Siria. Il paradigma di Raqqa

Quelle dei giorni scorsi non sono state le prime proteste contro l’ISIL. La novità è che, sulla spinta del malcontento, è iniziato un attacco dei ribelli armati che in pochi giorni sono riusciti a liberare vaste aree dalla nuova oppressione.

Dall’inizio della rivoluzione, quasi tre anni fa, la società civile siriana ha adottato un nuovo slogan per ogni venerdì di protesta ed il nuovo anno ha visto traboccare il vaso della rabbia popolare contro la formazione qaedista “Stato Islamico in Iraq e nel Levante” (ISIL), colpevole di imporre una cappa di censura e repressione nei territori che amministra (la fascia a nord del Paese), anche attraverso arresti e torture non dissimili da quelli del regime.

Quelle del 3 gennaio scorso non sono state le prime proteste contro l’ISIL, già se ne erano viste soprattutto ad Aleppo ed a Raqqa. La novità è stata che, sulla spinta delle proteste, è iniziato un attacco su larga scala da parte delle fazioni ribelli armate che in pochi giorni sono riuscite a liberare vaste aree dalla nuova oppressione.

A guidare l’attacco sono l’Esercito Libero Siriano (ELS), il Fronte Islamico (FI), Jabhat al Nusra (JAN) ed il neonato Esercito dei Mujahedin.

Mentre da Idlib e da alcuni centri minori ISIL è stato del tutto eliminato, ad Aleppo e nella cittadina di Raqqa, prima provincia ad essersi completamente liberata dal regime di Asad, gli scontri tra ribelli e ISIL sono ancora in corso. A Raqqa è in vigore un coprifuoco non dichiarato ed al tramonto tutta la vita si ferma e i negozi chiudono le saracinesche.

Nei giorni scorsi la situazione nella città era molto tesa e i suoi abitanti restano tuttora isolati dai dintorni. Io ne sono uscito due giorni fa e tra le persone che erano con me due sono rimaste ferite prima che riuscissimo ad arrivare a Deir al Zour.

Racconta Thaaer Al Ahmad, media attivista di Raqqa intervistato da Osservatorio Iraq.

Negli ultimi giorni si è assistito ad un avanzamento delle truppe del regime, la famosa 17ª Divisione. Si tratta della più importante forza del regime nella provincia di Raqqa che era assediata dal Fronte Islamico e dal movimento Ahrar al Sham (brigata salafita dell’ ELS, n.d.r.) da oltre un anno. Il contrattacco di ISIL ha costretto alla ritirata Ahrar al Sham, quindi ha lasciato campo libero alle forze lealiste che hanno riconquistato la fabbrica di zucchero, una posizione strategica.

All’interno della città ISIL ha il completo controllo, il 16 gennaio ha sciolto il consiglio comunale (rivoluzionario, n.d.r.) e ne ha nominato uno nuovo. I qaedisti si sono riuniti ed hanno diramato attraverso i minareti delle moschee un comunicato in cui annunciavano la nascita del nuovo consiglio e la sua entrata in carica per giovedì 16.

Quindi ora le leggi che vigono a Raqqa sono quelle stabilite dall’ISIL?

Sì. Per fare un esempio, a Raqqa c’è una università privata che si chiama Ittihad. Fin dall’arrivo dell’ISIL dentro Raqqa quest’ università è stata vessata: hanno messo un posto di blocco sulla strada che dalla città porta all’Ittihad, quella percorsa dell’autobus, ed hanno iniziato a fermare gli studenti per imporre la separazione di genere ed il niqab alle studentesse.

Un altro grande problema è la carenza di pane, dall’ inizio degli scontri. Ci sono file da migliaia di persone davanti ai forni. Gli scontri in questi due giorni si sono molto ridotti, perché i combattenti rivoluzionari si sono ritirati ai bordi della città, mentre l’ISIL ha il controllo dell’interno e cerca di imporre la sua legge con la forza.

Il 12 gennaio è giunta notizia di una grossa strage tra i combattenti ribelli ad opera dell’ISIL, come sono andate le cose?

C’era un accordo tra il movimento di Ahrar al Sham e l’ISIL per la ritirata degli Ahrar. Il movimento si stava appunto ritirando, ma quando gli uomini sono arrivati ad un posto di blocco nella periferia di Raqqa, in direzione di Hasake, c’è stata un imboscata in cui sono morti 120 combattenti, tra quelli sgozzati e quelli uccisi con le armi. Si tratta della più grave strage in questa zona.

In una situazione simile è difficile vedere la luce in fondo al tunnel, cosa ti aspetti nel futuro prossimo di Raqqa?

Per ora ISIL eserciterà un controllo come quello che prima aveva il regime. Ma ogni giorno che passa la rabbia popolare cresce, come è avvenuto all’inizio della rivoluzione contro Bashar al Asad. Aumentano gli articoli critici sui siti web, c’è un movimento che sembra indicare l’inizio di una nuova sollevazione. Ma non sarà una rivolta armata, verrà spontaneamente dalla popolazione.

Ma ci sono interazioni tra le forze lealiste e l’ISIL?

Voglio tornare a parlare della 17ª Divisione. Una volta è successo che i soldati circondati scandissero slogan come “ISIL, siamo con te fino alla morte”. La Divisione 17 è circondata da tutti i lati, l’unico modo che ha per ricevere rifornimenti sono gli elicotteri, ed anche quelli vengono regolarmente attaccati. Dall’inizio degli scontri tra ISIL ed i gruppi armati a Raqqa, la 17ª Divisione è riuscita ad avanzare, come vi dicevo, per la prima volta dopo un anno e due mesi. Sicuramente le forze del regime si avvantaggiano dei combattimenti intestini tra i ribelli.

Su internet e sui social network girano foto e filmati che dimostrerebbero un legame tra la formazione qaedista ed il regime di Asad, tanto che anche altri movimenti islamici – inclusa Jabhat al Nusra (anch’essa legata ad Al Qaeda) – si stanno battendo contro le forze dell’ISIL..

Sì, ad Idleb sono stati ritrovati passaporti iraniani e russi (i due paesi sponsor del regime di Asad n.d.t.) appartenenti a tre degli emiri dell’ISIL, il tutto è stato documentato dal movimento Ahrar Al Sham. Riguardo ai rapporti tra le formazioni islamiste, ieri c’è stato un comunicato di Jabhat al Nusra in cui si rendeva noto che l’ISIL ha ucciso Abu Saad Al Hadami.

Si tratta di un emiro di JAN a Raqqa, e nella nostra città è stato parte della rivoluzione fin dai primi giorni, partecipando alla liberazione della città dal regime. E’ stato lui a volere che fosse issata la bandiera rivoluzionaria (anziché quella islamica, n.d.r.). Il Jabhat ha messo in discussione ISIL sul piano della legittimità islamica.

In effetti, anche il comandante militare del Fronte Islamico, Zahran Alloush, dopo una iniziale prudenza, il 16 gennaio ha definito l’ISIL “un nemico che uccide la gente illegalmente”. Per quanto riguarda i sospetti di collaborazione con il regime, oltre ai passaporti ci sono altri indizi come la scoperta che l’emiro di ISIL a Jarablous è in realtà un alawita concittadino di Asad, cosa inspiegabile in una formazione integralista sunnita, mentre un altro presunto emiro sarebbe in realtà un ex comandante della guardia presidenziale siriana.

Ci sono poi altri indizi indiretti che la formazione qaedista sia perlomeno infiltrata dal regime: da mesi i rivoluzionari siriani accusavano l’ISIL di non combattere contro il regime ma solo contro gli altri ribelli.

Nelle carceri dell’ISIL, poi, sono stati trovati attivisti anti-Asad ma nessun sostenitore del regime. I rivoluzionari ad Aleppo e Homs hanno subito azioni militari contemporanee da parte dei qaedisti e delle forze di regime, tali da sembrare quasi coordinate, e comunque da consentire l’avanzata dell’esercito lealista.

Inoltre, da oltre un anno e mezzo, il governatorato di Raqqa è diventata la sede principale dell’ISIL, ma l’aviazione di Asad non ha mai colpito obiettivi strategici in questa zona. A differenza del Jabhat, l’ISIL è costituita principalmente da combattenti stranieri e segue una sua agenda del tutto indipendente dallo scenario siriano e non ha alcun rispetto per le popolazioni locali e la volontà che esprimono.

In queste due settimane di scontri, lì dove si sono ritirati hanno lasciato dietro una lunga scia di morte.

La cittadina di Raqqa, situata nel nord del paese a ridosso dell’Eufrate, è una località prevalentemente agricola di oltre 200.000 abitanti. Nel marzo del 2013 è stata conquistata dai ribelli con relativa facilità, dato che l’unico interesse strategico dell’area è la diga sul fiume.

La cittadina è quindi diventata una sorta di capitale della speranza, il laboratorio in cui si sperimentavano le pratiche democratiche della Siria che verrà, come ci ha raccontato Adam Alì, attivista del Violation Documentation Center (VDC, l’organizzazione di Razan Zaitoune) che vive in questa città, raggiunto in occasione della giornata mondiale di solidarietà con la Siria che si è svolta l’11 gennaio scorso.

Come attivisti abbiamo avuto grandi problemi fino al marzo del 2013. Il regime ci considerava il nemico principale nonostante non facessimo parte della rivolta armata ed in realtà neanche della mobilitazione politica, dato che noi (VDC, n.d.r.) ci occupavamo solo di diritti umani.

Lavoravamo in clandestinità, usando nomi inventati e prendendo ogni precauzione. Fin dai primi giorni della liberazione di Raqqa abbiamo colto i frutti della rivoluzione contro Bashar al Asad. Abbiamo cominciato a muoverci liberamente per le strade e facevamo alla luce del sole le indagini e le interviste con i testimoni e le vittime di violazioni dei diritti umani.

La società civile è esplosa immediatamente e in poco tempo abbiamo assistito alla nascita di oltre 40 tra associazioni e raggruppamenti che hanno dato vita a tantissime attività, dalla pulizia alla riparazione delle strade. Abbiamo anche sistemato le scuole e le abbiamo preparate per il nuovo anno scolastico.

Dopodiché il controllo della città è passato nelle mani delle forze islamiste…

Con la completa liberazione della provincia di Raqqa, la gente ha cominciato a dar voce alle proprie istanze. Ci sono stati episodi in cui i ribelli armati hanno cercato di limitare la ritrovata libertà, ma gli attivisti civili hanno respinto ogni intimidazione.

Quando in città si sono unite le organizzazioni di Jabhat al Nusra e dell’ISIL c’è stata una nuova brusca contrazione dei diritti. In particolar modo l’ISIL ha trattato i cittadini allo stesso modo in cui venivano trattati dal regime: ci sono stati arresti e repressione per gli attivisti e per tutti coloro che non concordavano con la loro visione. Hanno cercato inoltre di imporre regole oscurantiste come ad esempio l’obbligo di niqab (il velo integrale, n.d.r.) per le donne.

In questo periodo le violazioni sono state tante ed includono il “tashwil”, cioè i rapimenti, arresti illegali di attivisti motivati con la violazione di norme islamiche. Inoltre c’erano arresti “ufficiali” con accuse che andavano dalla blasfemia, l’abbigliamento non conforme alle regole della shari’a per le donne, il fumare o simili. Le pene erano di settimane, talvolta mesi di detenzione e torture. Per gli attivisti spesso le accuse includevano quella di spionaggio a favore di potenze occidentali come Stati Uniti e Francia e cospirazione contro l’ISIL.

Oggi a combattere l’ISIL c’è la stessa Jabhat al Nusra, il Fronte Islamico e l’Esercito dei Mujahedin, oltre alle brigate laiche. Non siete preoccupati che a scontrarsi siano forze tra loro speculari?

Se allarghiamo lo sguardo a tutti i movimenti islamisti, in Siria il quadro è vasto e variegato. Molti sono coloro che dopo essersi armati si sono dati un volto islamista per ottenere sostegno dai Paesi del Golfo, altri si sono affidati alla religione perché vedono la morte in faccia ogni giorno.

Si tratta di musulmani, ed è normale che in una situazione tanto drammatica si affidino alla fede per trarne la forza ed il coraggio. Queste persone torneranno alla loro vita normale appena sarà caduto il regime e parteciperanno a costruire la nuova Siria democratica.

Ci sono poi organizzazioni islamiste costituite sempre da siriani che vorrebbero instaurare uno stato basato sulla shari’a, ma nonostante questo credo che in futuro contribuiranno alla ricostruzione del Paese. Persino Jabhat al Nusra, nonostante sia legata ad Al Qaeda, è costituita sopratutto da siriani, alcuni dei quali avevano partecipato alle prime manifestazioni pacifiche per abbattere il regime.

Il problema vero sono i jihadisti stranieri, che vogliono imporre una determinata ideologia ai siriani ed hanno un progetto che è diametralmente opposto agli obiettivi della rivoluzione. Riguardo al Fronte Islamico, questo raggruppamento ha uffici politici e di informazione e lavora anche sul piano civile. Collabora con gli altri attivisti e dialoga con la società civile, il che lo rende molto differente da Jabhat al Nusra ed ovviamente dall’ISIL.

Per finire uno sguardo verso il futuro. Da quel che ha visto nella Raqqa liberata, prima dell’arrivo dell’ISIL, cosa si aspetta per il futuro della Siria? Oggi sono in molti ad avere armi, così come ogni famiglia ha il proprio martire e la sua dose di dolore che rischia di diventare desiderio di vendetta…

Con la caduta del regime il ruolo degli attivisti sarà molto più grande di quanto non sia ora che il regime è in piedi, sarà il momento di mettersi concretamente a costruire la nuova Siria. Ed io vi garantisco che la Siria verrà ricostruita, ma ci vorrà tempo… 5 o 10 anni sono il minimo necessario.

Delle persone che oggi hanno imbracciato le armi, la maggioranza vede questa come una fase temporanea, in attesa della caduta del regime per poter tornare ad una vita normale. Poi c’è anche chi contribuirà alla rinascita della Siria ricostituendo le forze di polizia e sicurezza. Il miglior modo per prevenire rappresaglie e vendette è il ricorso alla giustizia transizionale e ai tribunali internazionali per perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità che sono stati commessi.

January 17, 2014di: Fouad RoueihaSiria,Articoli Correlati:

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