Nel cuore della Puglia, a Santeramo in Colle, le fabbriche stanno per spegnere i motori. Natuzzi, colosso italiano del mobile imbottito, ha annunciato la chiusura di due stabilimenti – uno proprio a Santeramo e l’altro in Basilicata – con il trasferimento della produzione in Romania a partire dal 2026. Non è solo una questione di numeri o bilanci: dietro a queste decisioni ci sono decine di famiglie, intere comunità che vedono svanire un pezzo importante della loro economia. La crisi del manifatturiero nel Sud torna prepotente, e questa volta colpisce duro, facendo tremare il tessuto industriale di due regioni già fragili. Sindacati e istituzioni locali si preparano a una battaglia che promette di essere lunga e difficile.
Chiusure e trasferimenti: cosa cambia dal 2026
Natuzzi ha reso noto il piano industriale che riduce da cinque a due gli stabilimenti attivi in Italia. La storica fabbrica di Santeramo in Colle chiuderà definitivamente nella seconda metà del 2026. Ma non è tutto: gli impianti di Graviscella e Iesce 2 fermeranno la produzione per almeno un anno. In questo periodo, una buona parte del lavoro sarà spostata in Romania, paese che sta diventando sempre più un punto di riferimento per aziende italiane alla ricerca di costi più bassi. Il trasferimento è una mossa strategica per far fronte ai costi elevati che pesano sulle produzioni italiane. La domanda di mercato cala, in parte per ragioni globali, e questo spinge Natuzzi a ridisegnare la sua mappa produttiva. Nel comunicato ufficiale, l’azienda assicura di voler salvaguardare l’occupazione redistribuendo i lavoratori nei due stabilimenti ancora aperti, ma questa promessa non convince chi da anni affronta cassa integrazione e sacrifici.
Sindacati in rivolta: accuse e tensioni
Le sigle sindacali Cisl, Cgil e Uil non hanno preso bene la notizia. Durante l’incontro con la dirigenza, hanno definito il piano “inaccettabile” e denunciato il mancato rispetto degli accordi presi solo pochi mesi fa. A fine 2023, infatti, era stato firmato un compromesso che prevedeva l’estensione della cassa integrazione, con più lavoratori coinvolti, a patto che la produzione restasse in Italia. Ora, con lo spostamento in Romania, quell’intesa è stata disattesa. I lavoratori temono che la chiusura di Graviscella e Iesce 2 sia solo l’inizio di uno smantellamento più ampio, ricordando il precedente della fabbrica di Ginosa chiusa nel 2013 e i licenziamenti recenti. Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia, ha espresso forte preoccupazione per il futuro industriale della zona. Per lui, la chiusura di tre stabilimenti su cinque fa parte di un processo di deindustrializzazione che mette a rischio il lavoro e la produzione in Puglia e Basilicata, regioni che stanno cercando di rilanciare il distretto del mobile imbottito.
Sciopero e pressioni politiche in vista dell’incontro a Roma
La tensione ha spinto i sindacati a organizzare una mobilitazione, che sarà ufficializzata durante il confronto con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, previsto per l’11 giugno a Roma. I lavoratori scenderanno in piazza per chiedere il blocco immediato del piano, che considerano devastante per il territorio. Sul fronte politico, il segretario regionale del Pd pugliese, Domenico De Santis, insieme al consigliere Ubaldo Pagano, ha chiesto un intervento deciso del governo. La richiesta è di avviare una strategia di reindustrializzazione strutturale, partendo proprio dagli stabilimenti Natuzzi, che rappresentano un punto chiave non solo per l’economia locale ma per l’intero settore del mobile imbottito a livello nazionale. Le forze politiche sottolineano l’urgenza di un segnale forte a sostegno di un’industria che è cuore produttivo e culturale della Puglia, per evitare che la desertificazione industriale comprometta definitivamente il futuro economico e sociale dell’intera area.
