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Libano: aggredito per una foto. La storia del blogger Habib Battah

Da stamattina la storia di Habib Battah spopola su Facebook. Moltissimi i “colleghi” che hanno condiviso il suo ultimo post: “Getting physically assaulted today at District S site”, lo stesso che gli è valso un’aggressione in un cantiere di Beirut.  

       traduzione a cura di Marco Di Donato    Intorno alle 16 di oggi (14 maggio, ndt), ho sentito che alcune rovine venivano rimosse per dare spazio a un grande progetto di costruzione conosciuto come ‘Distretto S’, un progetto multi-milionario per la creazione di appartamenti di lusso su un enorme terreno nei pressi di Piazza dei Martiri e della Moschea di Al Amin Mohammed, a Beirut. Ero appena giunto sul posto, intorno alle 17, quando ho visto un’enorme gru gettare delle fondamenta di cemento. Ho attraversato la strada e ho usato un buco del recinto per scattare alcune foto. Nulla era visibile eccetto i bulldozer. Un uomo con un walkie-talkie mi ha subito urlato di non scattare, invitandomi a raggiungerlo alla porta principale. Ad aspettarmi, due individui, uno dei quali imbracciava un oggetto di metallo tra le labbra. Ho chiesto se potevo visitare il sito, ma mi hanno risposto che era “proprietà privata”. ‘Proprietà privata? Ma sono rovine antiche‘, ho contestato. Si è scusato ripetendo però che non avrei potuto accedere al sito. E’ allora che si manifesta un altro uomo, dalla pelle quasi pallida: aveva un fisico da buttafuori. “Vedi questo recinto? Questa è proprietà privata”. ‘Amo la storia e penso che dovrebbe essere condivisa’, insisto. “Vuoi la storia? Vattela a cercare laggiù”, mi risponde indicandomi il centro della città. ‘Voglio vedere che cosa c’è qui’, ribatto. Poi, con un sorriso, mi chiedono se ho voglia di caffè: ‘Certo, ma prima voglio vedere le rovine’. “Non ci sono rovine qui! Non c’è niente da vedere”. La porta del cantiere si apre d’improvviso: ‘Qual è il segreto? State nascondendo qualcosa?’, insisto. Uno degli uomini in piedi stava trasmettendo via radio tutto quello che accadeva e ben presto fummo raggiunti dal boss. Indossava pantaloni eleganti e una camicia leggermente aperta sul petto: aveva capelli grigiastri.  Non mi sembrava il tipo da sporcarsi le mani. “Non c’è nulla qui”. ‘Ma se non c’è nulla, allora perché non vuoi farmi vedere?’.  “Bene, vuoi vedere? Guarda”, e m’indica la porta aperta. Tutto quello che potevo vedere era un grande mucchio di sporcizia e alcune rocce sulla mia destra. In lontananza, verso l’estrema sinistra, il necessario per le fondamenta. “Vedi, non c’è nulla”. ‘E lì?’, dico indicando un’area centrale che non era visibile dal punto in cui eravamo: ‘Posso andare laggiù?’ Mentre camminavo lungo la collinetta sterrata, mi appare dinanzi un’antica struttura di parete di roccie rettangolari, scure, quasi grigiastre, da quello che ricordo. Erano circa 1-2 metri di lunghezza e tutte accuratamente montate insieme. Intravedevo anche una piccola squadra di uomini che le stavano spostando utilizzando una piccola gru. Senza esitare il mio primo riflesso fu quello di scattare una foto sul mio telefono cellulare con la fotocamera. “No foto”, ripete allora il boss, ordinandomi di cancellare le immagini.  ‘Vorrei parlare con il mio avvocato o andarmene via ora’, dico. “Chiudi la porta!” urla subito il buttafuori “Non lasciarlo scappare!” In un attimo mi ritrovai circondato. Continuarono a farmi pressione per cancellare le foto con un tono di voce sempre più alto. Poi, d’improvviso uno dei lavoratori afferra il mio telefono: sentivo i miei polsi stretti l’uno vicino all’altro ed ero bloccato. Non appena iniziai a provare a divincolarmi, sentii un altro paio di mani stringersi intorno al mio petto con le unghie che entravano quasi nella pelle. Sempre tenendo stretto il mio telefono, la mia mano fu piegata indietro. Infine, temendo di schiacciare il mio telefono, mi arresi e rinunciai.  ‘Va bene, le cancello!’. Intanto il boss aveva assistito a tutta la scena, impassibile. Aprii il mio iPhone ed iniziai a digitare il codice di accesso, lamentandomi con loro di come ero stato trattato. Improvvisamente il lavoratore che mi aveva bloccato prima mi affrontò di nuovo e questa volta le sue unghie si conficcarono nel mio polso. Cercai ancora una volta di divincolarmi, fino a quando il boss non gli disse di smettere.  ‘Lo sto facendo’ gridai. ‘Devo sbloccare il telefono!’ Cancellai le due foto della parete rocciosa. Poi vide gli scatti che avevo fatto in precedenza attraverso i buchi della recinzione. “Guardate quello che ha fatto”, esclamò il caposquadra, avvisando attraverso un walkie-talkie un altro membro dello staff che gli suggerì che forse sarei potuto essere una spia.  “Vaffanculo tu e la tua storia”, aggiunse il caposquadra, così come anche gli altri uomini continuavano a imprecare contro di me.  ‘Siete orgoglioso di voi stessi?’, chiesi con il fiato spezzato. “Tenetelo fermo qui finché arriva la polizia,”, minacciò uno degli uomini, mentre due giovani ragazzi bloccavano di nuovo la porta. “Lascialo andare”, disse invece il buttafuori. I ragazzi non si muovevano, così io, approfittando delle parole del buttafuori, iniziai a provare a forzare la porta. “Lasciatelo andare, lasciatelo andare”, ripeté il caposquadra. Una volta uscito mi avviai verso la mia auto notando che uno dei due ragazzi mi stava seguendo. Entrai nella mia macchina e scattati una foto degli uomini che mi avevano assalito e che, poco dopo la mia uscita, si erano riuniti fuori il cantiere. Quando tornai a casa andai a riferire l’accaduto ad una stazione di polizia vicino a casa mia. “Lasci perdere” mi risposero i poliziotti dopo aver ascoltato la mia storia. “E’ la sua parola contro la loro. Non ha alcun testimone.” Avevano ragione. Se gli uomini sul posto erano disposti a picchiarmi per compiacere il loro capo, avrebbero di certo mentito per lui e considerando il fatto che ero chiuso nel cantiere nessuno dalla strada avrebbe potuto testimoniare come mi avevano più volte aggredito. Ho lasciato la stazione di polizia con la netta sensazione che i cittadini libanesi non godono di alcuna protezione e che i ricchi ci possono distruggere come formiche se non abbiamo mai il coraggio di agire contro di loro.   Per la versione originale, clicca qui.  Foto by عبدالإله بن محمد الشمري (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons    May 15, 2013Libano,Articoli Correlati: 

Redazione

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