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Afghanistan. “Questa è Kabul, non Teheran”: via i poster di Khomeini

Poster e pannelli giganti che raffigurano l’ Ayatollah Ruhollah Khomeini erano comparsi la settimana scorsa per le strade principali di Kabul, per l’anniversario della morte dell’ex leader supremo sciita. Molti afghani, però, non hanno gradito, e non solo perché l’Afghanistan è un paese a maggioranza sunnita, ma anche per lo stato delle relazioni con i vicini iraniani. 

 

 

 

di Anna Toro

 

 

Così venerdì, dozzine di ragazzi, tutti studenti delle scuole superiori e delle università, si sono riversati per le vie della capitale e hanno cominciato a deturpare e buttare giù i numerosi poster e i cartelloni disseminati per la città.

Lamentando la sempre crescente influenza dell’Iran sull’Afghanistan, molti di loro portavano in mano dei cartelli con la scritta “Questa è Kabul, non Teheran”, o “Fantocci: basta tradimenti”.

Il problema di questi ragazzi sta proprio nel fatto che Khomeini è una figura prettamente iraniana. 

“Che bisogno c’è di celebrarlo qui in Afghanistan? Abbiamo già le nostre icone culturali e ispirate al jihad. Dovremmo celebrare quelle”, afferma Ahmad Jan Kandahari ai microfoni di Radio Free Europe Liberty.

“E’ un attacco diretto contro la cultura afghana e i nostri eroi nazionali” aggiunge Arash, studente delle superiori.

I manifesti sono stati affissi dai leader sciiti della capitale, che hanno conservato profondi legami con l’Iran dal periodo della guerra contro i sovietici negli anni ’80, e che oggi difendono la loro decisione di commemorare la loro guida spirituale.

“Il credo religioso non ha confini. Coloro che oggi dicono che l’Ayatollah Khomeini appartiene all’Iran domani diranno che il profeta Maometto appartiene solo all’Arabia Saudita – commenta Muhammad Akbari, capo sciita ai tempi della jihad e oggi membro del Parlamento afghano – Khomeini è sia una guida religiosa sia un leader politico. E come sciita, per me religione e politica non sono separate”.

La maggior parte dei cartelloni, gigantografie di Khomeini con l’annuncio a lettere cubitali di un grande raduno nella moschea Mazari, sono stati affissi nella parte ovest di Kabul, dove gran parte dei residenti è di fede sciita e dove le organizzazioni sociali, educative e religiose, per non parlare dei media, sono quasi tutte finanziate dagli iraniani.

La cerimonia di commemorazione dell’Ayatollah è stata però condannata anche da molti sciiti afghani: “Il cosiddetto concetto di Vilayat-e Faqih (Guardiani della legge) è simile all’Emirato islamico dei talebani. In realtà è una dittatura dispotica”, scrive uno sciita afghano su Facebook.

Ed è proprio sui social network che è esploso un vivace dibattito su questi temi, segno che i giovani hanno iniziato a partecipare e a preoccuparsi attivamente della politica cittadina.

“Le politiche dell’Iran non favoriscono l’Afghanistan – scrive su un forum online Rohullah Elham, dell’università di Kabul – il regime islamico in Iran non è il nostro governo, e coloro che hanno venduto la loro anima, si sveglino!”

Icone nazionali a parte, le tensioni tra Teheran e Kabul sono cresciute negli ultimi tempi, e sono molti i legislatori afghani che accusano l’Iran di ficcare troppo il naso negli affari interni dell’Afghanistan.

Ahmad Saeedi, analista di Kabul, vede in questa celebrazione del 3 giugno un segno preoccupante della crescita dell’influenza iraniana nel paese.

Ma i maggiori attriti sono cominciati qualche mese fa, quando l’ambasciatore iraniano a Kabul ha minacciato il Senato afghano, affermando che l’Iran avrebbe espulso tutti i rifugiati afghani in caso di approvazione del patto di cooperazione strategica con gli Stati Uniti.

Cosa che il Parlamento afghano ha comunque fatto.

In risposta a questa “sfida”, Teheran ha lanciato, attraverso i suoi propri media presenti in Afghanistan, una campagna mirata secondo molti osservatori a far deragliare l’accordo.

I metodi sarebbero la corruzione dei politici e l’istigazione del sentimento antiamericano e antigovernativo, già presente in un’ampia porzione del popolo afghano.

E Washington, pare che non abbia ancora messo a punto nessuna strategia coerente per contenere questo fenomeno.

 

June 4, 2012

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