Nel 2023/2024, i posti negli asili nido in Italia hanno superato quota 378.500, segnando un aumento del 3,4% rispetto all’anno precedente. Un passo avanti, certo, ma dietro questo numero c’è una realtà più sfumata. L’incremento è infatti influenzato dal calo delle nascite, e il nostro Paese resta lontano dall’obiettivo europeo del 45% di copertura per il 2030. Non è solo una questione di cifre, però: alcune regioni viaggiano a ritmi sostenuti, mentre altre arrancano, e nelle città come nelle aree montane la situazione cambia radicalmente. In un’Italia che fa i conti con una popolazione infantile in diminuzione, la rete di servizi per la prima infanzia si rivela un mosaico complesso, fatto di luci e ombre.
Più posti nido, ma meno bambini: un equilibrio fragile
Il totale dei posti negli asili nido, pubblici e privati, è salito a 378.500 per l’anno educativo in corso, con un aumento del 3,4% rispetto al 2022/2023. Questo avvicina l’Italia al traguardo del 33% di copertura fissato dal decreto legislativo 65/2017, un punto percentuale sotto l’attuale situazione. Però, rispetto agli standard europei del 45% da raggiungere entro il 2030, c’è ancora molta strada da fare.
Va però detto che l’aumento dei posti non racconta tutta la storia. Il calo delle nascite degli ultimi anni ha ridotto il numero di bambini da zero a due anni. I dati Istat mostrano un passaggio da circa 400.000 nati nel 2021 a 379.890 nel 2023 e a poco meno di 370.000 nel 2024, valori ben lontani dagli oltre 576.000 del 2008. Ciò significa che la crescita della copertura riguarda anche una platea più piccola di bambini, non solo più posti. I circa 12.000 posti aggiunti nell’ultimo anno sono un segnale positivo, ma la riduzione del numero di piccoli utenti fa sì che le disuguaglianze nel sistema sembrino, almeno in parte, meno marcate — un effetto dovuto soprattutto alla diminuzione demografica.
Nord e centro avanti, Sud e montagne indietro
L’offerta di asili nido varia molto da regione a regione. Secondo un’analisi di Openpolis e Con i Bambini, 13 regioni hanno superato la soglia del 33% fissata dal decreto. Fra queste spiccano Umbria , Emilia-Romagna , Valle d’Aosta e Toscana . Anche Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Sardegna, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Liguria, Piemonte, Veneto e Marche superano la soglia, mostrando un’offerta più solida.
Il quadro cambia drasticamente al Sud. Campania, Sicilia e Calabria si fermano tra il 15,4% e il 17,2%, segnalando un ritardo ancora molto forte. Questa differenza tra Nord e Sud riflette problemi economici e sociali che pesano sull’accesso e la qualità dei servizi per l’infanzia.
A complicare il quadro c’è poi la disparità tra grandi città e aree interne o montane. Nei capoluoghi di provincia la copertura media è intorno al 38,7%, con punte oltre il 60% in città come Nuoro, Sassari, Siena e Ferrara. Nei comuni attorno alle città la media scende al 29%, nonostante la crescita della popolazione residente. Nelle aree interne la copertura cala ancora, al 24,5%, e scende al 20,4% nei comuni più isolati, lontani più di un’ora dai principali servizi.
Queste zone montane occupano più di un terzo della superficie nazionale e hanno redditi medi più bassi rispetto alle altre aree. Anche per questo si assiste a un progressivo spopolamento giovanile. La mancanza di asili nido è uno dei fattori che contribuiscono a questo fenomeno. Non a caso, le recenti modifiche ai criteri di finanziamento delle comunità montane hanno sollevato proteste dagli enti locali.
Nelle grandi città la domanda cambia: posti vuoti in centro, carenza in periferia
Le grandi città mostrano un quadro ancora più variegato. Regioni come Lazio e Lombardia si avvicinano o superano gli standard europei, ma la situazione cambia molto da quartiere a quartiere. A Roma, per esempio, i nidi nel centro storico spesso hanno posti vuoti. Questo dipende da due fattori: la diminuzione dei residenti dovuta alla turistificazione e la riduzione delle famiglie con bambini piccoli in queste zone. La domanda si concentra invece nelle periferie e lungo il Grande Raccordo Anulare, dove però spesso mancano posti sufficienti.
L’accesso si complica ancora di più per i genitori pendolari, penalizzati da regole rigide che richiedono la residenza per iscrivere i figli ai servizi vicini al lavoro. Queste norme limitano le possibilità di trovare posto dove serve davvero, aggravando le difficoltà.
Questo quadro mostra come, nonostante il numero complessivo di posti sia cresciuto, restino forti differenze territoriali e problemi strutturali da affrontare per costruire un sistema di assistenza alla prima infanzia davvero efficace e accessibile a tutti.
