Nel 2025, quasi 2,85 milioni di italiani hanno ricevuto almeno un giorno di Naspi, l’indennità di disoccupazione più diffusa nel nostro Paese. La spesa complessiva ha superato i 17,9 miliardi di euro, una cifra che pesa non poco sui conti pubblici. A luglio 2026, l’Inps ha pubblicato il suo XXV Rapporto annuale, svelando numeri che raccontano un mercato del lavoro in bilico. Il numero dei beneficiari cresce lentamente, quasi stabile, ma i costi schizzano verso l’alto. Dietro queste cifre, si nasconde una realtà complessa: gli assegni si allungano e diventano più consistenti, mentre il rapporto tra contributi versati e indennità erogate si fa sempre più squilibrato.
Beneficiari stabili, ma la spesa vola
Il rapporto Inps entra nel dettaglio: nel 2025 sono stati circa 2.845.000 i percettori della Naspi, praticamente identici ai 2.834.000 dell’anno prima, con un aumento marginale dello 0,4%. Ma la spesa complessiva è salita a 17,93 miliardi di euro, un +5,6% rispetto ai 16,98 miliardi del 2024. Questa differenza tra una crescita quasi nulla dei beneficiari e un’impennata dei costi racconta una storia di assegni più ricchi e più lunghi, che mettono sotto pressione i conti pubblici. A pesare sono anche i contributi figurativi, inclusi nel calcolo della spesa. Insomma, il mercato del lavoro cambia e con esso cresce la dipendenza dagli ammortizzatori sociali per tamponare le difficoltà occupazionali.
Aumenti negli importi, ma la durata resta stabile
Due sono i fattori principali che spiegano l’aumento della spesa: l’importo medio più alto e la durata delle prestazioni che non cala. Nel 2025, ciascun beneficiario ha ricevuto in media circa 6.304 euro, contro i 5.993 euro del 2024. L’indennità giornaliera è passata da 47 a 49 euro. La durata media delle prestazioni invece si è mantenuta ferma a 128 giorni per persona. Quindi, pur restando stabile il tempo in cui si percepisce la Naspi, l’aumento dell’importo giornaliero fa salire notevolmente i costi complessivi. Il risultato è un sistema di welfare che deve sostenere assegni più generosi, senza però un aumento proporzionale dei nuovi beneficiari. Una situazione che apre interrogativi sulla sostenibilità economica, specie in un contesto di incertezza come quello italiano.
Contributi insufficienti a coprire le uscite, il buco cresce
Sul fronte delle entrate, i contributi raccolti nel 2025 hanno raggiunto i 7,27 miliardi, segnando un +5,7% rispetto all’anno precedente. Ma non basta: la spesa supera di molto questa cifra, toccando i 17,93 miliardi. Il saldo negativo da colmare con la fiscalità generale arriva quindi a 10,66 miliardi, circa 600 milioni in più rispetto al 2024. Questo deficit mette in luce i problemi strutturali del sistema, che dipende sempre più da fondi esterni per garantire le indennità. L’Inps avverte che questa situazione va tenuta sotto controllo nei prossimi anni, perché il divario tra contributi e prestazioni rischia di allargarsi, soprattutto alla luce delle tendenze demografiche e di mercato. La sfida è trovare un equilibrio tra la tutela dei lavoratori disoccupati e la salute dei conti pubblici.
Dis-Coll: ancora piccola, ma cresce e va tenuta d’occhio
La Dis-Coll, l’indennità per collaboratori e lavoratori para-subordinati, merita un capitolo a parte. Nel 2025 i beneficiari sono aumentati del 22,8%, raggiungendo circa 36.000 persone. La spesa è salita a 149 milioni di euro, quasi il 20% in più rispetto all’anno prima. L’importo medio annuo per destinatario si è attestato intorno ai 4.127 euro. A differenza della Naspi, qui il saldo tra entrate contributive e uscite è positivo, con un avanzo di 42 milioni, anche se in calo rispetto ai 62 milioni del 2024. I numeri dicono che per ora la situazione è più sostenibile, ma non mancano segnali di fragilità. Le dinamiche occupazionali di queste categorie saranno decisive per capire come evolverà questa forma di tutela nei prossimi anni.
I dati su Naspi e Dis-Coll raccontano un’Italia dove la protezione per i disoccupati pesa sempre di più sulle casse pubbliche. L’aumento degli importi medi e la tenuta del numero dei beneficiari mostrano le tensioni di un sistema di welfare sotto pressione. E il divario tra contributi e prestazioni invita a riflettere a fondo su come finanziare e organizzare gli ammortizzatori sociali in un mercato del lavoro che non smette di cambiare.
