Quindici mesi fa, l’ultimo confronto tra Stato e enti locali si è arenato senza una svolta. Il federalismo fiscale in Italia resta bloccato, impigliato soprattutto nella riforma dell’Irpef, che avrebbe dovuto ridisegnare la distribuzione delle risorse. Eppure, ogni volta che la questione torna sul tavolo, si aggiunge qualche modifica ma nessuna decisione definitiva. Il vero problema? Capire come spartire soldi e poteri tra Stato, Regioni e Comuni. Un equilibrio fragile, che rischia di svuotare di senso l’autonomia locale. Tra incontri e bozze, la difficoltà di trovare un’intesa stabile su un tema così cruciale per il futuro del Paese emerge con chiarezza.
Irpef: una tassa a più livelli, tra Stato, Regioni e Comuni
L’Irpef oggi è una tassa che si compone di più parti territoriali. La quota più grossa va allo Stato e sostiene la finanza pubblica centrale. A questa si aggiungono le addizionali regionali e comunali, stabilite dalle singole Regioni e Comuni per far fronte alle esigenze locali. In sostanza, il sistema attuale è ancora molto centralizzato, con qualche spazio di autonomia fiscale in più per gli enti locali.
La riforma del Governo non punta a far pagare di più i cittadini, ma a cambiare il modo in cui le risorse vengono distribuite tra i vari livelli di governo. Oggi molte funzioni di Regioni e Comuni si reggono su contributi presi direttamente dalla fiscalità statale. L’obiettivo del federalismo fiscale è proprio quello di sostituire questi trasferimenti con una quota fissa del gettito Irpef ceduta direttamente agli enti locali. In pratica, si cerca di dare più autonomia economica a Regioni e Comuni, garantendo una redistribuzione più trasparente e stabile.
La proposta del Governo: risorse mirate alle competenze locali
La bozza presentata in primavera 2025 prevedeva una distribuzione dell’Irpef che finanziasse in modo specifico le competenze di ogni livello. Per esempio, alle Regioni sarebbe andata una quota capace di coprire interamente il costo del trasporto pubblico locale, circa 5,25 miliardi di euro.
Per le province, invece, la delega prevedeva la gestione dell’addizionale sull’Rc Auto, stimata intorno a 2,1 miliardi all’anno. A queste cifre si sarebbero aggiunti altri fondi: 424 milioni dalla quota non sanitaria della compartecipazione Iva, 110 milioni per il fondo che garantisce i libri di testo gratuiti e 34 milioni per il Fondo unico per il diritto allo studio.
Il Governo ha sottolineato che le aliquote potranno variare in base all’andamento del gettito fiscale, ma resta il problema di trovare un’intesa con Regioni e Comuni. La bozza punta a costruire un sistema di compartecipazione alle entrate più organico e meno basato su trasferimenti standard.
Regioni e Comuni frenano sulla cristallizzazione delle risorse
Le Regioni hanno sollevato dubbi importanti sulla possibilità di fissare in modo rigido le quote di gettito Irpef a loro destinate, soprattutto in un contesto economico incerto. Il vero punto di scontro è la clausola di salvaguardia proposta dal Governo: una norma che permetterebbe allo Stato di ridurre l’aliquota di compartecipazione per mantenere l’equilibrio della finanza pubblica, anche se il gettito complessivo aumenta. Per le Regioni, questa clausola limita troppo la loro autonomia finanziaria.
Anche i Comuni sono in allarme, soprattutto per la gestione del trasporto pubblico locale. Oggi sono loro a gestirlo, finanziandolo con trasferimenti regionali. Se la quota Irpef destinata alle Regioni dovesse diventare rigida, il timore è che queste riducano i fondi ai Comuni, mettendo a rischio i servizi essenziali sul territorio. È qui che la tensione tra i diversi livelli di governo si fa più evidente, proprio dove risorse e autonomia si intrecciano in modo delicato.
Un Governo stretto tra limiti di bilancio e riforma
Il federalismo fiscale si intreccia anche con la riforma costituzionale del Titolo V, da sempre un terreno di scontro tra spinte centralizzatrici e aspirazioni autonomiste. Il Governo, però, deve fare i conti con i limiti di una finanza pubblica rigida. Qualsiasi aumento delle risorse per Regioni e Comuni deve essere compensato da tagli altrove.
Questa situazione rende difficile trovare un compromesso che vada bene a tutti. Non ci sono risorse extra da investire, si può solo riorganizzare quelle esistenti. E questo complica le trattative con gli enti locali, che chiedono certezze e margini più ampi.
Lo stallo in Conferenza Unificata e il futuro della riforma
Il recente blocco in Conferenza Unificata non ferma formalmente il percorso della riforma. La legge prevede che, se entro 30 giorni non si trova un accordo, il Governo può comunque andare avanti e approvare il decreto legislativo in Consiglio dei Ministri.
Dopodiché, il testo passa alle commissioni parlamentari prima della scadenza della delega. In questo modo l’Esecutivo può procedere anche senza un’intesa formale, ma senza accordo la strada si fa più difficile e l’attuazione rischia di essere meno efficace.
Le tensioni tra Stato e territori sulle quote Irpef restano il punto più caldo e controverso. Da questo confronto dipenderà il futuro dell’autonomia finanziaria locale e il rapporto tra i diversi livelli di governo in Italia.
