“Democrazia, secolarismo, divertimento”: queste le parole d’ordine che campeggiano sotto il logo del sito freearabs.com, una nuova piattaforma d’informazione, satira e denuncia. E’ la nuova “primavera 2.0”.
A capitanare questo gruppo di blogger, giornalisti, artisti e attivisti “sparsi per il Medio Oriente” è Ahmed Benchemsi, giornalista marocchino di 38 anni formatosi nelle università parigine (Sorbonne e Sciences Po), divenuto celebre in patria per le copie vendute – e le polemiche sollevate – dai due settimanali da lui fondati e diretti, TelQuel e Nichane.
Polemico e indipendente per via di un’innata allergia al pensiero conformista, Benchemsi è stato definito dalla CNN uno dei “pionieri della libertà di parola in Marocco” e ha vinto due volte il premio per “il miglior giornalista investigativo nel mondo arabo” indetto dalla Commissione europea.
In nome delle proprie opinioni e del diritto di esprimerle, il giornalista non ha esitato a scagliarsi contro le massime autorità religiose e istituzionali del suo paese, e a sfidarne i tabù sociali.
Altri giornali ci avevano provato prima di lui – Le Journal Hebdomadaire, Demain e al-Jarida al-Oula – ma si erano infranti contro il muro della censura (condanne e boicottaggio pubblicitario).
Come prevedibile, anche la verve di Benchemsi non è rimasta impunita.
Nonostante avesse il primato di vendite tra le riviste in lingua araba, Nichane fu spinto alla bancarotta dall’ostracismo governativo (pressione sugli inserzionisti).
Poco tempo dopo (2010) Benchemsi, costretto a dimettersi da direttore di TelQuel per evitare che anche questa rivista facesse la stessa fine, lasciò il Marocco per un posto a Stanford.
Definito dal proprio editore un mix tra il “Daily Beast, The Village Voice e Comedy Central”, Free Arabs nasce grazie al lavoro del giornalista marocchino e dell’amico Nasser Weddady, direttore per la sensibilizzazione ai diritti civili dell’American Islamic Congress e attivista per i diritti umani.
La ‘missione’ è quella di fornire una piattaforma d’aggregazione aperta ad attivisti, utenti dei social media e ai “Free Arabs” presenti nel web, cercando di dar forma a una ‘nuova primavera 2.0’.
La linea editoriale del sito richiama e cerca di unire quell’insieme di valori che spinse popoli interi per le strade due anni fa: il rifiuto della corruzione e dell’autoritarismo, il rispetto della libertà individuale e collettiva e il secolarismo inteso come base di una ‘rivoluzione umanista’.
“Secolarismo non significa avversione per la religione – sottolineano i Free Arabs, spiegando che “la coesistenza è possibile, laddove regna il rispetto e la tolleranza reciproca”.
La piattaforma online si propone inoltre di dare spazio a “culture e controculture” che pulsano inascoltate nel mondo arabo (si veda ad esempio la sezione Art). Di qui anche l’assenza di una linea politica univoca, il rispetto delle posizioni dei singoli contributor e la totale indipendenza della testata (il gruppo di giornalisti sopravvive, per il momento, autofinanziandosi).
Tuttavia, a pochi giorni dal lancio del progetto, non sono mancate polemiche e addirittura minacce all’indirizzo degli autori. E’ sufficiente far un giro sul sito per comprendere le ragioni di tanto clamore: dall’approccio non ortodosso al dibattito politico e religioso all’attività d’inchiesta; dall’approfondimento culturale e filosofico alla satira.
A suscitare scalpore, la corrosiva serie Fatwa Show, in cui alcuni attori interpretano in chiave ironica le fatwa più discusse dei chierici contemporanei, per metterne in luce la natura paradossale e la sinistra comicità.
Nonostante le critiche mosse da chi lo ritiene “espressione elitaria e limitata ad una piccola fetta del popolo cibernetico” – molti hanno criticato la decisione di creare il sito esclusivamente in lingua inglese -, l’esperienza di Free Arabs sembra portare una ventata d’aria fresca sul panorama giornalistico nordafricano e mediorientale.
Riuscirà l’iniziativa di Benchemsi e compagni ad affermarsi come nuovo riferimento dell’attivismo web e del citizen journalism arabo? Stay tuned…
March 14, 2013di: Andrea RanellettiAlgeria,Arabia SauditaBahrain,Egitto,Emirati Arabi UnitiGiordania,Iraq,Israele,Kuwait,Libano,Libia,Marocco,Oman,Palestina,Qatar,Siria,Tunisia,Turchia,Yemen,
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