Non costruiremo nuove centrali nucleari, almeno per ora. Così si può riassumere la situazione in Italia, dove però il tema del nucleare è tornato a occupare un posto di rilievo nel dibattito pubblico. Dopo anni di silenzio, spinti dalle tensioni internazionali – in particolare il conflitto in Iran – e dall’impennata dei costi energetici, si guarda di nuovo al nucleare come a una possibile risorsa strategica per il futuro. Non è un piano per domani, piuttosto un orizzonte a medio-lungo termine, dopo decenni di stop e referendum che hanno messo un freno netto a ogni tentativo. La sfida è chiara: ridurre le emissioni di carbonio e garantire una fornitura energetica più stabile e meno dipendente dall’estero. Tornare al nucleare significa avviare studi, costruire una filiera industriale, non certo aprire cantieri subito. Ma è un dibattito che, finalmente, torna a farsi sentire.
Nuclitalia: la nuova sfida italiana per il nucleare
Nel 2025 nasce Nuclitalia, una joint venture che segna il segnale più concreto dell’interesse italiano verso il nucleare. Dietro questa società ci sono Enel , Ansaldo Energia e Leonardo . Il suo compito non è costruire subito centrali, ma fare ricerca, valutare tecnologie e preparare il terreno industriale.
Il focus è sugli Small Modular Reactor , reattori di dimensioni ridotte, più compatti e modulari rispetto alle vecchie centrali. Questi impianti promettono più flessibilità e tempi di realizzazione potenzialmente più brevi. Nuclitalia deve capire quali tecnologie straniere possano integrarsi nel sistema energetico italiano, valutare costi, sicurezza e fattibilità tecnica, oltre a cercare possibili partnership industriali all’estero.
In sostanza, Nuclitalia vuole gettare le basi per un possibile ritorno del nucleare, senza la pressione di dover partire con i lavori subito.
Quando potrà tornare il nucleare in Italia? Le stime degli esperti
Gli addetti ai lavori concordano: il nucleare non sarà una risposta a breve termine per l’Italia. Le previsioni più ottimiste indicano che il primo reattore potrebbe entrare in funzione non prima del 2035, con un impatto tangibile sulla rete elettrica solo dagli anni Quaranta in poi.
L’obiettivo fissato è ambizioso: entro il 2050 installare circa 8 gigawatt di capacità nucleare e produrre intorno ai 64 terawattora di energia. Per arrivarci, servirà un percorso complesso, con scelte politiche chiare, iter autorizzativi, siti adatti, investimenti importanti e la costruzione di una filiera industriale solida.
Non sarà una strada facile: bisognerà coinvolgere istituzioni a vari livelli e dialogare con le comunità locali interessate dai nuovi impianti.
Energia nucleare dall’estero: l’Italia dipende già dal nucleare importato
Anche senza centrali sul proprio territorio, l’Italia consuma energia prodotta da impianti nucleari altrui. Nel 2024, il nostro Paese è stato il primo importatore netto di elettricità in Europa, con circa 51 TWh importati su un consumo totale di 312 TWh.
Gran parte di questa energia arriva da Francia e Svizzera, nazioni che puntano molto sul nucleare. È un paradosso: il nucleare in Italia non c’è, ma entra nel bilancio energetico grazie all’elettricità che arriva dall’estero.
Questa dipendenza mette in luce le complessità del sistema e i costi politici e strategici che una scelta di tornare all’atomo sul territorio nazionale potrebbe comportare.
Scorie radioattive: il nodo ancora irrisolto
Uno degli ostacoli più grandi per il nucleare riguarda la gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia non ha ancora un deposito nazionale definitivo, un tema aperto da decenni senza soluzioni concrete.
Anche senza nuove centrali, oggi si accumulano oltre 32.000 metri cubi di scorie, provenienti da esperienze passate, attività industriali, sanitarie e di ricerca. Questi rifiuti sono stoccati in depositi temporanei sparsi sul territorio o all’estero, grazie ad accordi internazionali.
Trovare un sito per un deposito nazionale è complicato, perché ogni ipotesi incontra forti resistenze locali. Il governo punta a ottenere l’autorizzazione unica entro il 2029, ma l’avvio operativo sembra lontano, non prima del 2039.
SMR e AMR: le tecnologie nucleari su cui l’Italia punta
Il dibattito tecnico si concentra soprattutto su due tipi di reattori innovativi: gli Small Modular Reactor e gli Advanced Modular Reactor .
Gli SMR sono impianti più piccoli, fino a circa 400 megawatt, pensati per essere più flessibili rispetto ai grandi reattori tradizionali. Il design modulare dovrebbe rendere più facile e veloce la costruzione, adattandosi meglio a diverse esigenze e reti.
Gli AMR sono invece una tecnologia più avanzata e ancora in fase sperimentale. Sono in grado di raggiungere temperature molto elevate, utili anche per processi industriali oltre alla sola produzione di energia elettrica. Ma per ora servono ancora molti studi e test prima di poterli usare su larga scala.
In Italia, gli SMR sembrano la strada più concreta nel breve e medio periodo, essendo più vicini alla maturità tecnologica.
Industria e competenze italiane nel nucleare: un patrimonio da valorizzare
Anche senza centrali attive, l’Italia conserva competenze importanti nel settore nucleare, soprattutto nella componentistica avanzata, nell’ingegneria specializzata e nei servizi legati, ad esempio, al decommissioning degli impianti spenti.
Numerose aziende italiane forniscono componenti non nucleari, servizi tecnici, forniture elettriche e montaggi. Questo rappresenta un patrimonio prezioso, se il Paese deciderà di investire nel nucleare.
Secondo le analisi, l’Italia ospita diversi fornitori europei legati agli SMR, offrendo così una base industriale da sostenere con investimenti mirati, regole chiare e un coordinamento tra imprese, istituzioni e ricerca.
La ricerca italiana sulla fusione nucleare
Oltre alla fissione, l’Italia è impegnata anche nella ricerca sulla fusione nucleare, una tecnologia ancora sperimentale e lontana dall’uso commerciale.
Il nostro Paese partecipa a grandi progetti internazionali come ITER, Euratom e EUROfusion. Sul territorio italiano ci sono centri di ricerca all’avanguardia, come il Divertor Tokamak Test di Frascati, dedicato allo studio di componenti chiave per le future centrali a fusione.
La fusione è vista come una possibile soluzione energetica a lungo termine, ma oggi non può offrire risposte immediate alle esigenze energetiche italiane.
Le sfide da affrontare: norme, consenso e investimenti
Per far ripartire davvero il nucleare in Italia serve superare ostacoli importanti. Il quadro normativo deve essere chiaro, stabile e allineato agli standard internazionali per garantire sicurezza e affidabilità.
Occorrono procedure autorizzative trasparenti, criteri precisi per la scelta dei siti, regole per la gestione delle scorie e strumenti di finanziamento efficaci. Serve anche una strategia industriale a lungo termine che metta insieme risorse, competenze e investimenti.
Un nodo cruciale è il consenso sociale. Dopo decenni di opposizione, senza un dialogo aperto con cittadini e territori, riprendere progetti nucleari rischia di incontrare resistenze forti. La comunicazione dovrà spiegare chiaramente rischi, vantaggi e tempi, evitando decisioni calate dall’alto.
Le decisioni future sulle nuove centrali dipenderanno da molti fattori: dall’evoluzione politica e normativa fino alla capacità di costruire un consenso ampio attorno a questa scelta strategica.
