Giordania: se vuoi la pace, prepara la guerra

Frontiere chiuse, respingimenti, missili Patriot e 900 uomini delle forze armate americane stanziate sul territorio. La Giordania si prepara al peggio e guarda con preoccupazione al futuro.

Il primo ministro Abdullah Ensour continua a ripeterlo da settimane: i 900 militari statunitensi di stanza in Giordania, così come le batterie di missili Patriot e gli F-16 parcheggiati nel deserto non devono essere visti come le avvisaglie di un prossimo attacco americano alla Siria, né come il ponte attraverso il quale fare arrivare armi ai ribelli.

Sta di fatto che la sensazione, nel paese, è esattamente opposta: dopo due settimane di sorvoli aerei e di esercitazioni militari “Eager Lion” che hanno portato in Giordania circa 8 mila uomini provenienti da 19 paesi arabi e occidentali (Italia compresa), la gente inizia a pensare che queste potrebbero essere le prove generali di ‘un’invasione verso nord’.

Perché oltre alle tre navi Usa ancorate al largo del Mediterraneo e pronte ad entrare in azione in caso di attacco missilistico siriano contro Israele o Giordania, le discussioni ancora in corso sulla possibilità di creare una ‘no-fly zone’, il sospetto di basi segrete per l’addestramento dei ribelli siriani e il preallarme dato alle forze speciali negli Stati Uniti per intervenire entro 18 ore se dovessero essere usate armi chimiche, danno il quadro di una situazione tutt’altro che rassicurante.

“Se la guerra dovesse continuare” ha dichiarato alla fine di giugno Ensour, rivelando le cifre esatte della presenza americana nel paese, “potrebbe essere un problema, e se dovesse finire con il collasso del regime, non sarebbe di certo meglio”, facendo riferimento al vuoto che un cambiamento improvviso al vertice in Siria creerebbe, con i prevedibili scenari di violenza e conflitto senza soluzione.

Una posizione difficile, quella della Giordania, sia geograficamente che politicamente, con preoccupanti risvolti anche sul fronte interno.

“Il popolo giordano è consapevole di quanto sia serio e difficile il momento attuale”. A dirlo, re Abdallah II in un’intervista rilasciata a Adel Tarifi, caporedattore del quotidiano inglese in lingua araba Asharq al-Awsat. “Le posso assicurare che il miglior detterente a qualsiasi minaccia esterna sta nella nostra coesione interna” ha continuato il monarca, sottolineando come più volte la Giordania si sia spesa per la risoluzione diplomatica del conflitto siriano e di come avesse già preannunciato l’evoluzione da guerra civile a questione regionale e ideologica di proporzioni inimmaginabili.

Le ultime statistiche demografiche, realizzate in previsione del censimento ufficiale del prossimo anno, riferiscono di una popolazione residente compresa tra gli 8 e i 9 milioni; cifra record per una nazione senza risorse naturali o energetiche proprie, completamente dipendente dalle importazioni e chiusa tra paesi perennemente in tumulto. Di questi, meno di 7 milioni sarebbero cittadini giordani, mentre circa 1,3 milioni sarebbero siriani.

“La Giordania sta sopportando un peso enorme – continua il re – con una pressione crescente sulle infrastrutture e sulle risorse naturali, specialmente per quanto riguarda acqua e energia. E ancora più importanti da tenere in considerazione sono i colpi causati dal flusso dei rifugiati sull’economia nazionale, comprese le distorsioni del mercato del lavoro, nel quale i rifugiati si trovano a competere con i giordani per gli stessi impieghi. Per non parlare dell’impatto che la cosa ha sul sistema educativo e sanitario”.

Un sistema al collasso che guarda con preoccupazione e sospetto quei 375 chilometri praticamente incontrollabili di frontiera con la Siria.

I numeri di Unhcr parlano di 480mila siriani registrati (o che comunque avevano iniziato l’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato in Giordania), assistiti grazie agli aiuti umanitari internazionali e ‘ospitati’ dentro al grande campo di Zaatari, nel nord est del paese, diventato in meno di un anno la quinta città giordana per numero di abitanti.

Una cifra ben lontana da quella realtà fatta di oltre un milione di individui in fuga da una guerra senza fine, senza diritti e senza la possibilità di rifarsi una vita, in Giordania o in qualunque altro posto, essendo legalmente impossibilitati a viaggiare.

“Ma come possiamo chiudere le porte in faccia ad una donna con un bambino in braccio che scappa sotto una pioggia di proiettili?”, si chiede re Abdallah nell’intervista rilasciata a Asharq al-Awsat.

Una risposta chiara gliel’ha data Human Rights Watch nel comunicato di denuncia datato 1 luglio: “I paesi vicini alla Siria dovrebbero smetterla di respingere questa gente disperata verso posti in cui le loro vite sono in pericolo”, scrive Gerry Simpson, ricercatore per i rifugiati.

Sono i numeri, oltre alle testimonianze raccolte dall’organizzazione, a insinuare il sospetto che la Giordania stia perseguendo una politica di chiusura sistematica dei valichi di frontiera.

A fronte di quasi 2 mila nuovi arrivi al campo di Zaatari tra marzo e maggio di quest’anno, tra l’11 e il 16 maggio la cifra sarebbe scesa al di sotto dei 1500, fino ad arrivare a sole 34 persone registrate tra il 19 e il 23.

In un comunicato ufficiale del 27 maggio citato da Hrw, il governo di Amman avrebbe respito le accuse, dando la colpa del calo degli arrivi all’acuirsi dei combattimenti lungo la zona di confine tra i due paesi. Ma la Giordania non sarebbe la sola ad impedire l’arrivo dei profughi siriani: con lei anche Turchia -che non ha mai fatto mistero della sua strategia di chiusura – e l’Iraq, che sull’argomento riesce a mettere d’accordo governo centrale e autorità autonome del Kurdistan, accettando solo casi umanitari e ricongiungimenti familiari.

“Iraq, Giordania e Turchia rischiano di trasformare la Siria in una prigione a cielo aperto per decine di migliaia di siriani che non possono scappare dal massacro in corso nel loro paese”, continua Simpson.

In realtà la strategia dei respingimenti dalla Giordania è cosa vecchia. Senza aver firmato o ratificato la Convenzione internazionale sui rifugiati del 1951, il regno hashemita, forte delle esperienze già vissute durante l’esodo palestinese prima e iracheno dopo, ha messo in atto una serie di misure preventive per evitare quella che già viene sentita dalla popolazione come un’invasione da parte dei siriani in fuga.

Già dalla fine del 2011, la Giordania avrebbe iniziato a rifiutare l’ingresso a persone provenienti dalla Siria ma in possesso di passaporto iracheno o palestinese, profughi di altre guerre nuovamente esuli, così come a uomini soli e ‘abili alla leva’ e più in generale a chiunque non fosse in possesso di regolari documenti di identità. Dall’aprile dello scorso anno sarebbero invece iniziate le detenzioni arbitrarie e i rimpatri in Siria di palestinesi entrati in Giordania senza visto o passando da valichi illegali.

La stanchezza e le preoccupazioni di un fronte interno, sempre più spaccato sull’argomento – ultima in ordine di tempo, la notizia di un pilota dell’aeronautica militare giordana che si sarebbe unito al gruppo alqaedista jihadista Jabhat al-Nusra entrando in Siria dalla Turchia, mentre sarebbero oltre 500 i cittadini giordani che ingrossano le fila dei ribelli dall’altra parte del confine – crescono giorno dopo giorno.

Insieme iniziano le prime manifestazioni di piazza contro Hezbollah e si moltiplicano i timori di eventuali ‘cellule dormienti’ fedeli al presidente Assad pronte a colpire in caso di caduta del regime, mentre non si fermano le carovane di rientro dei profughi siriani, esasperati dalle condizioni di vita disumane all’interno del campo-prigione di Zaatari così come nelle città giordane. Solo tra maggio e giugno a scegliere la via del ritorno sarebbero stati in 9 mila.

July 03, 2013di: Marta Ghezzi da AmmanArabia SauditaGiordania,Iran,Iraq,Israele,Libano,Qatar,Siria,

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