Curdi: dall’inferno siriano a quello iracheno

Dopo diverse ore di viaggio arrivano nei campi oltreconfine. Per circa 5000 persone è l’inizio di una quotidianità fatta solo di polvere e pareti di tela.

di Francesca Manfroni

A meno di venti chilometri a sud di Dohuk, appena passato un campo profughi, ne compare subito un altro. Diverse tende bianche e una montagna di polvere.

Nonostante tutto, i bambini giocano.

‘Benvenuti a Qamishlo’, uno dei tanti accampamenti speciali allestiti nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, vicino al confine siriano.

Il campo, sorto nel 2004, è famoso per aver accolto la gioventù curda protagonista delle manifestazioni anti-Assad del marzo di quell’anno.

A metà maggio, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite stimava una presenza di 3.673 cittadini siriani di origine curda. Ora, secondo i dati ufficiali del Dipartimento provinciale che si occupa di sfollati e migrazioni, avrebbero superato quota 5000.

Ali è uno dei 3.500 giovani giunti nel Kurdistan iracheno senza famiglia.

“Volevamo solo scappare dall’inferno della guerra. Ci sono contrabbandieri che ti fanno pagare circa 400 dollari per oltrepassare il confine”.

Altri sostengono di aver pagato 850 dollari.

In Iraq si arriva attraversando il fiume Tigri, di notte, a bordo di piccole imbarcazioni. I trafficanti di esseri umani trasportano tra le 14 e le 25 persone a volta.

La maggior parte dei coetanei di Ali si trova in Iraq per aver rifiutato la coscrizione nell’esercito siriano, sebbene tra loro vi siano anche molti disertori.

Da quando ha raggiunto il campo “vivo, dormo e mangio in una tenda con altre 24 persone”.

“In realtà prima avevamo paura a chiudere gli occhi, perché eravamo preoccupati per i serpenti e gli scorpioni – la zona ne è piena “, spiega Othman, un altro giovane profugo, che siede accanto ad Ali.

“Ora abbiamo imparato a prenderli senza ucciderli – si vanta –. Gli tagliamo le code, così non ci possono mordere”.

“Abbiamo molto tempo e nulla da fare”, si lamentano i ragazzi del campo.

Mentre le autorità di Dohuk assicurano libertà di movimento, i curdi siriani sostengono invece di essere intrappolati nei campi a causa della mancanza di uno status ufficiale, che gli impedisce di trovare un alloggio e un lavoro.

Nelle ultime settimane almeno 300 giovani sarebbero rientrati in Siria, per disperazione.

Lì le violenze non sono ancora cessate, ma qui “è impossibile sopravvivere”.

June 25, 2012

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