Palestina. Una storia d’amore e occupazione: intervista a Sahera Dirbas

Racconta la Palestina di ieri e quella di oggi, Sahera Dirbas, regista indipendente e coraggiosa che ha scelto di realizzare autonomamente i suoi film e spiegare al mondo “quello che è stato, e la nostra verità di oggi”. L’abbiamo incontrata a Roma, in occasione della presentazione di “Jerusalem Bride”.

Potrebbe essere una storia d’amore qualsiasi, tra due giovani, in un luogo qualunque. Che inizia con una passeggiata e finisce con una proposta di matrimonio, un corteo nuziale, il sogno di una vita normale.

Ma i suoi protagonisti – Riham e Omar – sono due ragazzi palestinesi, il luogo è Gerusalemme, e di normale, in questa storia, non c’è quasi niente.

E’ così che Jerusalem Bride (“La sposa di Gerusalemme”), documentario al confine tra finzione e realtà girato nel 2010 dalla regista palestinese Sahera Dirbas, diventa una storia d’amore tra chi la racconta e la città in cui si svolge, occupata da una presenza ingombrante ed onnipresente fatta di armi e controllo, che pervade ogni angolo e stride con l’immagine che generalmente si ha del luogo ‘santo’ per eccellenza, dissacrato da una quotidianità assediata.

E’ un’ordinaria straordinarietà quella che Dirbas – nata ad Haifa e cittadina di Gerusalemme, con numerosi lavori dietro la cinepresa al suo attivo – tenta di raccontare attraverso una vicenda semplice, vicina alla vita di ogni spettatore.

Quella che vede Riham e Omar innamorarsi tra i tavolini di un bar, percorrere un cammino fatto di ostacoli inimmaginabili altrove, sposarsi e sognare di poter vivere una vita normale, che di normale non ha niente tra checkpoint e soldati posti a presidiare ogni angolo della loro esistenza.

Tra i vicoli, dentro le mura, negli anfratti del suk della città vecchia; e ancora durante la proposta di matrimonio, a fianco del corteo nuziale, ai margini di una festa o nel corso di una passeggiata, l’occupazione della città non è protagonista eppure c’è sempre, in un’opera di alternanza costante tra fiction e realtà nella quale si inseriscono, con coraggio, temi sociali importanti e scomodi, come la tossicodipendenza che affligge gran parte dei giovani di Gerusalemme, strategia israeliana per fiaccare anche quel che resta di una resistenza fatta, a volte, di semplice vivere quotidiano.

Ed è ancora così che l’apparente storia di un matrimonio diventa quella di un’intera comunità, costretta a combattere una lotta sociale collettiva che è prima di tutto per la sopravvivenza.

“Tutti parlano di Gerusalemme come della città santa mèta di pellegrini e credenti che arrivano da ogni parte del mondo. Io volevo descriverne un volto sconosciuto: quello della sua vita sociale, dei suoi abitanti ingabbiati in un’occupazione che entra prepotentemente nelle loro vite, sottofondo costante di ogni momento”, racconta Sahera Dirbas alla prima italiana di Jerusalem Bride, organizzata alla Casa Internazionale delle Donne di Roma dalla Campagna Cultura è Libertà.

Osserva il pubblico, Sahera, come a voler tentare di carpirne le reazioni. Gli occhi grandi, il volto malinconico, racconta le difficoltà e il coraggio di aver scelto la strada della cinematografia indipendente. “Per poter raccontare la mia versione della storia, senza censure, liberamente. Portando la telecamera là dove di solito nessuno arriva a girare. E accettando di far entrare la tensione della realtà nella pellicola”, spiega.

Non ha chiesto permessi per girare il suo film, ne’ si è posta il problema di affrontare temi scomodi ma socialmente centrali, capaci di andare coraggiosamente oltre la narrazione conosciuta sull’occupazione israeliana della Palestina.

Per farlo, ha coinvolto nel suo progetto molte persone che hanno scelto di lavorare senza retribuzione, attori compresi. Perché è questo, in fondo, l’obiettivo centrale del suo lavoro: promuovere il cinema indipendente palestinese, incoraggiarlo, fare in modo che cresca e si liberi dalle censure, o dal cappio dei finanziamenti stranieri che dettano l’agenda delle storie che è lecito raccontare.

La sua ispirazione, spiega, “è nata quando mio padre è scomparso, nel 2004, ed ho capito che nessuno avrebbe più potuto raccontarmi la sua storia della Palestina, o del villaggio di cui era originario. Ho iniziato a documentare la storia orale palestinese, intervistando anziani che erano stati testimoni della Nakba”. Un tema centrale nei suoi lavori quello della memoria collettiva, del racconto orale, del ricordo di ciò che è stato.

Lo è in Stranger in my home (2007), racconto corale e collettivo che vede protagoniste otto famiglie di Gerusalemme divenute profughe nella loro stessa città in seguito alla Guerra dei sei giorni, che tornano a far visita alle loro case trovandole occupate da nuovi abitanti ebrei, in una sorta di trasposizione cinematografica in chiave contemporanea del celebre Ritorno ad Haifa di Ghassan Kanafani.

E lo è in Una manciata di terra (2008), dove il passaggio simbolico di un mucchietto di terra di mano in mano diventa la chiave per raccontare la trasmissione della memoria collettiva palestinese dalla prima generazione di profughi, cacciati dai propri villaggi nel ’48, a quella attuale, costretta a vivere in un altrove che spesso è posto fuori dagli stessi confini geografici della Palestina storica.

Nel tempo che Sahera Dirbas dedica ad Osservatorio Iraq, allora, partiamo da qui. Dall’importanza di raccontare quello che è stato con un linguaggio diretto: quello del cinema.

I miei film – ci racconta – si sono spesso concentrati sulla storia orale palestinese, nel tentativo di documentare ciò che è stato, raccontarlo alle generazioni più giovani, cercare di far arrivare questo messaggio anche fuori dalla nostra terra. Racconto la storia dei villaggi che sono stati espropriati, della popolazione che è stata costretta a lasciare le sue case. Quello che è successo a Gerusalemme o la sofferenza del mio popolo nel 1948. Se mi chiede per quale ragione, le rispondo che credo ci sia bisogno di ricostruire la storia dal nostro punto di vista, raccontare e raccontarci quello che abbiamo vissuto.

Con “Jerusalem Bride” però ci spostiamo in una stringente attualità che dal 2010 – anno in cui è stato girato – non può che essere peggiorata…

Volevo raccontare un contesto attuale, sul quale manca ogni tipo di informazione credibile. Guardando alle notizie che circolano, scopriamo che è disponibile solo una versione dei fatti, solitamente quella raccontata dal più forte. Il film allora diventa un modo per esporre la mia verità: avevo bisogno di parlare di oggi per mostrare vicende che la gente, semplicemente, non immagina e non conosce.

In questo lavoro in particolare i temi che si intrecciano nella trama narrativa sono molteplici, e complessi. Qual è il messaggio centrale che voleva mandare?

Volevo far capire agli spettatori che a Gerusalemme ci sono persone, non solo pellegrini, che tentano disperatamente di vivere la loro vita quotidiana con difficoltà a causa dell’occupazione. Il messaggio al mondo dunque è ‘guardate’. Guardate la differenza tra la vostra vita e la nostra, anche nelle cose più semplici e banali. Tutto, qui, diventa complesso e difficile, anche sposarsi. E’ qualcosa che spesso non si riesce neanche ad immaginare.

Ecco perché credo che i protagonisti di questo film, in realtà, non siano Riham, Omar, e nemmeno il loro matrimonio: è tutta la popolazione palestinese che a Gerusalemme tenta di sopravvivere. Allora fiction e realtà si rincorrono continuamente: Riham è un’assistente sociale, e tutte le visite che svolge alle famiglie in difficoltà mostrano storie vere, di quotidiano esproprio, occupazione, separazione. Ed ogni scena che ho girato rimanda a problematiche reali: anche la scelta della casa in cui vivrà la nuova coppia di sposi diventa centrale a Gerusalemme. Se fosse fuori, nei Territori occupati, Riham e Omar rischierebbero di non poter incontrare mai più le loro famiglie.

Lei ha scelto di realizzare tutti i suoi film in modo indipendente, senza fare ricorso a co-produzioni o richiedere fondi nazionali. Una scelta importante.

Il cinema indipendente in Palestina purtroppo non è ancora molto sviluppato. La maggior parte dei registi sceglie di realizzare i propri lavori in coproduzione israelo-palestinese, o con i fondi dell’ANP, e naturalmente esiste una censura per i contenuti che si sceglie di mostrare. E’ un’esperienza che ho vissuto sulla mia pelle con il mio primo film, Stranger in my home, che volevo realizzare in collaborazione con le istituzioni palestinesi.

Quello che accade il più delle volte è l’innesco di un meccanismo di autocensura quasi automatica e addirittura preventiva, applicata ancora prima di chiedere quei finanziamenti all’Europa che si immaginano sottoposti ad un certo tipo di narrazione. Ho scelto di rinunciare, di essere indipendente. Ed è stato davvero sorprendente scoprire quante persone sostenessero con forza il mio impegno.

Infatti “Jerusalem bride” è un film completamente autofinanziato, costato circa 6mila euro a cui hanno collaborato volontariamente tutti, dai cameraman agli attori.

Sì, lo hanno fatto quando ho spiegato loro che non lavoravo per nessuno, solo per noi. Era un primo passo, un mattone per portare avanti il mio sogno di costruire un cinema indipendente palestinese, piano piano, un piccolo film per volta.

Un lavoro coraggioso, il suo.

Non lo so. Di certo c’è necessita di grandissima energia: lavorare senza fondi, chiedendo alla gente di collaborare semplicemente perché crede nel tuo progetto e nell’importanza di raccontare liberamente le nostre storie non è semplice. Girare, fare ricerca, filmare, richiede grande forza ed è stancante. Ci sono momenti in cui perdo le energie, e mi convinco di dover scegliere la via più comoda della co-produzione. Ma spesso è il mio stesso team a dirmi ‘non pensarci neanche, vai avanti con il tuo sogno’, dandomi grande forza e speranza per il futuro. Questo mi incoraggia e mi rende più forte. Sono sicura che insieme ce la faremo, e che il nostro cinema possa crescere.

Passeggiano, Riham e Omar, lungo le mura della città vecchia, in una delle scene più belle di Jerusalem Bride. Quel percorso alternativo che in pochi conoscono, nascosto fra i tetti, che regala la libertà di dominare con lo sguardo l’intera città, senza essere visti.

E’ da lì, da quell’inquadratura, che lo sguardo – della telecamera e il nostro – riesce a cogliere l’infinita contraddizione del teatro in cui si svolge questa storia.

L’occupazione, i militari, i check point. La colonizzazione dei sobborghi, la segregazione, la violenza che ne diventa colonna sonora e sottofondo costante. “Ma loro due, i protagonisti, osservano dall’alto. Mi piace credere che l’unione e l’amore siano più forti di tutto il resto”, sostiene Sahera. E viene da augurarglielo – Inshallah – mentre l’iniziativa si conclude e lei scappa verso la prossima intervista.

April 01, 2014di: Cecilia Dalla Negra Israele,Palestina,Articoli Correlati:

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