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Vivere e morire in un pronto soccorso di Baghdad

Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. “Oh mio Dio, sono esplosioni!”, ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.

La maggior parte delle persone erano gravemente ferite – arti amputati, gravi lesioni interne, stati di shock e ferite varie. E’ stato davvero orribile.

Tutti noi abbiamo cercato di aiutare quanto più potevamo – dai medici curanti agli stagisti, fino ai custodi. Il pronto soccorso è diventato un alveare: caotico, ma allo stesso tempo abbastanza organizzato.

Le vittime erano fisicamente ed emotivamente devastate. Poi i parenti, alcuni piangevano e gridavano. Scene terribili e ricordi che mi tormenteranno per il resto della mia vita.

In due ore era tutto finito. Alcuni pazienti sono stati trasportati in ospedali specializzati, altri sono stati ricoverati e operati, e alcuni sono potuti tornare a casa.

In qualche modo al pronto soccorso è tornata la normalità. Ma per me non era finita.

Al termine del mio turno ho continuato a riprodurre tutto quello che avevo vissuto nella mia mente più e più volte, cercando di dargli un senso. Ma ho fallito. Mi sentivo intorpidito, svuotato dentro.

Non capisco.

Durante i miei otto mesi di servizio in questo pronto soccorso mi sono capitate situazioni simili a questa. Eppure gli attacchi di giovedì hanno significato qualcosa di diverso. Forse a causa del numero maggiore di vittime civili provocate dalle molte esplosioni o forse perché tutta Baghdad e la sua gente sembrava sotto attacco.

Continuavo a chiedermi: “E se questo tornasse a diventare normale? Come pensiamo di affrontare tutto ciò? “

Voglio solo una vita normale, non posso permettermi di vivere di nuovo con la paura. Dopo anni e anni si potrebbe pensare che ci siamo abituati a convivere con bombe e attacchi terroristici.

Venerdì, il giorno dopo l’attentato, avrei dovuto festeggiare un anno esatto dall’inizio del mio lavoro come giovane medico a Baghdad: era il 23 dicembre del 2010.

Doveva essere un giorno felice, ma non lo poteva essere, perché ciò che è accaduto ha ucciso la mia gioia, la mia voglia di celebrare questo traguardo.

Venerdì e sabato siamo stati allertati, tutto il personale medico doveva essere presente al pronto soccorso. E’ quello che dobbiamo aspettarci anche per i giorni a venire.

*Lubna Naji è un giovane medico di Baghdad. Ha 25 anni e lavoro in un pronto soccorso della capitale irachena.

Redazione

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