Cinque anni dopo la laurea, un neolaureato italiano che lavora all’estero guadagna in media il 60% in più rispetto a chi resta in Italia. Un divario netto, che il XXVIII Rapporto AlmaLaurea fotografa senza sconti. Non è solo questione di stipendio: dietro a questi numeri ci sono scelte di vita, aspettative e mercati del lavoro profondamente diversi. La cosiddetta “fuga dei cervelli” continua a mordere, confermando una realtà che pochi vogliono ignorare.
Il divario salariale si allarga con gli anni
Secondo i dati di AlmaLaurea, la differenza tra gli stipendi dei laureati che lavorano all’estero e quelli che restano in Italia cresce col tempo. Già dopo un anno si notano discrepanze, ma è a cinque anni che il gap diventa più evidente. In media, i giovani laureati impiegati all’estero percepiscono uno stipendio netto mensile di circa 2.941 euro, senza grandi differenze tra i vari settori. Chi invece lavora in Italia guadagna intorno ai 1.840 euro netti. La forbice supera dunque il 59%, una cifra che negli ultimi anni è rimasta sostanzialmente stabile.
In termini pratici, un laureato all’estero riesce a recuperare prima l’investimento fatto per gli studi e vede una crescita salariale più rapida nei primi cinque anni di carriera. Il divario si nota fin da subito: anche all’inizio del percorso lavorativo, i neolaureati all’estero ottengono stipendi più alti rispetto ai colleghi italiani. Questo dimostra che il problema è strutturale, non solo legato a situazioni temporanee.
Non solo soldi: perché i giovani scelgono l’estero
Lo stipendio più alto è sicuramente un motivo importante, ma non l’unico. Molti giovani guardano all’estero anche per la qualità del lavoro e le opportunità di carriera. Sempre meno sono disposti ad accettare lavori sottopagati o che non rispecchiano il loro percorso di studi. Il rapporto segnala che quasi il 70% dei laureati non accetterebbe un impiego a tempo pieno con meno di 1.500 euro netti al mese.
I mercati del lavoro all’estero spesso offrono non solo stipendi migliori, ma anche percorsi di carriera più meritocratici e veloci. Paesi europei e nordamericani sono visti come realtà dove è più facile crescere professionalmente e vedere riconosciute le proprie competenze fin dai primi anni. Oltre al salario, conta anche la qualità dell’ambiente lavorativo, le possibilità di avanzamento e il riconoscimento del proprio valore nel tempo.
In Italia il mercato tiene, ma gli stipendi restano bassi
AlmaLaurea mostra anche una certa solidità del mercato del lavoro italiano per i laureati, anche se il problema delle retribuzioni basse persiste. A un anno dalla laurea, il tasso di occupazione è in crescita, arrivando all’81,2% per i laureati triennali e all’80,8% per quelli magistrali. Dopo cinque anni, la situazione migliora ancora: il 91,7% dei laureati di primo livello e il 94,4% di quelli di secondo livello sono occupati.
Nonostante questi numeri incoraggianti sull’occupazione, gli stipendi medi rimangono deludenti. Cinque anni dopo la laurea magistrale, il reddito netto mensile medio è intorno a 1.847 euro. Un miglioramento minimo rispetto al passato, ma ancora molto lontano dagli stipendi offerti in molti Paesi europei o negli Stati Uniti. Questo rende difficile trattenere in Italia i giovani più preparati e qualificati.
I settori meglio pagati e il confronto con l’estero
Non tutti i laureati hanno le stesse chance sul mercato del lavoro, né guadagnano allo stesso modo. I settori più remunerativi restano ingegneria, informatica e ICT, discipline medico-sanitarie, economia e professioni tecniche specializzate. Un dato che conferma una tendenza ormai consolidata, allineata alle richieste del mercato sia nazionale che internazionale.
Ma anche in questi settori di punta il divario con l’estero è significativo, spingendo molti laureati a cercare fortuna all’estero. Non è solo questione di stipendi iniziali: nei Paesi più avanzati i salari crescono più rapidamente nei primi cinque anni di carriera, mentre in Italia ci vuole più tempo per raggiungere livelli simili. Questo fenomeno pesa sul futuro professionale dei giovani e alimenta la migrazione dei talenti verso l’estero.
