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Iraq. Se l’inferno deve ancora arrivare

E’allarme sul bilancio umano degli attentati che hanno insanguinato l’Iraq negli ultimi giorni, l’ultimo dei quali si è consumato solo qualche ora fa.

 

A lanciare il monito, le Nazioni Unite che sottolineano come la macabra conta delle vittime stia facendo temere il peggio per quel che resta del paese. Secondo le stime dell’Unami, negli ultimi 30 giorni sarebbero morti 554 civili e 207 soldati, oltre a 1.771 feriti, di cui 1.389 civili.  

Baghdad resta il bersaglio preferito degli attentati, con 950 vittime civili (di cui 258 morti e 692 feriti), seguita rispettivamente da Salahuddin, Ninive, Diyala, Anbar, Kirkuk, Babil, Wasit Bassora e Najaf, ovvero da tutti quei centri che rappresentano la cartina tornasole delle problematiche irrisolte e che oggi rendono la situazione incandescente. 

Numeri da bollettino di guerra, dichiarano ormai gli osservatori internazionali, laddove anche le tensioni che avevano portato migliaia di persone a manifestare pacificamente alla fine di dicembre 2012 sono sfociate in vere e proprie violenze, scatenando un ‘tutti contro tutti’ che rischia di far precipitare il paese nel caos più assoluto.

Dopo aver ‘eliminato’ due degli avversari politici più scomodi sul fronte sunnita – l’ex vice presidente Tariq al-Hashemi e l’ex ministro delle Finanze Rafi al-Essawi – il premier Nouri al Maliki ha contribuito a radicalizzare la protesta non violenta, rinviando le elezioni provinciali nell’Anbar e nel Ninive. E autorizzando l’uccisione – avvenuta a gennaio – di diversi manifestanti sia Falluja che a Hawijah, dove due mesi fa sono morte oltre 50 persone. Da quel 23 aprile la violenza ha infatti raggiunto livelli da guerra civile.

 

L’aggravante siriana

Una guerra infinita, in realtà, visto che dal 2003 non c’è iracheno che non sia stato ucciso o ferito. E quanto accaduto sinora potrebbe essere solo un nuovo passaggio dal purgatorio all’inferno. Perché il martoriato territorio iracheno sta diventando ogni giorno di più campo di battaglia parallelo (se non complementare) delle parti che si sfidano da mesi sullo scenario siriano, e in particolare dopo la caduta di Qusayr. 

Di qui la mobilitazione delle milizie sostenute dall’Iran, così come delle cellule dormienti di Al Qaeda in Iraq (AQI) e di altri gruppi terroristici – protagonisti dell’escalation di attacchi spettacolari contro obiettivi sciiti -, senza dimenticare ciò che resta degli ex ribelli baathisti (attivi contro le forze di sicurezza irachene in prossimità dei territori contesi, partendo da Mosul). 

Tra le altre cause dell’estremo deteriorarsi della situazione interna, le tendenze autoritarie del primo ministro Nouri al-Maliki, la marginalizzazione politica della comunità sunnita (vittima anche della legislazione antiterrorismo) e un malessere sociale sempre più esplosivo, con un 1/5 della popolazione che vive nella miseria più completa, mentre in tutto il paese mancano ancora i servizi fondamentali, dall’acqua alla scuola pubblica.   

 

Tutti contro tutti (e soprattutto tutti contro Maliki)

Che si tratti di un ‘tutti contro tutti’ lo dimostra la mappatura degli attentati del 25 aprile, quando a morire sono stati manifestanti turcomanni (a Tuz Khormato), almeno 11 abitanti di una località vicina a Kirkuk, ma anche cinque pellegrini sciiti, uccisi dall’esplosione dell’autobus su cui viaggiavano. Il giorno precedente era stata la volta di una chiesa cristiana a Baghdad. Il mosaico cade a pezzi, nessuno escluso.

Al Maliki è ormai additato (dentro e fuori l’Iraq) come nuovo dittatore, avendo consolidato il suo potere attraverso l’imposizione di suoi uomini di fiducia ai vertici di ogni istituzione importante che governa oggi il paese. Un premier che però sta iniziando a scontare le divisioni latenti all’interno del fronte sciita stesso. 

Una rivalità che si è manifestata soprattutto in occasione delle ultime provinciali, dove la formazione politica del primo ministro è stata punita (anche se solo in parte) dal suo elettorato. Per colpa di politiche economiche inefficaci, e in particolare dei ritardi sul fronte della fornitura dei servizi fondamentali e del miglioramento del tenore di vita, come sostiene il giornalista iracheno Faleh Hassan. 

A beneficiarne sono stati invece i suoi ‘amici-nemici’ – Ammar al-Hakim e Muqtada al-Sadr, rispettivamente leader delle altre due formazioni che compongono l’universo politico sciita iracheno. 

La scarsa partecipazione popolare (meno del 50% degli aventi diritto, salvo a Baghdad che si ferma al 33%) alle elezioni provinciali del 20 aprile (elezioni che ricordiamo hanno riguardato solo i due terzi dei governatorati iracheni, in quanto il governo centrale ha scelto di rinviarle in Anbar e Ninive, mentre Duhok, Erbil e Sulaimaniya – che compongono la regione del Kurdistan, – seguono un calendario diverso, così come è diverso il discorso su Kirkuk) dimostra però che esiste (e resiste) una maggioranza silenziosa di iracheni che hanno scelto di boicottare le urne come forma di protesta contro le continue crisi politiche, le battaglie per il potere e le tensioni a sfondo confessionale che stanno insanguinando il paese. 

 

 

 

July 02, 2013di: Francesca ManfroniIraq,

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