Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), nel 2012 ci sono stati 7,6 milioni di nuovi sfollati in tutto il mondo a causa di conflitti o persecuzioni politiche. Una media giornaliera di 23 mila persone che ogni giorno, durante lo scorso anno, sono state costrette a lasciare le proprie case per cercare rifugio altrove.

 

Il Medio Oriente non fa eccezione, con l’attuale conflitto in Siria che – tra i più sanguinosi di sempre nella regione – ha già prodotto in due anni quasi 2 milioni di profughi. Di conseguenza aumentano anche le persone la cui tutela è affidata all’UNHCR, dal momento che il 50% di loro vive con circa 10 dollari al giorno.

Nel 2012 queste persone sono andate a formare il secondo numero più grande di sempre: 35,8 milioni (il record si era toccato nel 2009); ma soltanto 10,5 milioni – di cui il 48% è rappresentato da donne e il 46% da minori – riescono alla fine a vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Tutti gli altri restano in attesa, nella maggior parte dei casi in condizioni che non soddisfano quegli standard internazionali che prevederebbero per tutti  una struttura abitativa, un’assicurazione sanitaria e un sussidio monetario minimo. La realtà spesso è fatta di enormi campi profughi che accolgono un numero di persone superiore al consentito, o di vere e proprie prigioni che si nascondono dietro alle mura dei centri di identificazione o di accoglienza. 

In altri casi, invece, la lunga attesa di una risposta davanti alla richiesta di asilo viene vissuta ai margini della società, raggiunti perché si fugge da condizioni troppo spesso lontane dal rispetto della dignità umana, ma dove la ricerca di una vita migliore si imbatte con il contesto di illegalità in cui si rischia di cadere. 

E’ il caso di Mohamud Mohamed Guled, ragazzo somalo di 31 anni che lo scorso 13 giugno si è gettato dal quarto piano di un edificio occupato a Firenze. 

Arrivato in Italia nel 2011, Guled era stato ospitato in un centro di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati di Pisa gestito dalla Croce Rossa. Lì era rimasto fino al 28 febbraio, quando il governo italiano aveva deciso che strutture del genere, sorte nell’ambito del progetto “Emergenza Nord Africa” avviato nel 2011, non ricoprivano più alcuna funzione di pubblica utilità.

Alle persone che da un giorno all’altro si ritrovavano, di fatto, senza quella che per loro era diventata una casa, il governo ha proposto 500 euro di “buona uscita”. Oppure il nulla, nel caso in cui insistessero per restare all’interno della struttura come occupanti. 

Guled aveva optato per il contributo economico ma, ritrovandosi senza un posto dove stare o amici che lo potessero ospitare, ha deciso insieme ad altri ragazzi somali che si trovavano nelle sue stesse condizioni di occupare un palazzo a Firenze. Qui però non poteva più essere seguito dai medici del Santa Chiara di Pisa, perché con la chiusura del centro era terminata anche l’assistenza sanitaria.

Guled aveva bisogno di cure quotidiane, perché affetto da depressione e disturbi psicologici che negli ultimi tempi si erano aggravati ulteriormente. 

Senza un lavoro stabile, in una casa non sua, considerato dalla società un illegale e con un passato fatto di sofferenze e persecuzioni, Guled non si sentiva accettato. “Non si sentiva più bene con se stesso”, ricordano i suoi connazionali. 

Eppure, in maggio, era arrivata anche una risposta positiva da parte della commissione territoriale incaricata di vagliare il suo caso, che aveva deciso di concedergli lo status di rifugiato, riconoscendo le persecuzioni subite nel suo paese di origine. Neanche questa notizia lo ha fermato, forse perché il punto di non ritorno era già stato raggiunto. Avere o non avere quel documento, oramai, era la stessa cosa.

In un comunicato stampa alcune associazioni toscane hanno scritto che “Guled è morto di disamore e di indifferenza. Schiacciato dai traumi di un passato violento, e svuotato dall’arroganza e dall’ignoranza di un paese che non ha mai saputo riconoscerlo come uomo”.

L’idea di questo speciale nasce proprio dai diritti. 

Perché dietro i dati e le statistiche che la Giornata Mondiale del Rifugiato ci ricorda ogni anno sono innumerevoli le storie di uomini e donne che una volta costretti a lasciare le proprie terre di origine non riescono a trovare altrove un contesto di umanità che basterebbe da solo a rappresentare una nuova casa. La storia di Guled era una di queste e la sua morte è un grido di allarme lanciato da milioni di esseri umani che chiedono aiuto e protezione in tutto il mondo.

 

June 25, 2013di: redazioneAllegati: speciale rifugiati_giugno 2013.pdfAfghanistan,Algeria,Arabia SauditaBahrain,Egitto,Emirati Arabi UnitiGiordania,Iran,Iraq,Israele,Kuwait,Libano,Libia,Marocco,Oman,Palestina,Qatar,Siria,Tunisia,Turchia,Yemen,

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