Ogni giorno, migliaia di navi solcano il tratto d’acqua che separa la Penisola Arabica dal Corno d’Africa. Bab el-Mandeb non è solo un punto sulla mappa: è la linfa vitale del commercio mondiale, un vero snodo dove si intrecciano poteri e strategie. Qui, tra tensioni politiche e giochi militari, si decide molto più di quanto sembri. Quel passaggio stretto rischia di bloccare rotte fondamentali per l’energia e le merci, con conseguenze che si ripercuotono ben oltre le sue acque. E allora, cosa rende questo crocevia così fragile? Perché ogni sussulto qui si fa sentire fino ai mercati di tutto il pianeta?
Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, fungendo da porta verso l’Oceano Indiano. È un anello fondamentale nel traffico marittimo mondiale, la via obbligata per chi dall’Asia o dal Medio Oriente vuole raggiungere il Canale di Suez. Lo stretto è largo appena 29 chilometri nel punto più angusto, diviso dall’isola yemenita di Perim in due canali: uno orientale, stretto e poco profondo, e uno occidentale, più largo e percorso dalle grandi navi commerciali.
Secondo la U.S. Energy Information Administration , Bab el-Mandeb è uno dei sette “maritime chokepoints” più importanti al mondo. Nel primo semestre del 2025, ogni giorno sono passati da qui in media 4,4 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati. Non è solo petrolio: gas naturale liquefatto, container e materie prime industriali transitano in gran quantità, diretti verso Europa, Asia e Nord America.
Non c’è alternativa all’altezza di Bab el-Mandeb. Evitarlo significa circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con un allungamento del viaggio di 10-15 giorni. Questo si traduce in costi maggiori per carburante, assicurazioni e noleggio, con ripercussioni su tutta la catena logistica mondiale.
Bab el-Mandeb segna il confine tra due continenti, affacciandosi su territori segnati da forti tensioni. Da una parte c’è lo Yemen, dall’altra Gibuti e l’Eritrea. Qui la situazione è particolarmente fragile.
Lo Yemen è il punto più caldo. Gran parte della costa occidentale, che si affaccia sul Mar Rosso, è nelle mani dei ribelli Houthi. Non controllano direttamente tutto lo stretto, ma dispongono di missili antinave, droni e imbarcazioni esplosive capaci di colpire le navi in transito.
La conformazione dello stretto permette di monitorare il traffico, ma rende anche facile per gruppi armati minacciare la sicurezza della navigazione. Dal 2023 in poi, attacchi e tensioni hanno fatto calare il traffico e aumentato il livello di rischio percepito dagli armatori di tutto il mondo.
L’importanza economica di Bab el-Mandeb sta nel suo ruolo di snodo tra continenti. È la via d’accesso meridionale al Canale di Suez, indispensabile per petroliere e portacontainer che collegano Asia, Medio Oriente, Europa e Nord America.
Se lo stretto venisse chiuso o bloccato, le conseguenze sarebbero pesanti. Le navi dovrebbero fare lunghi giri alternativi, aumentando tempi e costi di viaggio, carburante, assicurazioni e servizi logistici. Questo ridurrebbe la capacità operativa globale della flotta, causando scarsità di spedizioni e, inevitabilmente, rincari su molti prodotti energetici e di consumo.
Non basta: anche solo l’aumento del rischio spinge molte compagnie a scegliere rotte alternative o a pagare premi assicurativi più alti. Tutto ciò si riflette nei costi del trasporto e, di conseguenza, sull’andamento dell’inflazione mondiale.
Per questo gli esperti seguono con attenzione la situazione militare e politica attorno a Bab el-Mandeb. Ogni segnale di instabilità qui può scatenare effetti economici a catena, ben oltre i confini del Medio Oriente.
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