«Se cade questa legge, cade il governo». Le parole della premier Giorgia Meloni pesano come un macigno mentre alla Camera si riaccende il confronto sulla nuova legge elettorale. Il testo, profondamente modificato dopo l’esame al Senato, non è più quello che era: ha subito cambiamenti così rilevanti da mettere a rischio la coesione della maggioranza. Il clima si fa teso, quasi infuocato. La decisione di porre la questione di fiducia trasforma il voto in un vero e proprio spartiacque. Il rischio? Tornare alle urne con il vecchio Rosatellum, un sistema che potrebbe ribaltare gli attuali equilibri parlamentari e scatenare una crisi politica di non poco conto.
Negli ultimi mesi la Camera è stata teatro di continui scontri sulla nuova legge elettorale, senza però arrivare a una conclusione definitiva. I deputati avevano approvato il cosiddetto Stabilicum, un sistema pensato per blindare la maggioranza, ma che doveva passare anche in Senato. Qui, però, la maggioranza ha reintrodotto le preferenze legate a capilista bloccati, una novità che alla Camera era stata bocciata, anche grazie al voto segreto di alcuni “franchi tiratori” di Forza Italia e Lega, contrari al testo proposto da Fratelli d’Italia. Ora il testo torna alla Camera con queste modifiche e dovrà essere confermato senza ulteriori cambiamenti, altrimenti si apre la strada a una crisi.
Questa volta il voto non è solo una questione tecnica, ma politica. Meloni ha deciso di legare il destino del governo alla legge elettorale, ponendo la questione di fiducia. Se qualche alleato come Forza Italia o Lega dovesse staccarsi e votare contro, non sarebbe solo una sconfitta parlamentare, ma l’inizio di una crisi di governo. Con la legislatura che scade l’anno prossimo, si aprirebbe la strada a elezioni anticipate. E qui sta il nodo: si voterebbe col vecchio Rosatellum, non con il nuovo sistema che si sta cercando di varare.
Il Rosatellum è un sistema diverso, con un terzo dei seggi assegnati nei collegi uninominali, dove vince chi prende più voti in ciascuna circoscrizione. Nel 2022 ha favorito il centrodestra, che ha conquistato diversi collegi anche con meno del 40%, approfittando della divisione del centrosinistra. Oggi però la situazione è cambiata: il centrosinistra punta a presentarsi unito, mentre nel centrodestra spuntano nuove formazioni come Futuro Nazionale di Vannacci, che rischiano di frammentare il voto. Questo potrebbe far pendere la bilancia a favore del centrosinistra in molte zone.
Una novità importante della legge è l’obbligo per ogni lista di indicare un candidato premier. Per il centrodestra la scelta è chiara: Giorgia Meloni dovrebbe essere il nome della coalizione. Nel centrosinistra, invece, questa regola rischia di aprire un confronto acceso, con possibili primarie o gare interne tra figure come Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Un rischio di lacerazioni che potrebbe indebolire la coalizione prima ancora di arrivare alle urne, favorendo così gli avversari.
Il testo introduce anche una soglia molto alta di firme da raccogliere per presentare nuove liste fuori dal Parlamento. Ogni candidato dovrà portare a casa tra 6.000 e 7.000 firme per collegio, per un totale che supera le 400.000 a livello nazionale. Un ostacolo enorme, che rischia di tagliare fuori molte formazioni emergenti. Anche la lista di Vannacci, che sta cercando di farsi spazio, non è esentata. Le opposizioni hanno denunciato come in alcune regioni meno popolose, come Molise e Basilicata, raccogliere le firme richieste sia quasi impossibile, visto che superano il 2% degli elettori.
Il sistema elettorale continua a essere un terreno di scontro delicatissimo. Ogni dettaglio cambia gli equilibri politici e può mettere in crisi il governo. È una partita che non riguarda solo numeri e leggi, ma il futuro stesso della politica italiana.
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