Aumentare gli stipendi dei giovani under 30 senza mandare in crisi i conti pubblici: è questa la sfida che si gioca in queste ore nei palazzi del potere. Il clima è teso, quasi di emergenza. Quattro proposte concrete sono sul tavolo del governo, ma i fondi scarseggiano e la pressione politica non dà tregua. Tra calcoli, simulazioni e qualche inevitabile compromesso, i tecnici dei ministeri cercano una via d’uscita credibile. Il nodo lavoro giovane torna a farsi stringente, come un bivio che chiede una scelta urgente.
La partita si gioca su quattro proposte, tutte pensate per spingere le assunzioni under 30 e aumentare il reddito netto. La prima è una riduzione dell’aliquota Irpef più bassa, quella al 23% che si applica fino a 28mila euro di reddito. Con questa mossa, molti giovani potrebbero vedere subito un aumento in busta paga. Ma non è tutto oro quel che luccica: c’è il rischio che i datori di lavoro propongano stipendi lordi più bassi, mantenendo la stessa paga netta, e questo costerebbe parecchio alle casse dello Stato.
La seconda ipotesi sposta l’attenzione sui datori di lavoro: uno sconto fiscale che si applica direttamente sul cedolino mensile. In pratica, si ridurrebbe il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza tra quanto costa un dipendente e quanto lui effettivamente riceve. Questa misura non sarebbe limitata ai redditi bassi, ma potrebbe coinvolgere meno persone. L’obiettivo resta chiaro: rendere più appetibile per le aziende assumere giovani.
Un’altra strada è quella del “bonus quattordicesima”, una somma da erogare a dicembre solo ai neoassunti under 30. Sarebbe come un rimborso parziale delle tasse pagate durante l’anno, un incentivo visibile e dal forte impatto psicologico. Il problema? Il costo per lo Stato rischia di essere molto alto.
Ultima ipotesi in ballo: rivedere le agevolazioni sugli aumenti di stipendio per i giovani. Dal 2023 esiste una tassa sostitutiva al 5% sugli incrementi retributivi fino a 33mila euro l’anno. L’idea sarebbe di abbassare ancora questa aliquota per gli under 30, puntando su contratti collettivi con aumenti più consistenti. Questo approccio sarebbe più sostenibile nel tempo, ma i benefici arriverebbero piano piano, non subito in busta paga.
Il vero scoglio resta il budget. Per il 2027, l’Italia ha a disposizione appena 9 miliardi da mettere nella legge di bilancio, escludendo i fondi extra legati alla flessibilità europea, che però possono essere usati solo per energia e difesa. Questi soldi devono coprire tante voci calde: dalla sanità al fisco, fino al sostegno agli enti locali. Insomma, margini per aumentare gli aiuti ai giovani sono risicatissimi, e questo limita di molto la portata degli incentivi all’occupazione giovanile.
Un segnale chiaro arriva dalla rinuncia a una proposta di Antonio Tajani, che puntava a una no tax area per i giovani under 35 neoassunti. La misura è stata bocciata sul nascere per mancanza di fondi. Il confronto resta aperto, ma il governo si muove in uno spazio molto stretto. La scelta finale dovrà bilanciare efficacia e sostenibilità. Nelle prossime settimane sapremo quale di queste quattro strade sarà imboccata nella manovra 2027.
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