Ogni anno, in Italia, migliaia di escursionisti si affidano a coltellini multiuso per affrontare i sentieri e ogni imprevisto che la montagna può riservare. Strumenti semplici, ma indispensabili. Ora però il nuovo Decreto Sicurezza 2026 sta mettendo un freno a questo uso, con regole più rigide che non riguardano solo le città, ma anche chi ama le attività all’aperto. A sollevare la questione è stato il Club Alpino Italiano, che ha chiesto al Governo di chiarire come applicare queste norme a chi cammina tra le vette. Il problema è serio: per chi frequenta la montagna, quei coltelli non sono armi, ma strumenti di lavoro e sicurezza. Cosa cambia davvero, allora?
Cosa prevede il decreto sul porto di coltelli e lame
Il Decreto Legge 23/2026 inasprisce i controlli su chi porta con sé coltelli e strumenti da taglio fuori casa. L’obiettivo ufficiale è rafforzare la sicurezza pubblica, soprattutto nelle città, per evitare usi impropri o illegali. Rispetto alla vecchia legge del 1975, le regole diventano più rigide e le sanzioni più pesanti.
Un punto chiave è la differenza tra “porto” e “trasporto”. Si parla di porto quando il coltello è subito a portata di mano, mentre il trasporto indica che l’oggetto è conservato in modo da non essere immediatamente accessibile. Da un punto di vista legale il porto è molto più regolamentato e soggetto a restrizioni.
Il problema è che il decreto non spiega bene quali siano i motivi “giustificati” per portare un coltello, lasciando spazio a interpretazioni confuse. Soprattutto fuori città, dove l’uso di questi strumenti può essere del tutto legittimo, le regole restano incerte.
Escursionisti e appassionati: una situazione complicata
Chi frequenta la montagna sa bene che un coltellino è più che un semplice oggetto: serve per tagliare corde, riparare attrezzature, preparare il cibo o fronteggiare emergenze. Ma con il decreto in vigore, chi porta questi strumenti rischia di dover dimostrare il motivo con cui li ha con sé.
Non è vietato portare coltelli in montagna, ma la pressione per giustificare il porto è aumentata. Senza una definizione chiara di “motivo valido”, si rischiano multe e contestazioni anche in situazioni di uso corretto. Diverse testimonianze parlano di controlli difficili, dove la discrezionalità degli agenti può complicare le cose.
Questa zona grigia mette in dubbio pratiche consolidate e rischia di creare problemi a chi si muove in sicurezza negli spazi naturali.
Multa salata e rischi concreti per chi non giustifica il porto
Le sanzioni previste dal decreto non sono da poco: multe fino a 10.000 euro e, in casi gravi, anche conseguenze penali. La vera difficoltà sta nel dover dimostrare che il coltello è necessario per l’attività svolta. In città è più facile stabilire il contesto, ma in montagna le situazioni sono più complesse e meno lineari.
Questo crea problemi anche per chi lavora in ambienti impervi, come i soccorritori, o per chi pratica sport meno diffusi ma altrettanto impegnativi. Senza eccezioni precise, il rischio è che la normativa finisca per ostacolare operazioni di sicurezza e intervento.
Il Club Alpino Italiano chiede una deroga per la montagna
Il Club Alpino Italiano ha fatto sentire la sua voce, chiedendo al Governo chiarimenti e una deroga specifica per chi usa coltelli durante escursioni, alpinismo e speleologia. Non è una critica al decreto in sé, ma una richiesta di riconoscere che in montagna questi strumenti sono indispensabili e non una minaccia.
Il CAI sottolinea che i coltelli servono a scopi tecnici e di sicurezza, non a creare pericoli, e che il loro uso in natura non può essere paragonato al porto in città. Serve quindi una normativa chiara che tuteli chi vive la montagna senza mettere a rischio l’ordine pubblico.
Altri settori coinvolti: speleologia e soccorso in ambienti difficili
Non solo escursionisti: anche speleologi e soccorritori sono interessati da queste regole. In queste attività, i coltelli sono strumenti essenziali per gestire corde, superare ostacoli o intervenire in emergenze. Limitare il loro porto senza eccezioni rischia di rallentare interventi cruciali.
La mancanza di distinzioni tra città e natura nelle norme fa emergere la necessità di definire chiaramente quando il porto è giustificato nelle attività outdoor, sia amatoriali che professionali.
Montagna e decreto: l’effetto sulla vita di tutti i giorni
Per ora, più che divieti netti, il decreto ha generato soprattutto confusione e incertezza tra chi ama la montagna. Chi si avventura sui sentieri deve fare attenzione non solo al meteo o al terreno, ma anche alle regole sul trasporto di coltelli e lame.
La necessità di dimostrare il motivo del porto può complicare i controlli, soprattutto perché l’interpretazione resta soggettiva. Un chiarimento da parte delle autorità, insieme a deroghe mirate, sarebbe fondamentale per evitare problemi e garantire sicurezza senza ostacolare chi si comporta correttamente.
Intanto, il dialogo tra associazioni come il Club Alpino Italiano e il Governo continua, alla ricerca di un equilibrio tra esigenze di sicurezza e pratiche consolidate nella vita all’aperto.
