La Cina è il primo produttore mondiale di energia solare ed eolica, eppure ogni settimana inaugura nuove centrali a carbone. Un paradosso che racconta una sfida cruciale: come conciliare la corsa alle rinnovabili con una dipendenza storica e profonda dal carbone? A Pechino, gli investimenti nelle energie pulite sono da record, ma la rete elettrica continua a dipendere pesantemente dal vecchio combustibile fossile. Dietro i numeri da gigante verde si nasconde una realtà fatta di compromessi e scelte difficili, in cui la sicurezza energetica pesa più di ogni altro obiettivo. La transizione, insomma, è un equilibrio instabile.
Rinnovabili in Cina: una crescita senza precedenti
Nel 2025 la Cina ha superato quota 430 gigawatt di capacità installata tra solare ed eolico, coprendo oltre il 60% dell’intera potenza elettrica nazionale, che supera gli 1,8 terawatt. Significa che più della metà dell’elettricità cinese arriva da fonti rinnovabili. Ma non si tratta solo di quantità: le imprese cinesi sono leader nella produzione e nell’esportazione di componenti per impianti fotovoltaici e turbine eoliche, anche verso l’Europa, rafforzando il loro ruolo nel mercato globale delle energie pulite.
Non meno rapido è stato lo sviluppo dello stoccaggio energetico: solo nel 2025 sono stati messi in funzione impianti per oltre 160 gigawattora, portando il totale a 351 gigawattora. Questi sistemi sono la chiave per gestire l’intermittenza delle rinnovabili, immagazzinando energia quando ce n’è in abbondanza per rilasciarla quando serve. A questo si aggiunge la costruzione di nuove reti elettriche, fondamentali per portare l’energia dai luoghi di produzione alle grandi città e alle zone industriali. Insomma, la rete elettrica cinese si trasforma nel cuore di un sistema complesso, capace di far convivere fonti diffuse e variabili.
Energia solare: tra sprechi e blackout
Ma la crescita delle rinnovabili non è senza problemi. L’aumento della capacità solare ha messo sotto stress le reti elettriche, che spesso non riescono a sfruttare tutta l’energia prodotta. Parte di questa viene sprecata perché manca la capacità di assorbimento e di trasporto necessaria a gestire i picchi di produzione. Le centrali a carbone e nucleari restano fondamentali per mantenere la stabilità della rete, ma sono poco flessibili e spesso prevalgono, frenando l’uso delle fonti verdi.
Questa situazione porta a interruzioni locali dell’elettricità e al rischio che problemi circoscritti si allarghino a livello nazionale. La Cina punta a migliorare la capacità di accumulo, ma il settore delle batterie è ancora dominato dall’industria automobilistica, che assorbe gran parte della produzione. Il risultato è una competizione interna per le risorse necessarie a immagazzinare energia, che rallenta la transizione verso un sistema più efficiente e sostenibile.
Il paradosso delle emissioni: rinnovabili crescono, ma il carbone non molla
Nonostante i passi avanti sulle rinnovabili, la Cina resta il primo emettitore mondiale di CO2. A settembre 2025, il presidente Xi Jinping ha ribadito all’Onu l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% nel prossimo decennio. I dati mostrano che il carbone è sceso sotto il 50% nel mix energetico nei primi mesi del 2026, ma rimane ancora la fonte principale.
Quasi metà dell’energia elettrica viene dal carbone, con un consumo annuo di circa 3 miliardi di tonnellate. Solare e eolico rappresentano il 26%, l’idroelettrico il 16%, il nucleare il 5%, mentre gas e biomasse completano il quadro. La presenza del carbone non riguarda solo l’attuale produzione: sono ancora in corso investimenti per costruire nuove centrali.
Perché il carbone resiste nella strategia cinese
Dietro questo equilibrio c’è una strategia a più facce. Primo, la priorità è la sicurezza energetica, soprattutto dopo i blackout del 2021-2022, che hanno spinto a fare affidamento sulle fonti più stabili come il carbone. Questo ha portato a un ritorno, almeno temporaneo, ai combustibili fossili per evitare interruzioni improvvise.
Secondo, il peso dei grandi gruppi industriali legati al carbone è decisivo. Questi attori spingono per mantenere il carbone al centro, rallentando la chiusura degli impianti e la costruzione di alternative. Infine, la Cina investe anche in tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 , cercando di limitare l’impatto ambientale degli impianti a carbone. La CO2 raccolta viene usata in alcuni processi industriali, un tentativo di ridurre le emissioni senza rinunciare del tutto al carbone.
Cosa può imparare la Cina dall’Europa
La Cina guida il mondo per quantità di rinnovabili installate, ma il modo in cui gestisce il mercato energetico mostra margini di miglioramento. Un esempio arriva dall’Italia, dove Terna ha introdotto un sistema di aste per il capacity market che premia le batterie in base alla durata reale dell’accumulo.
In pratica, le batterie capaci di fornire energia più a lungo ricevono più credito, spingendo a investire in tecnologie più durature ed efficienti. Questo sistema aiuta a stabilizzare la rete e a far funzionare meglio il mercato. L’esperienza europea, con un approccio più raffinato e orientato all’efficienza, potrebbe offrire spunti preziosi a Pechino per superare i limiti legati a impianti a breve ciclo e alla concorrenza con l’industria automobilistica per le batterie.
Insomma, la Cina ha fatto passi da gigante, ma deve ancora affrontare sfide importanti per portare a termine una transizione energetica davvero sostenibile. Un laboratorio globale di energie pulite, certo, ma con nodi strutturali ancora da sciogliere.
