Le compagnie petrolifere europee continuano a registrare profitti record, mentre Bruxelles decide di non intervenire con una tassa unitaria. La Commissione europea ha lasciato ai singoli Paesi la libertà di scegliere come agire, scatenando un acceso dibattito. L’Italia, in particolare, si trova al centro delle polemiche, divisa tra chi chiede misure più incisive e chi teme le conseguenze di interventi troppo drastici. Quegli “extraprofitti”, frutto dell’impennata dei prezzi dell’energia, pesano ora sulle decisioni politiche e sulle tasche delle famiglie. Il nodo resta: come gestire questo surplus di guadagni senza danneggiare il mercato e senza lasciare i cittadini scoperti?
Bruxelles apre la porta, ma il coordinamento resta una sfida
La Commissione europea ha detto chiaro e tondo che non vuole imporre una tassa sugli extraprofitti petroliferi valida per tutti i Paesi membri. Ogni Stato potrà quindi decidere da solo se e come intervenire, usando le leggi nazionali a disposizione. Questo lascia spazio a scelte diverse, basate sulle esigenze e sulle politiche di bilancio di ciascun Paese.
Bruxelles si è rifatta alla comunicazione AccelerateEU, pubblicata il 22 aprile 2024, che consente interventi mirati senza mettere a rischio il mercato unico. L’esecutivo europeo controllerà poi gli effetti di eventuali misure nazionali, per evitare distorsioni negli scambi interni. Nel frattempo, si è detto pronto a offrire supporto e a condividere buone pratiche tra governi.
La decisione ha scatenato reazioni contrastanti. Sei Paesi – Italia, Germania, Spagna, Austria, Polonia e Portogallo – avevano chiesto un intervento comune per redistribuire almeno una parte di questi profitti extra. Ora, senza una linea unica, si va verso strategie diverse, con risultati che varieranno da Stato a Stato.
Italia divisa: l’opposizione spinge per agire, il governo frena
In Italia la risposta di Bruxelles ha riacceso il dibattito politico. L’opposizione, in particolare Elly Schlein del Partito Democratico, chiede al governo Meloni di muoversi subito e senza scuse per tassare gli extraprofitti petroliferi.
Il tema è delicato, visto che la crisi energetica pesa sulle tasche di famiglie e imprese alle prese con bollette sempre più salate. Schlein insiste: “non bastano proroghe o misure temporanee, servono interventi concreti e immediati per sostenere chi è più in difficoltà.”
Dal fronte della maggioranza, invece, il ministro degli Esteri Antonio Tajani sembra voler dialogare con le compagnie petrolifere, cercando accordi per attenuare l’impatto della crisi. Il governo procede con cautela, bilanciando la necessità di incassare risorse fiscali con la priorità di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità del mercato.
Quanto valgono davvero gli extraprofitti? I numeri europei
Un punto chiave è capire quanto hanno guadagnato le compagnie petrolifere in più. Secondo un’analisi del gruppo Transport & Environment, rilanciata da SkyTg24, otto grandi aziende – tra cui Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, OMV e Moeve – hanno messo insieme circa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti solo nella prima metà del 2024, riferiti al mercato europeo.
A livello globale, la cifra sale a quasi 18 miliardi nello stesso periodo, con l’Europa che pesa per quasi il 42%. Nel primo trimestre del 2024 i guadagni extra erano stati intorno a 1,6 miliardi, mentre nel secondo trimestre – in piena escalation del conflitto in Ucraina – sono schizzati a quasi 5,9 miliardi. Numeri che mostrano il peso economico e la tensione politica dietro la discussione sulle tasse straordinarie.
La tassa sugli extraprofitti: un terreno minato per Roma
Mettere una tassa sugli extraprofitti non è una passeggiata. L’Europa dipende molto dalle importazioni di petrolio, che alimentano la raffinazione e la distribuzione di carburanti. Un prelievo troppo pesante rischia di mettere in crisi la disponibilità del prodotto o di creare tensioni lungo tutta la filiera.
Per l’Italia, se si dovesse decidere di intervenire, sarà fondamentale calibrare bene la misura. Bisogna trovare un equilibrio tra il gettito fiscale, il sostegno a chi soffre per i rincari e la sicurezza energetica. Ogni scelta dovrà valutare anche gli effetti sul mercato, per evitare che i prezzi salgano ancora o che si creino problemi di approvvigionamento.
Va ricordato che nel 2024 il governo ha già introdotto, con il decreto Bollette, un contributo fiscale sulle società energetiche operanti in elettricità e gas. Un primo passo, che però non ha risolto il nodo degli extraprofitti petroliferi.
Nei prossimi mesi sarà decisivo capire se e come l’Italia, insieme ad altri Paesi europei, riuscirà a mettere mano a questa situazione. Il rischio è che le tensioni geopolitiche continuino a pesare sulle bollette e sulla vita quotidiana di milioni di persone.
