«Chi va piano va sano e va lontano», dice un vecchio adagio. Ma con le nuove regole pensionistiche, andare piano potrebbe costare caro. Due giorni fa, il Ministero del Lavoro e il Mef hanno reso noti i coefficienti di trasformazione che partiranno dal 1° gennaio 2027. Non si tratta di numeri astratti, ma di parametri che peseranno sull’assegno pensionistico di tanti lavoratori. Le simulazioni dell’Osservatorio Previdenza della Cgil lanciano un allarme: per chi lascia il lavoro presto, la pensione potrebbe ridursi drasticamente. Stiamo parlando di tagli che, sommati nel tempo, superano i 35.000 euro. Una cifra che fa riflettere.
Coefficienti di trasformazione: cosa sono e perché cambiano
Nel nostro sistema contributivo, la pensione non si calcola più sull’ultimo stipendio, ma sul montante contributivo, cioè la somma di tutti i contributi versati nel corso della carriera. Per trasformare questo capitale in una pensione mensile, l’Inps applica un coefficiente che varia in base all’età di uscita dal lavoro: più si va avanti con l’età, più alto è il coefficiente, quindi più alta la pensione.
Questi coefficienti vengono aggiornati ogni due anni per tenere conto dell’aumento dell’aspettativa di vita. Oggi si vive più a lungo e quindi la pensione deve coprire un periodo più lungo. Per questo i coefficienti scendono: lo stesso capitale viene spalmato su più anni, riducendo l’importo mensile.
Per fare un esempio: chi è andato in pensione a 67 anni nel 2026 ha avuto un coefficiente del 5,608%. Dal 2027 questo scende a 5,514%, cioè una riduzione dell’1,68% dell’assegno rispetto all’anno prima. Guardando al trend, la diminuzione tra il 2024 e il 2027 supera il 3,6% per chi esce a 67 anni e arriva oltre il 4% per chi lascia il lavoro a 71 anni.
Le simulazioni: quanti soldi si perderanno davvero
L’Osservatorio Previdenza della Cgil ha fatto i conti su diverse fasce di pensione teoriche, basandosi sui parametri del 2024. Va chiarito che le cifre indicate non sono l’ultimo stipendio, ma l’importo lordo mensile che si sarebbe ottenuto con i coefficienti attuali.
Ad esempio, per avere una pensione contributiva netta di circa 1.000 euro al mese, serve un montante contributivo di circa 230.000 euro, corrispondente a una retribuzione annua lorda intorno ai 20-22 mila euro, maturata in 35-40 anni.
Le simulazioni evidenziano anche una differenza tra uomini e donne. Le donne, che statisticamente vivono più a lungo, subiscono una perdita complessiva maggiore, a parità di età e contributi.
I tagli si fanno sentire di più all’aumentare della pensione teorica mensile, ma non risparmiano nemmeno le fasce di reddito medio e medio-basso. Si parla di cali mensili fino a 146 euro per chi puntava a 4.000 euro mensili nel 2024. In un anno, la riduzione può superare i 1.800 euro lordi, mentre nel corso di tutta la pensione le perdite possono superare i 35.000 euro per le donne e quasi 28.000 per gli uomini.
Questi dati si riferiscono a un pensionamento a 67 anni, ma la stessa tendenza si conferma anche per altri livelli di reddito e differenti età di uscita.
Chi è coinvolto e come funzionano le nuove regole
Le modifiche riguardano solo chi andrà in pensione dal 1° gennaio 2027 in poi. Le pensioni già in pagamento non cambieranno.
L’effetto dei nuovi coefficienti dipende dal sistema di calcolo della pensione. Chi ha cominciato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 rientra nel sistema contributivo puro, e quindi vedrà la riduzione applicata su tutta la pensione.
Chi invece ha contributi precedenti al 1996 ha un sistema misto: la riduzione colpirà solo la parte calcolata con il metodo contributivo, mentre la quota calcolata con il sistema retributivo resterà invariata.
Un’opzione per ridurre l’impatto è posticipare l’uscita dal lavoro. Rimanendo più a lungo in attività e accumulando altri contributi si può beneficiare di un coefficiente più alto, anche se il vantaggio è limitato rispetto ai valori di un tempo.
L’età pensionabile sale, ma non basta a compensare i tagli
Dal 2027 cambiano anche le età per andare in pensione. L’accesso alla pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, per poi arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028. Anche la pensione anticipata contributiva si alzerà, arrivando a 64 anni e un mese.
Questo piccolo aumento, pochi mesi in più di lavoro, porta un beneficio limitato. Secondo i sindacati, lavorare un mese in più produce un incremento del montante troppo basso per bilanciare la riduzione dei coefficienti di trasformazione.
Insomma, l’aumento dell’età pensionabile e il calo dei coefficienti insieme rappresentano un doppio colpo per i futuri pensionati. Queste novità riguarderanno molti lavoratori vicini al pensionamento nei prossimi anni, con un impatto pesante sul reddito atteso dopo la fine della carriera.
