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Focus/Israele: un’economia forzata

Lo Stato di Israele ricorda per certi versi la vicina Giordania. Di dimensioni limitate, povero di risorse naturali ed energetiche, dotato di un mercato interno scarso, poco popoloso (circa 7 milioni di abitanti, dati FMI), il paese non ha certo le carte in regola per diventare un gigante. Inoltre, rispetto alla Giordania, si scontra con alcune aggravanti.

Innanzitutto l’’instabilità cronica, con cui il paese si scontra dal momento della sua nascita. Da un lato quella esterna, legata soprattutto ai confini siriano e libanese, ultimamente anche a quello egiziano, e dall’altro la situazione interna, con una questione palestinese ancora pendente, che il paese non sempre ha saputo gestire con lungimiranza. Per usare un eufemismo. Tuttavia, malgrado queste condizioni proibitive, la buona volontà degli israeliani e gli appoggi di varia natura (economici, militari, politici…) provenienti dagli amici di oltreoceano hanno permesso all’economia israeliana prestazioni notevoli. L’economia del paese è necessariamente, come nel caso giordano, export-led e il commercio con l’estero pesa sul PIL del paese per il 78% (dati OMC). Il consenso internazionale di cui gode il paese presso le grandi potenze ha permesso ad Israele di allacciare rapporti commerciali con i maggiori importatori ed esportatori del mondo: Stati Uniti, Unione Europea, India, Turchia, Cina sono solo i principali partner di una lunga lista, con la maggior parte dei quali il paese ha saputo creare degli accordi di libero scambio. I risultati sono notevoli: il PIL del paese è cresciuto in termini reali del 4-5% fino al 2008, con un calo al +0,8% nel 2009, a causa evidentemente della crisi globale, e si è ripreso ampiamente nel 2010, con una crescita del 4,6% (dati ICE). Nel 2010, il PIL pro-capite si aggirava sui 28 mila dollari e la disoccupazione si attestava al 6,5%.
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L’approvvigionamento idrico in un’area dove l’acqua scarseggia e la popolazione aumenta è garantito al paese dalla tecnologia più all’avanguardia della regione in materia e della controversa supremazia politica di Israele sui bacini del Golan, sul Giordano, sul lago di Tiberiade e su parte dello Yarmouk.

La primavera araba non sembra aver scosso particolarmente l’economia dello stato ebraico. Lo scarso interscambio del paese con le aree vicine, colpite dalla crisi politica, ha fatto in modo che Israele fosse isolato dal contagio. Al contrario, l’aumento dell’instabilità nella regione ha favorito il paese come “porto sicuro” e punto di riferimento stabile in Medio Oriente. Le previsioni della Bank of Israel per il 2011 parlano di un aumento del PIL del 5,2%, mentre i dati OCSE rilanciano al 5,4%. Inoltre, si prevede la diminuzione del tasso di disoccupazione al 5,8%. Infine, sempre la Bank of Israel prevede che nel 2011 gli investimenti in Israele aumenteranno del 15,4%, così come le esportazioni cresceranno del 6,3%.

Tuttavia, seppure in ritardo, la primavera araba sembra non voler risparmiare anche Israele, dove continuano le proteste contro il carovita e gli eccessivi divari di ricchezza tra la popolazione. Il problema di fondo, probabilmente, è costituito dal fatto che la struttura economica del paese, così come quella politica, si basa per certi versi su delle forzature: la stabilità di Israele, infatti, è costantemente minacciata dalla situazione di ostilità che il paese provoca nell’area e viene mantenuta non tanto con la diplomazia e con buoni rapporti di vicinato, quanto piuttosto con la deterrenza militare e con il supporto sd’oltreoceano. Il che significa che, qualora dovessero venire a mancare alcuni “ingredienti” essenziali di questa ricetta, come il sostegno americano, il rafforzamento di alcuni nemici storici del paese o il semplice riconoscimento della Palestina come stato autonomo e sovrano, l’oasi israeliana nel mezzo del Medio Oriente si troverebbe ad affrontare un gelido inverno. Se invece il paese riuscisse a sconfiggere i suoi più atavici timori e a costruire relazioni diplomatiche con i suoi vicini basate sulla reciproca accettazione, sarebbe forse possibile la creazione del grande souq intra-regionale mediorientale. In una tale prospettiva, l’economia più avanzata di Israele e i canali commerciali da questo già aperti potrebbero fungere da traino per gli altri paesi dell’area, che ripagherebbero con le proprie risorse e con un clima di distensione gli effetti positivi sulle loro economie.

di: Giovanni AndrioloIsraele,

Redazione

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