“I saharawi hanno bisogno di sostegno politico”. Incontro con Ghalia Djimi

Incontro con l’attivista Ghalia Djimi, simbolo della resistenza pacifica per i diritti e l’autodeterminazione del popolo saharawi. “La comunità internazionale deve spingere per la soluzione del conflitto, prima che la situazione degeneri nella violenza”.

di Elisa Pavon* – traduzione a cura di Francesco La Pia

Irradia calma, genera attorno a sé un’aura di tranquillità.

Qualsiasi cosa commenti lo fa con voce pacata e l’armonia delle sue parole contrasta con la realtà aspra, dura e ingiusta che descrive.

Le sue argomentazioni sono solide, quasi impossibili da contraddire.

“Chiedo con tutte le mie forze che la gioventù saharawi, oggi posizionata a favore del ritorno della lotta armata, ci aiuti a spingere la comunità internazionale a riconoscere i nostri diritti; che ci aiuti a far conoscere la verità sulla nostra lotta pacifica, affinché il popolo saharawi passi alla storia come l’unico esempio vivente di questo tipo di resistenza senza violenza, che dura da oltre 37 anni”.

Nata il 28 maggio del 1961 ad Agadir (Marocco), Ghalia Djimi ripercorre la sua vita in pochi minuti (…). “Non ho mai pensato di ritirarmi dalla lotta e mantengo la speranza grazie a due premesse imprescindibili: primo, la fede in Dio; secondo, la consapevolezza di battermi per una causa legittima. È questo ad avermi dato la forza per continuare, nonostante la paura, la tanta sofferenza e i sacrifici… Sono convinta al cento per cento che riusciremo ad ottenere il referendum (per l’autodeterminazione, ndt) e, con esso, la nostra libertà”.

Racconta com’era la vita negli anni ’60 e ’70 in un quartiere marginale di Agadir (Lekhiam), dove viveva in condizioni di reclusione e isolamento assoluto una nutrita comunità saharawi.

“Lì vivevano i miei nonni e lì nacqui io. I marocchini ci avevano relegato in quella zona dopo il gran terremoto del 1960. Le case erano distrutte e, nonostante la ricostruzione nella città, quest’area è rimasta fino al 1981 senza luce e senza acqua perché ci vivevano “los polisarios”. Così ci chiamavano allora e così continuano a chiamarci oggi”.

Fino al 1981, perché quella è la data in cui la comunità saharawi riuscì ad ottenere l’acquisto delle terre e a convertire il quartiere in una “zona abitabile, con luce e acqua, nell’intento di mantenere al di sopra di tutto la nostra dignità, nonostante il dover vivere marginalizzati e sottoposti costantemente a vessazioni razziste”.

Attualmente – assicura Ghalia Djimi – esistono vari quartieri marginali dove risiede popolazione saharawi in diverse città marocchine, come Douar Tum e Takadoum a Rabat o Douar Learab a Kenitra. “La situazione in cui si ritrovano a vivere è molto difficile.

Non hanno diritti, vengono trattati come scorie, sopravvivono agli sgarri quotidiani e al razzismo”, afferma Ghalia Djimi mentre ricorda la crudeltà dell’emarginazione sofferta da piccola e dei pregiudizi sociali e politici.

L’immagine è più chiara quando espone lo scenario che si vive nel Sahara Occidentale tutt’oggi occupato, dove Ghalia Djimi sta crescendo, con l’aiuto del marito, i suoi cinque figli (quattro ragazze e un maschio tra i 9 ed i 17 anni). “Dall’intifada del 2005, più nulla è clandestino in Sahara Occidentale. Le violazioni dei diritti umani, a tutti i livelli, sono visibili, evidenti… I miei figli, anche se noi abbiamo cercato di tenerli al margine e di farli concentrare sugli studi, sono coinvolti nell’attivismo, stanno vivendo quotidianamente la repressione e questo li ha spinti a reagire, come tutti del resto”.

“Da sette anni i miei figli sono a contatto di giorno in giorno con la repressione. Hanno visto le manifestazioni represse nel sangue, hanno sentito i racconti delle torture ed così hanno iniziato a interessarsi alla causa, a fare domande, a voler sapere cosa accade e perché… Fino ad allora io volevo preservarli da tutto questo ma nelle condizioni attuali è impossibile”, assicura la Djimi, che ha dovuto raccontare ai suoi figli d’essere stata detenuta per tre anni e sette mesi, assieme a Aminatou Haidar, senza che i suoi familiari avessero sue notizie. L’unica cosa buona di quel periodo è stato l’incontro con il suo futuro marito, come lei cerca di trasmettere ai suoi figli “la parte positiva da estrarre in tutte le circostanze della vita” (…).

Il difficile è trovare l’equilibrio

“Il mio obiettivo è cercare di non fargli odiare la popolazione marocchina. Si tratta di una causa politica. Anche se oggi mi costa molto mantenere questo principio dal momento che il Marocco utilizza i coloni a Laayoune e Dakhla contro i saharawi. La situazione è sempre più dura e complessa e i marocchini insediati nelle nostre terre (…) partecipano in maniera attiva alla repressione patita dal nostro popolo”.

Ghalia Djimi si è scontrata di frequente con la direzione della scuola dove studiano i suoi figli “perché li obbligano ad apprendere e a cantare per l’intera mattinata l’inno marocchino senza avere alcun diritto di imporglielo” (…).

Lei, come madre e attivista, ha la difficile missione di trovare l’equilibrio tra ciò che vuole evitare ai suoi figli e ciò che deve fargli capire sulla realtà della situazione.

Deplora profondamente di averli in qualche sorta “trascinati nell’attivismo senza volerlo, perché tutte le iniziative dell’ASVDH (l’Associazione saharawi per le vittime di violazioni gravi dei diritti umani, di cui Djimi è una delle responsabili, ndt) si svolgono nel nostro domicilio, dal momento che non possiamo avere una sede legale. Così capita spesso che la polizia marocchina faccia irruzione per impedire le riunioni…” (…).

Ghalia è ormai considerata una Ghandi locale, una pasionaria della causa sarahawi… Non è troppa la responsabilità? “Per me non è assolutamente una pressione… Forse un giorno il nostro vissuto di ex detenute potrà servire affinché altri non debbano subire la stessa sorte.

Sono convinta dell’importanza di ciò che facciamo – assicura – difendere una causa giusta significa difendere più in generale gli esseri umani, per vivere con dignità, in pace, imparando a rispettare ed accettare gli altri… Questa è la mia convinzione e, perciò, sarò sempre disposta a sacrificare quanto è necessario per arrivare all’obiettivo, perché la giustizia non potrà mai essere oscurata.. è più brillante del sole”.

Allo stesso tempo, però, la signora Djimi mostra tutta la sua frustrazione quando si sofferma a riflettere sulla situazione vissuta oggi dai giovani. “Siamo di fronte ad una impasse e per noi difensori dei diritti umani è sempre più difficile spiegare ai giovani di Laayoune e Smara la nostra posizione. La mia generazione ha cercato di mantenere vivo il valore della tolleranza, ha cercato di avere pazienza… ma i ragazzi oggi non hanno più speranza nel futuro, sono stufi, subiscono la violenza e reagiscono di conseguenza alimentando una spirale negativa che non fa che aumentare il loro malessere..sono pronti a prendere le armi per far sapere al resto del mondo la durezza della loro situazione” (…).

“Abbiamo bisogno di appoggio politico, non solo umanitario (comunque necessario per la popolazione dei campi profughi a Tindouf). L’iniziativa del parlamento svedese, che nelle scorse settimane ha ufficialmente riconosciuto la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica), va nella giusta direzione… La comunità internazionale deve farsi carico di risolvere questo conflitto prima che, da entrambe le parti, si arrivi a uno stadio di violenza maggiore”.

Ndt. Nel dicembre scorso una risoluzione votata a maggioranza dal Parlamento europeo (PE) ha chiesto – per la prima volta in modo ufficiale – “la liberazione di tutti i prigionieri politici saharawi” detenuti nelle carceri marocchine.

Nel testo della risoluzione il PE ha espresso “la sua inquietudine riguardo al deterioramento della situazione dei diritti umani in Sahara Occidentale” e ha invitato il regno alawita a garantire il rispetto “della libertà di associazione, di espressione e del diritto di manifestare” a Laayoune, Smara e Dakhla. L’assemblea di Strasburgo ha poi ribadito il suo sostegno alla creazione di un meccanismo internazionale indipendente per il monitoraggio delle violazioni nella regione (come richiesto dall’inviato ONU Christopher Ross) e la sua volontà di arrivare a una “soluzione giusta e durevole del conflitto, sulla base del diritto della popolazione saharawi all’autodeterminazione, in conformità alle risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite”.

*Per la versione originale dell’articolo clicca qui.

January 3, 2013

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