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Iraq. Il grido delle minoranze ignorato

“Books and Documents Heritage of Iraqi Minorities” è stato pubblicato un anno fa. Parla, descrive, analizza l’eredità culturale di alcune minoranze irachene. Leggerlo oggi ha un significato ancora più importante. 

 

 

 

Se la situazione politica e l’insicurezza rimarranno come sono oggi, e se il governo centrale di Baghdad non si impegna a combattere le continue violenze e discriminazioni di tipo confessionale, credo che in due o tre decenni l’Iraq sarà senza le sue minoranze”.

Questa frase veniva scritta un paio di anni fa, e diffusa pubblicamente nella seconda metà del 2013, quando Books and Documents Heritage of Iraqi Minorities vedeva la luce.

Una piccola pubblicazione - 117 pagine, comprese di indice, ringraziamenti, prefazione, introduzione e bibliografia - che arrivava a conclusione di un progetto di ricerca che Un ponte per… aveva dedicato più ampio programma di tutela delle minoranze irachene. 

Minoranze, violenze, insicurezza, persecuzioni. Cristiani d’Iraq, Yazidi, Turcomanni. Sono alcune delle parole che nel corso dell’estate sono entrate a far parte del glossario mediatico dell’informazione sull’Iraq.

Parole associate alla descrizione di una situazione a dir poco tragica che nel giro di soli tre mesi ha costretto oltre 850mila persone alla fuga dalle proprie abitazioni, che diventano almeno 1,6 milioni se si considerano anche i mesi precedenti fino ad arrivare a gennaio. Migliaia sono anche i morti, centinaia i casi di orribili e inumani omicidi, che continuano ad emergere e giungono fino ai nostri schermi.

Ed ecco che dunque quelle parole diventano anche le nostre. Entrano nelle case delle famiglie, in metro, sugli autobus, al bar, nelle pause caffè e pranzo, aldilà dei diversi ambiti lavorativi in cui ci si trovi.

Una diffusione che ha indubbiamente il merito di “far parlare” - assumendo che ci sia sempre un lato positivo in questo - ma che al tempo stesso rischia di portarsi dietro anche dei rischi. In primis di una banalizzazione del significato di queste parole, che avviene inevitabilmente nel momento in cui da un giorno all’altro “tutti conosciamo gli Yazidi e la loro storia”.

Oppure nella ricerca sfrenata di una soluzione immediata a questi “orribili tragedie”, che spesso tuttavia è inefficace perché tardiva o non adeguatamente valutata nei diversi aspetti. 

Succede questo quando non si ascoltano i gridi di allarme, soprattutto quando questi si ripetono nel tempo. Succede questo per quanto riguarda l’Iraq e le sue minoranze, che ancora di più negli ultimi dieci anni hanno gridato e urlato in numerose occasioni.

Hanno chiesto aiuto al proprio governo o a quelli regionali in una posizione di forza in grado di aiutarli. Hanno implorato le Nazioni Unite di venire loro in soccorso, così come i tanti altri attori internazionali (umanitari e non) che nei tre decenni scorsi hanno iniziato a frequentare l’Iraq.

Di questi gridi di allarme, pochi, pochissimi hanno ricevuto l’attenzione che meritavano. Bookd and Documents Heritage of Iraqi Minorities ne è un esempio.

In questo saggio scritto ed elaborato da Saadi Al-Malih, intellettuale e accademico iracheno da sempre impegnato nella ricerca dell’eredità culturale delle minoranze irachene, c’è innanzitutto un patrimonio inestimabile di conoscenza.

Probabilmente per la prima volta (in inglese sicuramente) vengono messi per iscritto i documenti, i libri, i testi e le iconografie sacre che appartengono a Cristiani di Iraq, Yazidi, Mandei, Kaka’i e Baha’i.

Comunità che hanno fatto la storia dell’Iraq in secoli e secoli di presenza che, insieme ad altre culture e religioni, hanno plasmato e formato la ricchezza di questo paese.

Ma che, contemporaneamente e a fasi alterne, hanno subito nel tempo persecuzioni politiche che ne hanno minato spesso l’esistenza, sia fisica che culturale.

Perché distruggere libri, testi, monumenti significa anche uccidere una parte di chi li ha prodotti e della sua storia. 

Saadi Al-Malih, prematuramente scomparso quest’anno, ha fatto esattamente questo: fare un inventario dei documenti disponibili di queste storie, partendo dalle origini di ciascuna delle comunità e religioni e descrivendone minuziosamente lingue, riti, preghiere, festività, demografia e persecuzioni subite. 

Attraverso questo libro si può dunque andare oltre la conoscenza superficiale e immediata che nell’estate scorsa è arrivata nella “grande distribuzione”, anche fuori dall’Iraq.

Leggerlo oggi può essere utile per capire che questo mosaico di diversità compone una ricchezza, non quella debolezza che spesso, non solo in Iraq, viene associata alla presenza di minoranze all’interno di una realtà.

Può servire inoltre a scoprire l’esistenza di soluzioni suggerite e ripetute più volte, radicalmente diverse da quelle attuali e già in corso, dettate “dall’urgenza e dall’emergenza”.

A mio parere”, scrive Al-Malih nella conclusione, “per prevenire la distruzione dell’eredità delle minoranze irachene, le seguenti raccomandazioni andrebbero prese in considerazione per mettere a disposizione:

- Supporto tecnico e formativo per la digitalizzazione dei manoscritti;

- Formazione su catalogazione e digitalizzazione di documenti e libri;

- Finanziare ricerche e diffonderne la pubblicazione;

- Traduzione dei testi principali sulle storie delle religioni in arabo, curdo e altre lingue;

Queste azioni devono però necessariamente essere accompagnate dalla democrazia e da istituzioni basate sui principi di uno Stato di diritto, uguaglianza e giustizia sociale”.

Il libro può essere ordinato dal sito di Un ponte per…, che utilizzerà i proventi della vendita per le distribuzioni umanitarie in corso a favore della popolazione irachena rifugiata in Kurdistan.

 

*La foto pubblicata è di Pierluigi Giorgi, che ringraziamo per la gentile concessione. 

14 Settembre 2014
di: 
Redazione
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