furono subito messi su dei voli charter e rimandati in Iraq.

E questo nonostante gli appelli e i moniti di ong e associazioni (tra cui la stessa Amnesty International) riguardo alla situazione ancora estremamente pericolosa del Paese.

Le autorità dell’Aia, però, affermano che stavolta le cose potrebbero farsi più difficili: “Il governo iracheno non vuole più cooperare e non accetterà i rimpatri” spiegano.

Contemporaneamente temono che, se si permetterà agli “irregolari” di restare, ciò potrebbe innescare una “crisi sociale proprio come in Grecia”.

Il riferimento è al gruppo neo-nazi greco di Alba Dorata, che negli ultimi mesi si è reso protagonista di numerose minacce e violenze proprio contro gli immigrati.

Ed ecco che anche l’Olanda, uno tra i governi più moderni e liberali d’Europa, inizia a mostrare un suo lato oscuro.

“La nostra economia sta peggiorando – spiega il commentatore dell’ala destra Geert Tomlow – e non ci possiamo più permettere di pagare per queste persone illegali”.

Eppure spesso questi ragazzi non hanno avuto scelta e, come molti migranti, hanno rischiato la vita per arrivare in Europa, oltre ad aver pagato fior di quattrini ai trafficanti.

La maggior parte di loro ha lasciato l’Iraq nel 2006 e 2007, durante l’occupazione americana, quando il conflitto interno tra le fazioni ha raggiunto il suo apice: un possibile effetto della transizione dal regime baathista di Saddam Hussein, la cui amministrazione era formata in gran parte da sunniti, a un governo dominato da una leadership musulmana sciita.

Le violenze, oggi come ieri, arrivano da entrambe le parti, e le cause politiche spesso si sovrappongono a quelle religiose.

Semplificando: gli sciiti continuano a ricercare la vendetta per le sofferenze che hanno dovuto subire durante il regno di Saddam, mentre i sunniti, in particolare quelli legati ad al-Qaeda in Iraq (Aqi), fin dall’inizio hanno organizzato attacchi anche terroristici contro il nuovo governo.

Il picco delle violenze è ormai scemato, ma il conflitto è lontano dal vedere la fine.

L’Aqi, ad esempio, è tornata alla ribalta dopo il ritiro delle truppe americane dall’Iraq a dicembre dello scorso anno.

La corruzione del governo è lo stesso peggiorata, il che rende molto più difficile mettere uno stop definitivo alle violenze.

Inoltre, gli scontri fra le fazioni hanno raggiunto anche le alte sfere delle istituzioni.

Ad esempio il vice presidente Tariq al-Hashemi, uno dei pochi vertici sunniti nel governo sciita di Baghdad, è stato accusato di aver ordito diversi attacchi, e due settimane fa è stato condannato a morte per la seconda volta. Hashemi ha così dovuto riparare in Turchia.

E poi c’è il conflitto in Siria, che non fa che amplificare i problemi già presenti nel Paese.

Compreso quello dei rifugiati, dato che, nel 2006-2007, centinaia di migliaia di iracheni hanno attraversato i confini siriani per cercare riparo dagli scontri e dalle violenze.

Ora si ritrovano di nuovo a dover fuggire, ma per molti il rientro a casa continua ad essere uguale a una sentenza di morte.

Ecco perchè i rifugiati della tendopoli dell’Aia sono così determinati nel portare avanti la loro protesta. “Ci buttano in mezzo alla strada come cani” raccontano.

Tra loro, una stessa frase risuona più volte al giorno: “Meglio morire qui all’Aia che tornare in Iraq”.

November 12, 2012

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