A metà del 2024, meno della metà dei fondi del PNRR destinati all’occupazione è stata effettivamente spesa. È un dato che pesa, soprattutto se si guarda al divario crescente tra Nord e Sud. Le risorse pensate per giovani e donne — in teoria una priorità — spesso restano bloccate in un groviglio di burocrazia e inefficienze. Sul territorio, i programmi per formazione e inclusione arrancano, rallentati da ritardi organizzativi che rischiano di vanificare le promesse. Il Sud, in particolare, paga il prezzo più alto, mentre il Nord sembra correre su un’altra strada, lasciando aperta una ferita che non si rimargina.
Dove vanno i soldi del PNRR per lavoro e formazione
Secondo il report di Assonime e Fondazione Openpolis, le misure per l’occupazione valgono in tutto 10,3 miliardi di euro. Quasi la metà, 4,6 miliardi, è destinata a politiche attive del lavoro e formazione professionale, cioè percorsi pensati per aiutare chi cerca lavoro o deve aggiornare le proprie competenze. Poi ci sono 1,5 miliardi per potenziare gli Istituti Tecnici Superiori , fondamentali per colmare il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori, soprattutto nei settori industriale e tecnologico.
Altri 3,24 miliardi finanziano la rete di asili nido e scuole dell’infanzia, una misura chiave per permettere a più donne di entrare o restare nel mercato del lavoro, alleggerendo il peso della cura familiare. Infine, quasi un miliardo va all’allargamento del tempo pieno e ai servizi mensa nelle scuole, un aiuto concreto per famiglie e lavoratori con figli, favorendo un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata.
Il PNRR dunque ha messo in campo un pacchetto articolato, che punta a intervenire sia sull’occupazione diretta sia sulle condizioni che favoriscono l’inclusione, specie di giovani e donne. Tra le priorità ci sono i programmi per la Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori e gli investimenti nei servizi educativi e di cura. L’idea era offrire una risposta a più livelli a una crisi che da anni pesa soprattutto sulle fasce più fragili e sulle regioni meno sviluppate.
Spesa bloccata: usato solo il 13% per le politiche attive
Nonostante i fondi stanziati, i numeri sulla spesa fanno suonare campanelli d’allarme. A ottobre 2025, erano stati spesi appena 550 milioni su 4,6 miliardi destinati alle politiche attive del lavoro: poco più del 13%. Un ritmo troppo lento che rischia di compromettere gli obiettivi del piano.
Le difficoltà si concentrano soprattutto nella fase di progettazione e nella gestione dei bandi. Gli enti coinvolti faticano anche a tenere in ordine la rendicontazione, una formalità ma fondamentale per sbloccare i pagamenti. A complicare il quadro, un coordinamento istituzionale frammentato, che non facilita il lavoro tra amministrazione centrale e enti locali. Il risultato è un meccanismo lento e impacciato, che frena la trasformazione delle risorse in progetti concreti e posti di lavoro.
Se i fondi restano inutilizzati, si mette a rischio non solo la creazione di lavoro ma anche la riduzione delle disuguaglianze. Servirebbe una svolta immediata, perché molte misure del PNRR hanno scadenze strette imposte dall’Europa e non si può più perdere tempo.
Quota giovani e donne: troppe deroghe e scappatoie
Un altro problema emerge dal rispetto delle clausole sociali. I bandi devono garantire almeno il 30% di assunzioni a giovani e donne, ma più di sei su dieci non rispettano questo obbligo. Una falla che mina gli obiettivi di inclusione del piano.
La legge prevede però diverse scappatoie. La più comune è la deroga quando il tipo di lavoro richiesto non si presta a rispettare la quota. Si può anche evitare l’obbligo se servirà a evitare ritardi o costi troppo alti. Queste giustificazioni sono frequenti in un contesto dove trovare personale qualificato, specie tra categorie protette, non è affatto semplice.
Inoltre, per piccole aziende o appalti con pochi nuovi ingressi, rispettare la quota del 30% è praticamente impossibile. Così, anche se comprensibile, questa situazione indebolisce l’efficacia delle misure pensate per correggere le disparità di genere e generazionali.
Nord avanti, Sud indietro: il solito divario che si conferma
L’analisi territoriale conferma una spaccatura netta. Il Nord riesce a spendere di più e meglio, rispettando più spesso anche gli obiettivi sociali. Il Sud invece accumula ritardi, allargando ancora di più il divario con il resto d’Italia.
Dietro ci sono problemi noti: minore capacità amministrativa, infrastrutture carenti e difficoltà di coordinamento politico locale. Se le misure non partono anche al Sud, si rischia di aumentare le disuguaglianze e indebolire la coesione del Paese.
Per questo, le politiche devono fare i conti con territori molto diversi, che richiedono interventi su misura. Oggi la sfida più grande non è la mancanza di risorse, ma la capacità di mettere in pratica programmi complessi in contesti fragili e frammentati. Serve una governance più efficace, competenze amministrative più solide e un collegamento più stretto tra formazione e lavoro, senza perdere altro tempo.
