di Angela Zurzolo
Da oggi la “dignità” delle donne che lavorano per il governo iracheno sarà ‘tutelata’ da un severo “codice di abbigliamento” che impone “indumenti adeguati”.
Tra le righe, si capisce che presto queste linee guida si trasformeranno in obblighi precisi e imprescindibili.
Quindi niente gonne corte, no ai pantaloni stretti e persino ai colori vivaci. Vietati alcuni modelli di scarpe.
Approvate dalla maggioranza dei rappresentanti dei ministeri e dei dipartimenti governativi, inclusi i politici cristiani iracheni, queste norme hanno sollevato un vero polverone mediatico.
“E’ un attacco alle libertà personali della donna”, denunciano con forza gli attivisti.
I ‘comandamenti’ sull’abbigliamento del ministro degli affari delle Donne Ibtihal al Zaidi erano però già stati scritti nel settembre del 2011, e il Comitato nazionale per l’avanzamento delle donne fa sapere che non è disposto a ‘cedere’ alle polemiche.
I dettagli sul codice di abbigliamento sono stati rivelati dal quotidiano Al Mada alcuni giorni fa.
Fino ad oggi infatti, le donne impiegate al governo avevano goduto di un legittimo diritto di scelta. Con le nuove ‘disposizioni’ – penalmente perseguibili – dovranno invece indossare “indumenti adatti”: una formula volutamente generica e ampiamente interpretabile da ogni singolo ministero.
E non solo. Ogni istituzione potrà decidere quale punizione verrà inferta per le eventuali violazioni del codice dell’abbigliamento.
Secondo le dichiarazioni del ministero, il genere di abbigliamento imposto deve essere commisurato “in base alla natura del lavoro svolto all’interno di ogni istituzione”.
Sono linee guida del tutto simili a quelle “della maggior parte del mondo civilizzato”: ha detto il ministro, che ha sottolineato come ovunque gli abiti indossati sul lavoro si differenziano da quelli scelti per altri contesti.
“Bisogna adattarsi alla situazione, al posto di lavoro e alle norme nazionali”.
Ed ecco che Hashim al Saedi Khader, membro dell’Alto comitato nazionale per il progresso delle donne irachene, sentenzia: “Le donne sono in competizione tra loro e indossano vestiti stretti che non riflettono i valori dell’Islam”.
Di qui la mobilitazione immediata dell’Iraqi Women’s Network – una rete formata da 18 organizzazioni – che ha presentato al Parlamento una protesta verbale e una serie di avvertimenti.
Forte anche la richiesta di avere un ministero per gli affari delle Donne più indipendente, da porre sotto il controllo del Parlamento e non del potere esecutivo.
Se Hanaa Edward, importante attivista per i diritti umani, ha accusato il ministero di prendere decisioni che “assecondano gli interessi del blocco politico, senza alcuna considerazione per i diritti e gli interessi delle donne irachene”, alcune irachene si sono spinte fino a dichiarare che questo ministero può essere equiparato a una “milizia” o al “ministero di Al Qaeda”.
10 febbraio 2012
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