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Europa rallenta sul Green Deal: impatto reale sul costo della vita e sulle bollette

«Non possiamo permetterci di strangolare la nostra economia in nome dell’ambiente». Questa frase, pronunciata da un ministro britannico qualche settimane fa, riassume un cambiamento evidente. Europa, Regno Unito e Canada stanno frenando sulle politiche verdi che fino a poco tempo fa sembravano imprescindibili. Le restrizioni su emissioni, auto e riscaldamento si allentano, sotto la spinta di una crisi economica che non dà tregua. Dietro questa scelta, c’è la volontà di salvaguardare industrie in difficoltà e famiglie alle prese con bollette sempre più pesanti. Ma ridurre davvero i costi energetici senza compromettere gli obiettivi ambientali si rivela un equilibrio fragile, lontano da soluzioni semplici.

Emissioni industriali, prorogati gli aiuti alle aziende più energivore

La Commissione Europea ha annunciato cambiamenti importanti al sistema di scambio delle quote di emissione , uno strumento chiave per tenere sotto controllo l’inquinamento industriale. Prima si prevedeva un progressivo ritiro dei permessi gratuiti per le industrie più energivore, per spingere le aziende a investire in tecnologie pulite. Ora, invece, si è deciso di prorogare l’assegnazione gratuita di questi permessi fino al periodo 2038-2040.

Questa scelta riguarda soprattutto settori come acciaio, chimica e ceramica, dove il costo della CO₂ pesa fino al 30% sui costi di produzione. Senza questo “salvagente”, molte fabbriche rischierebbero la chiusura o la delocalizzazione in paesi con regole ambientali più morbide. Dal punto di vista economico, è una mossa per evitare shock occupazionali e mantenere la competitività.

Per le famiglie, però, questo non significa un calo significativo delle spese energetiche domestiche. Il peso diretto della CO₂ sulle bollette è infatti molto basso, attorno al 3%. Gran parte dell’aumento dei costi dell’energia dipende ancora dal prezzo del gas naturale, che incide per quasi il 90% sul prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia. Nonostante i passi avanti nelle rinnovabili, l’Italia resta un grande importatore di combustibili fossili per produrre energia elettrica. Quindi, l’allentamento delle quote ETS potrà solo marginalmente alleggerire il conto finale in bolletta.

Stop al divieto totale di motori a combustione: la mobilità elettrica non sarà più obbligatoria

Sul fronte mobilità, il piano iniziale di vietare completamente la vendita di veicoli con motori a combustione interna entro il 2035 è stato rivisto. Prima si puntava a un divieto totale che includeva anche auto ibride e plug-in.

Oggi il divieto è stato sostituito da un obiettivo di riduzione delle emissioni del 90%. Questo lascia un margine del 10% per la vendita e la circolazione di veicoli ibridi plug-in, con range extender, e alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti. Di fatto, si allunga la presenza di modelli con motori termici sul mercato, evitando alle famiglie una conversione forzata alla mobilità elettrica.

Dal punto di vista economico, si tratta di un risparmio medio stimato di almeno 10.000 euro per vettura, un dato importante per molte famiglie di classe media. Ma questa scelta, mantenendo una quota significativa di motori termici, comporta un aumento complessivo dei costi energetici per cittadini e piccole imprese, stimato intorno ai 5,8 miliardi di euro all’anno. Il motivo è la continua dipendenza dal petrolio, con accise e prezzi delle materie prime che restano volatili.

Case Green, meno vincoli: il rischio di immobili energivori e bollette più alte

Nel settore dell’edilizia, la revisione della direttiva Case Green ha cancellato parte degli impegni più severi per gli edifici residenziali.

Il testo originale fissava obiettivi precisi: entro il 2030 tutti gli edifici dovevano raggiungere almeno la classe energetica E, poi la D entro il 2033. Questo avrebbe spinto a una riqualificazione massiccia del patrimonio immobiliare, con vantaggi concreti per consumi e costi del riscaldamento.

Le modifiche recenti, però, hanno tolto quei vincoli obbligatori per i proprietari, lasciando più libertà ai singoli stati e ai loro piani nazionali. Questo approccio più flessibile rischia di lasciare gran parte del patrimonio abitativo italiano con gravi inefficienze energetiche.

Le conseguenze si vedono subito: un appartamento in classe G, la peggiore, comporta spese per il riscaldamento dal 150% al 200% più alte rispetto a un immobile di classe A ben ristrutturato. Ogni anno, quindi, si spenderanno risorse ingenti per bollette elevate, senza migliorare davvero le condizioni di vita delle famiglie o ridurre le emissioni.

Allentare le regole paga oggi, ma rischia di costare caro domani

Le recenti svolte nelle politiche ambientali puntano a evitare costi immediati troppo pesanti per famiglie, imprese e governi. È una strategia che può dare un po’ di respiro nel breve, ma nasconde rischi seri per il futuro.

L’aumento delle temperature, i fenomeni climatici estremi e i danni che ne seguono sono ormai all’ordine del giorno. Le fasce più deboli della società rischiano di pagare il prezzo più alto, trovandosi senza gli strumenti necessari per affrontare questi cambiamenti.

È chiaro che l’attenzione sulle politiche ambientali non può fermarsi al breve termine. Evitare interventi strutturali e ridurre gli impegni di oggi significa mettere a rischio il benessere delle persone e la stabilità economica su vasta scala.

Redazione

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