di Maria Letizia Perugini
Gheddafi è morto. Il rais, il dittatore sanguinario, l’ex amico, l’uomo che sapeva troppo non c’è più ma la Libia c’è ancora e sta iniziando il suo cammino del dopo guerra.
Le circostanze di questa morte ancora non sono state chiarite ma la storia corre avanti, la Nato ha già definito il suo ritiro e il Cnt (Consiglio nazionale di transizione) ha annunciato il nome del nuovo premier ad interim.
Da Tripoli, il 31 ottobre Anders Fogh Rassmussen, il segretario generale della Nato ha ufficialmente chiuso la missione dell’Alleanza atlantica (nonostante il Cnt avesse richiesto una proroga del mandato di due mesi), che passerà alla storia come uno dei più grandi successi della Nato.
Lo stesso giorno il Cnt ha eletto Abdurrahim al-Keib, 61 anni, nuovo primo ministro del governo ad interim della “Libia liberata”, scelto tra 8 candidati, con 26 voti a favore su un totale di 51 membri (del Consiglio).
Non si è trattato di una vittoria schiacciante, bensì di un riflesso delle numerose fratture che attraversano il paese nordafricano.
È stato scelto un tecnico e accademico: laurea e dottorato negli Stati Uniti, ha lavorato presso l’Università dell’Alabama e ha presieduto il dipartimento di ingegneria elettrica del Petroleum Institute di Abu Dhabi. A differenza del primo ministro uscente Jalil, non è stato al servizio del precedente governo, e i suoi sostenitori presentano con orgoglio il ruolo svolto nel corso della rivolta come finanziatore del “movimento 17 febbraio”, mentre i suoi detrattori gli rimproverano l’esilio dorato degli anni gheddafiani.
Ora il suo compito sarà quello di ricostruire il paese dopo 42 anni di governo monocratico e dopo mesi di guerra civile. Un compito non facile, nel quale le variabili da tenere in considerazione sono tante, interne ed esterne.
Nel discorso introduttivo al suo nuovo mandato ha parlato di fiducia, nel popolo libico, nel Consiglio nazionale di transizione e nel paese “che ha molte risorse che non sono ancora state sfruttate”. In un altro passaggio ha detto: “Garantiamo di stare costruendo una nazione che rispetta i diritti umani, e non permetteremo nessun abuso”, salvo poi aggiungere “ma abbiamo bisogno di tempo”.
E sicuramente sarà necessario molto tempo per rimettere in ordine le faccende che riguardano i diritti umani nel paese.
L’azione della Nato era iniziata proprio per porre fine alle numerose violazioni che la repressione del rais stava causando. La risoluzione Onu parlava di utilizzare tutti i mezzi necessari per assicurare la protezione dei civili e condannava le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, “tra cui le detenzioni arbitrarie, le sparizioni forzate, le torture e le esecuzioni sommarie”.
L’intervento sarebbe dovuto essere il modo per far terminare tali violazioni.
Ma la violenza difficilmente è utile per porre fine alla violenza. E proprio nei giorni in cui le operazioni Nato volgevano al termine sono arrivate le prove che testimoniavano che le esecuzioni sommarie e le detenzioni arbitrarie in Libia, proprio tra le fila dei rivoltosi.
È del 24 ottobre un rapporto di Human Rights Watch che testimonia l’esecuzione di 53 sostenitori di Gheddafi in un hotel di Sirte, della metà di ottobre è invece un rapporto di Amnesty International sugli abusi nelle detenzioni dei combattenti pro-Gheddafi.
Amnesty ha raccolto prove che testimoniano che almeno 2500 persone a Tripoli e nelle aree vicine sono state arrestate dalle truppe anti-Gheddafi a partire da agosto, quando hanno preso il controllo della zona.
Si sarebbe trattato di arresti arbitrari, senza alcuna giustificazione legale. Molte poi sarebbero state le violenze e i maltrattamenti nel corso della detenzione, testimoniati dal ritrovamento di bastoni di legno e corde. Sarebbero stati soprattutto gli immigrati sub sahariani le vittime di tali violenze, sulla scia delle numerose notizie circa l’esistenza di mercenari africani al soldo del rais. Il rapporto denuncia lo scarso controllo che il Cnt ha sul territorio: diverse milizie anti-Gheddafi appaiono indipendenti, slegate dal comando del Consiglio.
A dimostrazione delle ombre che offuscano la vittoria dei rivoltosi, Hrw ha chiesto un’indagine immediata al Cnt per fare chiarezza sull’esecuzione di massa scoperta a Sirte a fine ottobre.
Il rapporto dell’ong parla di corpi in decomposizione trovati in un hotel in disuso nella zona della città, sotto il comando dei ribelli. Alcuni avevano le mani legate dietro alla schiena, mentre altri bende che coprivano ferite gravi: segno che erano già stati picchiati o torturati prima dell’uccisione.
Si tratta di crimini documentati e provati che secondo Hrw sarebbero stati solo la punta di un iceberg con il quale la ‘nuova Libia’ dovrà fare i conti. Bouckaert, il rappresentate di Hrw, fa diretto riferimento al Cnt: “Questo ultimo massacro sembra essere parte di una tendenza alle uccisioni, ai saccheggi, e ad altri abusi portati avanti da combattenti armati anti-Gheddafi, che si considerano al di sopra della legge. E’ imperativo che le autorità di transizione agiscano per tenere sotto controllo questi gruppi”.
Queste quindi le questioni con cui il nuovo governo libico dovrà misurarsi, qui dovrà dare prova di discontinuità, se vuole dare un contenuto credibile a quell’intervento militare al quale gli occidentali si sono affannati a fornire ragioni.
November 2, 2011
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