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Lavoro povero nel terziario: quasi metà degli occupati guadagna meno di 1200 euro al mese

Quasi la metà dei lavoratori del terziario guadagna meno della soglia di povertà salariale nel 2024. Commercio, servizi, turismo, pulizie e ristorazione collettiva: settori che sostengono l’economia italiana, ma che non riescono a garantire un reddito dignitoso a chi li anima ogni giorno. Sono milioni di persone, spesso invisibili nelle statistiche ufficiali, che vivono ai margini, in un Paese spaccato da disuguaglianze economiche e territoriali profonde. Il rapporto della Filcams Cgil mette a nudo questa realtà, chiamando in causa l’efficacia delle politiche del lavoro e sociali finora adottate.

Chi sono i lavoratori poveri nel terziario

La Filcams Cgil parte da una definizione netta: “lavoratori poveri” sono quelli che percepiscono un reddito annuo da lavoro dipendente pari o inferiore al 60% della retribuzione mediana nazionale. In soldoni, si tratta di chi guadagna fino a circa 13.950 euro all’anno, soglia che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane.

L’indagine ha preso in esame 6,3 milioni di lavoratori del terziario, praticamente quasi tutti quelli per cui si potevano verificare i redditi. Il risultato? Il 47,51% di loro si trova sotto o al limite della povertà salariale. Se si guarda solo a chi ha lavorato almeno dodici settimane, la percentuale scende un po’, al 41,71%. Numeri che dipingono un mondo del lavoro precario e malpagato, nonostante l’occupazione.

Donne, Nord e Sud: le disparità che pesano di più

Il divario tra uomini e donne è netto. Tra chi ha lavorato almeno una settimana nel terziario, il 40,92% degli uomini è sotto la soglia di povertà salariale, mentre tra le donne la percentuale sale al 52,93%. Anche guardando solo chi ha lavorato almeno dodici settimane la forbice resta ampia: 33,70% per gli uomini e 48,32% per le donne.

Anche il territorio fa la sua parte. Nel Nord-Ovest i lavoratori poveri sono il 38,48%, nel Nord-Est il 43,63%. Al Centro si arriva al 47,53%, ma è al Sud e nelle Isole che la situazione si fa pesante: qui il 61,47% dei lavoratori del terziario non supera la soglia di povertà salariale. Se si considerano solo i lavoratori con almeno dodici settimane di attività, il Mezzogiorno resta il fanalino di coda con il 56,35%, confermando un divario territoriale che non accenna a diminuire.

Turismo: il settore più fragile e più colpito

Il turismo è il comparto che soffre di più. Le sue caratteristiche – contratti stagionali, part time involontario, contratti brevi – pesano fortemente sui redditi annuali. Il 71,22% dei lavoratori del turismo che hanno lavorato almeno una settimana vive sotto la soglia di povertà salariale.

La situazione è ancora più grave per le donne, che raggiungono il 75,32%, e per chi lavora nel Sud e nelle Isole, dove la percentuale supera l’81%. Anche limitandosi ai lavoratori con almeno dodici settimane, il 64,69% del personale del turismo guadagna meno del minimo considerato, e nel Mezzogiorno si arriva al 76,20%. Sono numeri che raccontano una precarietà strutturale e un’incertezza economica che coinvolgono migliaia di famiglie.

Commercio e servizi: un confronto che fa riflettere

Nel commercio la situazione è meno drammatica, ma resta comunque seria. Tra chi ha lavorato almeno una settimana, il 31,16% guadagna meno della soglia di povertà salariale, percentuale che scende al 26,89% per chi ha lavorato almeno dodici settimane. Anche qui il Sud e le Isole mostrano dati preoccupanti: il 48,52% di chi ha lavorato almeno una settimana e il 44,64% di chi ha superato le dodici settimane non arrivano a una paga dignitosa.

Nei servizi, invece, il quadro peggiora. Il 52,60% di chi ha lavorato almeno una settimana è sotto la soglia di povertà, e la percentuale resta alta anche tra chi ha lavorato almeno dodici settimane . Il divario di genere è particolarmente evidente: il 37,25% degli uomini percepisce salari bassi, contro il 56,75% delle donne. Nel settore dei servizi il lavoro povero colpisce quindi soprattutto le lavoratrici, segnando una fragilità occupazionale e salariale tutta al femminile.

Part time involontario, la piaga che non si risolve

Il rapporto della Filcams Cgil individua una causa chiave del lavoro povero nel terziario: il part time involontario. Molti lavoratori sono costretti ad accettare orari ridotti, anche se vorrebbero un impiego a tempo pieno. Una condizione che azzera ogni possibilità di guadagnare uno stipendio adeguato e stabile.

Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams, parla di una condizione strutturale del nostro mercato del lavoro, che non solo frena i salari, ma alimenta una precarietà continua. Così diventa difficile programmare il futuro, sia per sé che per la famiglia, e il divario sociale si allarga. Contratti brevi, stagionalità, orari ridotti: sono tutti freni pesanti alla crescita salariale e alla sicurezza economica dei lavoratori del terziario.

Redazione

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